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Alla deriva

Di una imbarcazione non più governata si dice che è alla deriva. Questa espressione del linguaggio marinaro calza perfettamente al caso dell'Italia, paese alla deriva come nessun altro nel mondo cosiddetto sviluppato.

1. Crescita zero

Il grafico dell'andamento del PIL nell'ultimo decennio non lascia molti dubbi.


Il dato sul prodotto interno lordo del secondo trimestre 2016 era ampiamente prevedibile (ne ho accennato anche nel post precedente). Ad essere ottimisti si poteva sperare in un +0,1%, mentre siamo tornati allo zero spaccato
E non lo era solo da qualche settimana, quando il dato sul calo della produzione industriale ha fatto cadere le residue speranze sull'economia italiana. Già ad aprile, quando è stato varato il Documento di Economia e Finanza (DEF) del 2016, la tendenza appariva chiara1.
Eppure in quel documento, mentre l'UE tagliava le stime all'1% (e poco dopo Confindustria scendeva ancora più in basso, allo 0,8%, il FMI allo 0,9% e la stessa Banca d'Italia all'1%) il “Superministro” dell'Economia preferiva rifilare agli italiani la favola di una crescita dell'1,2%. Serviva a giustificare le consuete promesse da campagna elettorale perenne (meno IRPEF, meno IRES, ma stavolta anche pensioni anticipate, estensione del bonus 80 euro e Sostegno all'Inclusione Attiva). Oltre all'inevitabile rassicurazione sulla mancata attivazione delle clausole di salvaguardia che avrebbero tagliato le gambe a ogni velleità di rilancio dei consumi interni con l'aumento di IVA e accise. Del resto era ancora fresca di stampa la “Legge di bilancio” (la cara vecchia Finanziaria) per il 2016 costruita su una previsione di +1,4%. Non si poteva smentire così presto, mentre c'era una "riforma epocale" da far passare tra squilli di tromba.

2. I conti con gli elettori. E con i grandi supporter. E con Bruxelles

A dirla tutta, non si trattava solo di prendere per i fondelli gli elettori. Che, peraltro, non sono chiamati nel prossimo futuro ad eleggere nessuno ma solo a dire si o NO a una riforma pensata per togliere un po' delle (scarse) occasioni rimaste, di esprimere un voto che conti qualcosa. C'era (e c'è ancora) in ballo la partita con la Commissione di Bruxelles per godere di ulteriori margini di flessibilità.

Non ci si può dunque da stupire se, ora che la “stoppata” è certificata da dati ufficiali, dalle parti di Palazzo Chigi e di via XX settembre regna il silenzio. O meglio, si lascia la parola al Vice-ministro Morando. La nota rassicurante stavolta non viene diramata dalla persona Ministro (il politico) ma dall'impersonale Ministero (la burocrazia). Il premier, poi, neanche un tweet.

Ma fino a quando potranno tacere? E, soprattutto, fino a quando potranno far finta di niente i grandi supporter di Renzi? Probabilmente non temono di vedere compromesso il loro tornaconto, ma devono prendere atto che il feeling, la passiva accondiscendenza di cui una parte di elettorato ha fatto dono a Renzi (potendoselo permettere, fino a un certo punto) si sta esaurendo.
La verità è che costoro si dimostrano indifferenti di fronte a quello che sta accadendo mentre dovrebbero sentirsene partecipi, se davvero prendessero sul serio il ruolo guida che hanno deciso di assegnarsi senza alcun passaggio democratico e senza rendere conto a nessuno. O forse, come accadeva alla nomenklatura brezneviana prima del 1989, non riescono a concepire che l'equilibrio su cui si è retto finora il sistema politico italiano stia implodendo a causa della sua fragilità intrinseca. 
Come nella fase discendente del berlusconismo (ammesso che abbia mai avuto una fase davvero ascendente), siamo di nuovo alle prese con l'illusione che il bravo venditore possa piazzare la merce indipendentemente dal suo valore.

Errore di calcolo aritmetico (se non falso in bilancio) perché non si tiene conto di quanto è costato il consenso elettorale di cui ha goduto Renzi. Il pifferaio magico si è portato appresso il 41% ma quel piffero è stato pagato salatissimo: dagli 80 euro al bonus assunzioni passando per la TASI prima casa. Decine di miliardi di euro che potevano essere investiti nel futuro del Paese. Perfino il programma di Italia Bene Comune, se almeno la "ditta" che lo vendeva avesse mostrato di crederci, avrebbe portato qualche risultato in più. 
Ma al di là dei conti sbagliati, quel che è peggio è la miopia politica. Sia perché i conti giusti hanno cominciato a farli gli elettori. Sia perché l'Italia non è un mondo a se stante ma una (piccola) parte di un mondo globale, oltre che di un'Unione Europea (traballante ma non impotente).

Se guardiamo meglio i dati, scopriamo i segnali rivelatori di entrambi i fattori che sono alla base degli insuccessi cui assistiamo. I grafici, tratti dai dati ufficiali ISTAT, parlano da soli.
Il paese si impoverisce, il mercato interno langue. Ma la politica si rivolge altrove.


Intanto, l'export che ha sorretto il paese in questi anni di crisi è in calo e ne risente la bilancia commerciale.


3. Non si compete senza uno stato al servizio del sistema paese

Al premier che ama dividere la storia tra prima e dopo di lui questi grafici dovrebbero dare da pensare. La fase ascendente delle esportazioni è durata quasi ininterrottamente fino al secondo trimestre 2015. Da allora (quando non si parlava di Brexit o di altri shock negativi dall'esterno) traballa pericolosamente verso il basso.
Bene, si potrebbe dire in difesa di Renzi: non ha cambiato politica da allora, dunque non ne porta alcuna responsabilità. Ma non è così. Che non abbia cambiato politica è vero, ma nel senso che non ne ha avuta nessuna né prima né dopo. 
La differenza dipende dunque in effetti dal contesto esterno, ma in tutt'altro senso. E' successo che una parte del sistema produttivo italiano, che si era rimboccate le maniche e aveva retto la competizione globale, ha cominciato a perdere colpi perché il gioco si è fatto più duro. Perché cioè molti dei principali "competitor-Stati" sono scesi pesantemente in campo per sorreggere i rispettivi sistemi paese, alla faccia delle teorie imperanti sullo stato minimo e sui "passi indietro della politica". Mentre in Italia l'aiuto che il paese riceveva dal governo consisteva nella liberalizzazione dei licenziamenti e dei voucher e nella promessa di una riforma costituzionale che dovrebbe sostituire i senatori con i consiglieri regionali. Ossia, con una classe politica che ha richiamato l'interesse dell'elettorato soprattutto per l'attenzione che le hanno rivolto le Procure.

Ma gli effetti dell'internazionalizzazione non pesano solo sull'export.
A questo riguardo, per tornare alla metafora iniziale, una barca alla deriva diventa, per una parte fino al 30%, proprietà di chi la conduce in salvo. Ne sanno qualcosa quei capitani che un tempo si pensavano furbi (altro che "furbetti"!), oltre che "coraggiosi", ma oggi subiscono offensive ben orchestrate nelle telecomunicazioni, nell'acciaio, nell'intrattenimento, nell'aeronautica, dopo quelle degli ultimi decenni negli alimentari, nella chimica, nell'elettronica, nella grande distribuzione. 
Intanto chi dovrebbe investire preferisce esportare capitali.


È l'internazionalizzazione, figuriamoci! Ma se procede in un solo verso (e si è per di più dalla parte sbagliata...)

4. Dea Bendata e Avverse Sorti

No, non sempre ci si può affidare alla fortuna, come in questo caso, che le brutte notizie arrivano a Ferragosto e si spera passino di mente presto. Il documento di bilancio, per dire, è una scadenza che non può passare inosservata e arriva presto, ben prima del referendum
E quanto alla fortuna, gli amici di Renzi che scandagliano compulsivamente i social si saranno accorti che le associazioni di idee che circolano di questi tempi tra Renzi e Giochi Olimpici non sono esattamente un'ode al leader baciato dalla buona stella.
Roba da bassifondi della comunicazione, si intende. Ma chi nei social spaccia merce avariata, nella stessa moneta viene ripagato.



NOTE
1Per non ripetermi preferisco rinviare ai due post di inizio maggio in proposito, “Tagliando di primavera per governo e PD: altri passi verso destra.” e Ancora un venerdì 13. Numeri amari per il governo

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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