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Tira aria di autoritarismo. Un NO per fermarli

A gettare lo sguardo indietro per un attimo, si rimane colpiti dall'escalation delle argomentazioni portate dai fautori della riforma costituzionale.
Se ricordate, all'inizio era tutto un consultare, dibattere e controbattere. Il parere degli altri, i politici non di maggioranza, i tecnici, pareva contasse. Per una riforma tanto attesa, materia delicatissima, far bene era non meno importante che far presto. Così sembrava.

Ci si è accorti rapidamente che non tutti i pareri erano da ascoltare, che gli inviti erano un po' (troppo) mirati, che non si poteva andare per il sottile. Che, insomma, si era già diviso il campo, di ortodossi ed eretici (gufi che remavano contro, professoroni che si fermavano sui particolari), di maggioranza e opposizione (che non propone ma, lo dice la parola stessa, si oppone).


Si è così passati all'”ora basta, non c'è più tempo da perdere”. Discussione parlamentare strozzata e campagna d'ascolto archiviata. La riforma c'era, con un copyright (MEB) e tempi da rispettare.
In questa fase le argomentazioni non riguardavano il merito. Da quello ci si teneva rigorosamente alla larga. Il merito è banale, è scontato, non ammette contraddittorio. Tutti vogliono abbassare i costi della politica: ebbene, la riforma cancella i costi del Senato (pur non cancellando il Senato). Tutti vogliono evitare la farraginosità del bicameralismo paritario: ebbene, con la riforma il Senato perde (benché non del tutto) la funzione legislativa. Dunque la scelta è semplice, secca: o si cambia (come vuole “il Paese”) o si lasciano le cose come stanno. E il governo del cambiamento non aspetta, non si fa irretire dalle tattiche dilatorie escogitate dai conservatori.
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Qualcosa però ha cominciato a non andare come previsto. Perché gufi, professoroni e oppositori hanno continuato a battere con insistenza sugli argomenti di merito, senza mai ricevere risposte in tema, ma solo accuse, secondo lo schema manicheo: c'è chi vuole cambiare e chi no. E i sondaggi hanno cominciato a registrare un certo scontento tra gli elettori.
In fondo, non ci si poteva sorprendere visto che l'area più vasta era (ed è ancora) quella degli indecisi. E se uno ritiene di dover capire meglio, evidentemente non si accontenta delle tautologie “bisogna appoggiare la riforma perché … sennò non si riforma”. Vuole farsi un'idea: si riforma in meglio o in peggio?

È a questo punto che è scattato come un cortocircuito. Perché nel partito della riforma si è diffusa l'ansia di spiegare il merito, epperò man mano che si entrava nel merito il quadro appariva sempre meno neutrale, gli argomenti sempre meno banali e tutt'altro che scontati. Finché l'argomento principale non è diventato proprio quello che fin lì era stato accuratamente evitato, quello su cui gli oppositori della riforma avevamo lanciato l'allarme più alto, pur tenendolo sullo sfondo per paura di esagerare. È successo, cioè, che nel difendere la riforma la parola chiave è diventata “stabilità”: per essere “forti e credibili” in Europa. Non i costi della politica, non la velocità dell'iter legislativo, ma i poteri del governo.

Si è così fatto capire, anche ai più distratti, che il vero problema, se non passa la riforma, non è che schizzano in alto i costi della politica (l'effetto della riforma sarebbe trascurabile e perfino incerto) né che si rallenta l'attività parlamentare (questo governo, nonostante il record di voti di fiducia e di decreti, è quello che ha prodotto meno leggi, in tempi più lunghi). Il problema è che resta monca la legge elettorale; e che rimane inalterato il sistema dei contrappesi istituzionali (Corte Costituzionale e Presidenza della Repubblica). E che ci si trova davanti al bivio micidiale tra il passaggio a un diverso quadro politico, per tentare una riforma largamente condivisa, e il ricorso alle urne, con un Renzi ormai “nudo”, spogliato dei superpoteri di cui ha fatto sfoggio in questo biennio di mandato.


Il nesso riforma-legge elettorale, argomento caro alla minoranza PD (che lo ha scoperto solo dopo aver votato l'Italicum, ma pazienza), sempre respinto dai nuovi costituenti come non pertinente, ha così conquistato il centro della scena. Il disegno d'assieme degli equilibri e dei contrappesi, il rapporto tra stato e cittadini e, all'interno dello stato, tra i poteri in cui si articola, sempre scansato, in nome del pragmatismo, dal “governo del fare”, irrompe nella dialettica politica. Di più, c'è chi (MEB) si lascia scappare un'associazione di idee, tra un mondo occidentale sotto attacco da parte del terrorismo e la necessità di una concentrazione maggiore del potere: siamo in guerra, la Nato ci chiama, l'Europa ha bisogno di un'Italia forte. Finisce così per dare ragione a chi, a mezza bocca, aveva osato parlare di autoritarismo, sia pure come di un rischio sullo sfondo.

La democrazia non gode buona salute, in giro per il mondo. Questo è innegabile e deve certo preoccuparci. Ma le tentazioni e le suggestioni verso uno stato forte sono un rimedio peggiore del male, che fanno parte del problema e non certo della soluzione. Definire Al Sisi un amico, assolvere un regime che tortura a morte un giovane ricercatore italiano, è un segnale preoccupante. Così come prendere le difese di Erdogan, che mette a tacere tutte le espressioni sociali e politiche dell'opposizione e sospende la Convenzione UE sui Diritti dell'Uomo, in nome del fatto che è stato democraticamente eletto (tanto quanto lo erano Mussolini e Hitler ai loro tempi). Abbassare la guardia significa stare dalla parte sbagliata. Peggio ancora se anche noi, nel nostro piccolo, ci mettiamo a demolire gli equilibri istituzionali per dare forza a un governo pigliatutto. Per essere autorevoli. Cioè? Per sforare il deficit, per destinare una ventina di miliardi a salvare le banche, a tagliare l'Irap alle imprese e l'Irpef ai benestanti (e 200 milioni per la lotta alla povertà, riesumando la social card di Tremonti).

Risultati immagini per Giulio Regeni

Diciamola tutta. Il tema della personalizzazione da parte di Renzi (se perdo vado a casa) è, ancora una volta, un'arma di distrazione, anzi, una bufala. Sulla riforma non c'è stata personalizzazione ma, finalmente, politicizzazione. Non scontro tra “personae” (nel significato latino di personaggi, maschere) ma tra opposte visioni politiche, nel senso più alto del termine.
E acquistano dunque un senso, forte, i segnali che provengono dalla galassia dispersa della sinistra: ci si ricorda dell'anniversario (15 anni) dei fatti di Genova; si parte dai risultati delle elezioni amministrative per riprendere il filo dei movimenti che tra Beni Comuni e sindaci arancioni avevano decretato la fine del berlusconismo e acceso fiammelle di speranza in un cambio di rotta. Il tempo stringe, l'autunno è vicino, la coscienza della posta in gioco cresce (anche nei palazzi del potere, lo dimostra l'apprensione che si va diffondendo da quelle parti).


Non è un male. Avere chiara la dimensione del problema aiuta ad affrontarlo e a mobilitare le persone. Perché la partita che si sta giocando nel mondo, di cui l'Italia è parte, non si vince senza i grandi numeri. Non si vince se per milioni di persone non scatta la molla che fa sentire coinvolti, che porta a pensare, banalmente, che la vittoria del NO può cambiare in meglio il loro futuro.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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