Passa ai contenuti principali

Sul tripolarismo all'italiana (3). I soggetti della ricostruzione

Nei due post precedenti ho proposto una riflessione sul tripolarismo, caratteristico di questa fase della politica italiana, che in genere è dato per scontato senza approfondirne la natura, nonostante le anomalie da cui sembra caratterizzato.Non tanto per il polo di destra (quella “moderata” ha sempre avuto bisogno dell'appoggio di un'ala estrema) quanto per la natura del PD, nel momento in cui punta a riprodurre la DC nella Terza Repubblica: può essere definito un partito di sinistra? Anche se fa politiche di destra?

Risultati immagini per Lega e Forza ItaliaLa tesi che ho avanzato è che si tratti di un partito che, puntando a conquistare il consenso dell'elettorato su entrambi i versanti dello schieramento, non è una novità nell'Italia repubblicana (è stato il ruolo svolto dal dopoguerra alla fine dalla DC), né rappresenta un'anomalia, essendo presente in quasi tutti i sistemi politici, collocato al centro tra i due poli. L'anomalia è consistita semmai nel ruolo egemone della DC (in genere i partiti centristi svolgono un ruolo dio ago-della-bilancia). Pur avendo Renzi portato il PD a superare il 40% alle Europee, quel modello non è riproducibile nelle condizioni attuali (a meno di un'autodistruzione della sinistra o di una svolta autoritaria) e si può quindi ritenere che la parabola vada ad esaurirsi. 

Ma resta da chiarire, per il terzo polo, dove sia nascosta la sinistra e che natura abbia il polo 5Stelle.Risultati immagini per manifestazione PDQuanto alla sinistra, c'è da dire che la visione apologetica della globalizzazione si è scontrata con visioni alternative, che hanno fornito, degli eventi dell'ultimo decennio del secolo scorso, una descrizione tutt'altro che pacificata e priva di tensioni e contraddizioni. Da lì ha preso le mosse un movimento di protesta che esprimeva valori caratteristici della storia e della cultura di sinistra. Anche in Italia, nonostante la repressione culminata nei fatti del G8 a Genova. Fino a prendere corpo, dieci anni dopo, con il movimento per i Beni Comuni e per i sindaci cosiddetti “arancioni”.

Il potere ha risposto con le larghe intese e le politiche neo-liberiste, da Monti a Renzi passando per Letta, mentre le elezioni del 2013 hanno segnato la definitiva scelta di campo del PD, già dalla campagna elettorale di Bersani che guardava ai centristi e alla destra “moderata”.Risultati immagini per manifestazione 5 stelleIl “popolo della sinistra”, costretto di nuovo a un percorso carsico, rifluiva nel non-voto e nel Movimento 5Stelle, solo marginalmente rinnovando la fiducia alla sinistra tradizionale, dentro e fuori il PD. Il M5S si è trovato così, senza essere l'erede di quei movimenti (avendone però tratto ampiamente ispirazione alle origini), a raccogliere molte di quelle istanze, in un quadro che contiene tuttavia due evidenti motivi di contraddizione: la trasversalità (né dx né sx) e l'imperativo di “non contaminarsi” con altre componenti del sistema politico. Posizioni giustificate dal voler dare un'immagine di distanza da quel sistema ma insostenibili nel momento in cui si è chiamati a scelte di governo dei processi reali.

Si è aperta dunque una dinamica nuova, con cui deve fare i conti, con lungimiranza, chiunque abbia a cuore la rinascita di un polo di sinistra all'altezza dei tempi, segnati dalla globalizzazione. Partendo però, prima ancora che dalle dinamiche interne al sistema politico, da una ricerca attorno ai soggetti sociali che in questa fase sono portatori di interessi inconciliabili con l'assetto politico ed economico esistente. Quelli che hanno forti ragioni, e energia potenziale, per impegnarsi nella costruzione di un ordine alternativo ma pur sempre possibile.


I soggetti della ricostruzione della sinistra. Tra periferie e lavori “svalutati”.
Nella galassia della sinistra dispersa, due tesi prevalgono quando si parla dei soggetti sociali a cui rivolgersi. Una guarda alle periferie, in senso sia geografico (ai margini delle grandi città e dei territori urbanizzati, o nelle aree interne degradate) sia sociale (gli ultimi, gli esclusi, le persone in povertà assoluta). Un'altra immagina di recuperare il soggetto classico, il lavoratore vittima di sfruttamento, aggiornando tuttavia lo schema basato sull'interesse economico in senso stretto (ossia sul conflitto distributivo tra salario e profitto) per guardare alla condizione esistenziale in senso più ampio. Considerando cioè il lavoro non solo come fonte di reddito ma come presupposto per una vita sociale piena e degna e, in definitiva, per la realizzazione personale.

C'è anche chi, in un tentativo generoso di sintesi, prova a far coincidere le due visioni. Per Stefano Fassina, ad esempio (in un suo contributo, comunque stimolante, sulla piattaforma di Sinistra Italiana), il “popolo delle periferie culturali, economiche e sociali, non solo territoriali” è l'erede “degli interessi economici e sociali storicamente rappresentati dalle sinistre”: che hanno però, ormai da un quarto di secolo, abdicato al compito di rappresentarli. Oggi “la questione sociale, in sostanza la questione del lavoro, si identifica con le condizioni delle periferie”. La saldatura dei due aspetti e la ricostruzione di una capacità di rappresentanza passano per la riscoperta del conflitto come “strumento per arrivare alla cooperazione tra interessi diversi” ma anche per la sconfitta della soluzione neoliberista della svalutazione interna (ossia, del lavoro) indotta dall'adesione all'euro.

romaperiferia

L'unità da costruire, tra identità diverse, non coincidenti
Le due tesi sono però difficilmente riconducibili a unità. E richiedono, sia l'una che l'altra, un notevole sforzo di approfondimento per risultare utili alla comprensione di ciò che sta avvenendo e, a maggior ragione, al fine di orientare l'iniziativa politica.
Quanto al “popolo delle periferie”, ad esempio, non sembra si possa far coincidere con la categoria dei “nuovi sfruttati”. Neanche se si allarga il concetto di lavoro oltre i confini del mercato, o se si colloca lo sfruttamento non più nel lavoro ma nel mercato del lavoro, o nel consumo, o ancora (come pure sta avvenendo) nel credito. Nel senso che, se si mette al centro la condizione esistenziale degli strati ai margini (geografici e/o sociali), il concetto di sfruttamento coglie solo una delle molteplici facce del disagio, del malessere, del rifiuto.
Le sassate contro il vetro di un autobus che non collega al centro e passa per di più di rado, o i sacchetti di rifiuti lasciati per protesta fuori dai cassonetti, in mancanza di una differenziata promessa ma mai attivata, con i problemi di igiene e di decoro che ne conseguono, accomunano chi lavora e chi è disoccupato, il nativo digitale sempre connesso e l'anziano costretto in poltrona e collegato al mondo attraverso Mediaset.

Fermiamoci comunque sulla parte del mondo delle periferie e/o degli esclusi a cui è applicabile il concetto di “lavoro svalutato”. Considerarla una condizione unificante anche solo per questa parte, per l'insieme dei lavoratori, sarebbe comunque sbagliato. Il tema della qualità del lavoro, dell'alienazione (termine classico della tradizione marxista che non ha perso il suo significato profondo), non riguarda tutti i lavoratori allo stesso modo. Il lavoro non può essere “rivalutato” per tutti con gli stessi mezzi e con gli stessi risultati. E c'è un non-detto, quando si tocca questo tasto, un tema che la sinistra lavorista, tradizionale o nuova che sia, preferisce rimuovere: lo stato delle organizzazioni di massa che dovrebbero rappresentare, e quindi unificare, quegli interessi.
Se la sinistra tradizionale, come ho argomentato fin qui, adotta le ricette del neo-liberismo e arriva a portarle alle estreme conseguenze, il discorso sui sindacati ammette solo due ipotesi: o sono in qualche modo influenzati da quelle scelte o non hanno la capacità di influenzarle, almeno nella misura necessaria a salvaguardare le posizioni più deboli.
Il tema non è certo secondario, per non dire che si tratta di una delle questioni centrali, ma richiede di essere sviluppato ben oltre i limiti di questo contributo. Poiché però non vorrei meritarmi anch'io un'accusa di reticenza, proporrò due considerazioni, quasi in forma di enunciato.


Il lavoro, tra insider e outsider: un problema per la sinistra usato come arma di ricatto dalla destra.
La prima è che la questione, che ha ormai una lunga storia nel sindacalismo confederale, si presenta racchiusa in una formula, il rapporto insider-outsider, assai ingannevole. Non tanto perché lo sia in sé, ma perché si tratta di un binomio di cui si è molto abusato, nella pubblicistica mainstream, come argomento a favore della deregolamentazione, stravolgendone così il significato. Questo uso distorto e strumentale ha reso più difficile la riflessione e l'elaborazione che il problema, per la sua importanza, richiedeva. Anche se, a onor del vero, la parte più lungimirante del sindacato lo ha affrontato in termini ben diversi da quelli dei teorici della deregolamentazione oltre che con un approccio ben lontano dalle astrazioni ideologiche. Lo ha fatto con molto realismo, mantenendo cioè la questione della precarizzazione strettamente ancorata alla tutela dei settori che il sindacato rappresentava (e riusciva a tutelare) nei fatti. Che erano (almeno dalla fine degli anni Sessanta, da quando l'Italia è diventata a pieno titolo un paese industrialmente avanzato) i lavoratori dipendenti a tempo pieno della media grande industria e del settore pubblico.
In quella impostazione, la difesa degli outsider è fondamentale per gli insider rappresentati, non per un'astratta vocazione all'unità ma alla luce dei fini ultimi della destrutturazione / marginalizzazione di un'ampia fetta dell'economia e della deregolamentazione del mercato del lavoro.
Quei fini consistevano, da un lato, nell'allargare le occasioni per “estrarre valore” e profitti: trattenendo nella sfera del mercato settori a bassa produttività, che ne sarebbero stati esclusi in quanto tecnologicamente poveri perché ad alta intensità di manodopera; ovvero rendendo oggetto di transazioni economiche una serie di prestazioni, tipiche quelle dei servizi di cura alla persona, fin lì confinate nelle mura domestiche, o nella sfera dei rapporti interpersonali, comunque non retribuite.
Ma dall'altro lato, il fine che più interessava ai grandi gruppi economici e finanziari, era quello che la deregolamentazione avrebbe provocato sui salari dei settori meglio tutelati dalla contrattazione e dalle leggi sul lavoro: una spinta poderosa al livellamento verso il basso.
Quest'ultimo aspetto appariva quanto mai chiaro. Eppure nel quarto di secolo che è trascorso da quando il problema si è posto in tutta la sua rilevanza, il sindacato non solo non ha trovato il modo di difendere gli outsider ma ha anche subito in modo sempre più massiccio, e con difese sempre più deboli, le conseguenze della destrutturazione e della marginalizzazione sugli insider.

Qui cade la seconda considerazione, per avvicinarci alla risposta al dilemma iniziale. Riguarda il contenuto e gli obiettivi delle grandi battaglie di resistenza sindacale (anche da parte delle aree più radicali, soprattutto della CGIL).
Non possono esserci dubbi che il peso maggiore lo abbiano avuto quelle per respingere gli attacchi diretti alle tutele contrattuali o legali: contro l'abolizione delle indicizzazioni (scala mobile), contro la parametrazione dei rinnovi contrattuali sulle previsioni di politica economica del governo (inflazione programmata), contro l'abolizione dell'articolo 18, contro il decentramento della contrattazione a danno del contratto nazionale. Battaglie perse, ma prima ancora battaglie condivise e sostenute quasi solo dai diretti interessati, dagli insider.
Sull'altro piatto della bilancia c'è, come battaglia che toccava direttamente e pesantemente gli outsider, solo quella contro l'introduzione di rapporti di lavoro precari. Una battaglia sorretta da rare mobilitazioni di ampiezza paragonabile; combattuta nei luoghi di lavoro senza scaldare troppo i cuori dei colleghi “stabili” (salvo eccezioni nelle categorie del lavoro più “disperso”) e non di rado perfino osteggiate; portata avanti più che altro dalle centrali, confederali e di categoria, con strumenti prevalentemente cartacei, rivolti ai politici (spesso ex-sindacalisti) coinvolti nelle battaglie parlamentari.

4_large

Unificare la rappresentanza: un'idea illusoria. Ricercare piuttosto i terreni di convergenza.
Se si leggessero queste considerazioni come un atto d'accusa nei confronti di chi ha affrontato senza successo la questione dell'unità tra tutelati e esclusi, si commetterebbe un errore. Se di accusa si può parlare, riguarda semmai chi rifiuta ostinatamente di prendere atto dell'insuccesso e di tentare nuove strade. Soprattutto perché si lascia in questo modo campo libero a chi ha fatto del ritornello su insider e outsider un uso volutamente provocatorio e ha offeso l'intelligenza e la dignità di chi deve fare i conti con il clima da Far West che dilaga nel mercato del lavoro italiano, raccontando la favola delle “riforme per i giovani” e del “Jobs Act che abolisce le barriere”.
Meglio piuttosto levarsi dalla testa l'idea che il sindacalismo, quello che conosciamo (parlo di quello confederale, che ancora mantiene una rappresentatività all'interno della parte più strutturata dell'economia) possa unificare nel suo seno, con forme di rappresentanza efficaci, l'universo dei lavori nelle sue diverse forme e in particolare la parte che comprendiamo nel concetto di periferie. Perché è un'idea illusoria e fuorviante.
Meglio porsi il problema di come tornare a difendere efficacemente gli interessi dei settori protetti, che nel frattempo sono cresciuti come contenuti professionali, come condizioni lavorative e come tutela al di fuori dell'ambito lavorativo. E riuscirci prima che si diffondano modelli di rappresentanza “non-union” (extra-sindacali), che non hanno nemmeno più un contenuto e una finalità ostile a quella union (salvo l'effetto collaterale ... di tendere a sostituirla). E, partendo da lì, studiare i modi per stabilire un rapporto virtuoso, collaborativo, tra questa funzione di rappresentanza e quella che deve vedere protagonisti (non solo target ma attori) i lavoratori inseriti in contesti di lavoro junk (spazzatura, termine classico che sta però lasciando il posto al più crudo bullshit nei testi sull'argomento).

Anche all'interno dei sindacati confederali convivono, in aree quasi interstiziali, esperienze (e soggetti) appartenenti a queste categorie. Nel commercio e nei servizi, nell'agricoltura, nell'edilizia. Ma la ricetta non è ancora messa a punto, e neppure sperimentata. Le soluzioni sarebbero a portata di mano, a condizione di cominciare a guardarsi intorno con occhi nuovi. Ci tornerò nella prossima, ed ultima, parte di questo contributo: non prima però di aver concluso il ragionamento sulle periferie, andando oltre i confini del mondo del lavoro senza qualità.


 I soggetti delle periferie, oltre la superficie. I marginali istruiti e aggiornati...
Che la sinistra debba andare a scovare i nuovi soggetti del cambiamento nel mondo degli ultimi è una verità incontestabile (verrebbe meno l'equazione tra sinistra e principio di eguaglianza) ma assolutamente parziale.
Deve, anzi, cominciare da se stessa. Dai militanti più attivi, dall'elettorato più reattivo, più disponibile a mobilitarsi sui grandi temi, dell'ambiente, della pace, della giustizia sociale, dei diritti civili, della democrazia.
Deve guardarsi allo specchio. Si riconoscerebbe così come un corpo sociale piuttosto omogeneo: ceto medio istruito e (per quanto lo si può essere in Italia) cosmopolita. Nelle riunioni si parla la lingua italiana, si usano le tecnologie di comunicazione più avanzate, si è connessi h24 o giù di lì (le notifiche notturne degli smartphone disturbano il sonno, soprattutto se i messaggi provengono dalle parti di Renzi).
Deve però risolvere un problema. Scrollarsi di dosso il peso dell'iconografia classica (che unisce sia i don Camillo che i sor Peppone) sugli intellettuali. Descritti attraverso l'immagine dei rivoluzionari da salotto (riesumata di recente dal Bambea di Guzzanti): con danni limitati perché, seppure poco simpatici, rappresentavano un fenomeno limitato. Ora però la sovrapposizione si è allargata all'immagine dei politici, ben più numerosi e oggetto di esecrazione assai maggiore. Dai giovani rampanti che si fanno largo nelle cordate locali ai leader da salotto televisivo, sono identificati come una casta che ha fatto della funzione di rappresentanza istituzionale una fonte di arricchimento: lecito o illecito, non cambia molto, rientrando nella sfera del lecito tutta una serie di privilegi e di abusi che destano scandalo.
Quello che deve far riflettere, è che i nuovi “intellettuali” sono radicalmente diversi da entrambe le figure a cui sono accomunati.
Dalle figure classiche dei “radical-chic” li distingue la condizione sociale. Nè l'accademia, né i media, né le professioni, sono più in grado di offrire opportunità di realizzazione e di crescita. È proprio in quei mondi che l'ascensore si è bloccato al piano e non si muove, se non aiuta la condizione di partenza familiare. Per chi non sceglie la strada dell'estero, epperò non si rassegna e non cede alla tentazione del downgrading (del progetto di vita, più ancora che del reddito atteso) è facile che il futuro riservi una delle forme di sfruttamento più acuto. Fare ciò che piace, o ciò per cui si è portati o ciò su cui si sono investite energie fisiche o intellettuali, può significare sottostare a condizioni economiche e di vita al limite del disumano, fino ad accettare di lavorare senza compenso. Arrivando al paradosso di figurare come parassiti del consesso sociale essendo viceversa vittime del massimo sfruttamento (il lavoro per il tornaconto di altri senza compenso è una riedizione della schiavitù). Le trappole peggiori sono nascoste nei settori della produzione artistica (e della creazione in genere) e nello sport, dove si possono ancora proporre modelli estremi di ricchezza e di successo (che accademia, media e professioni non offrono più). Ma trappole ancora più pericolose le offrono le grandi organizzazioni criminali, che hanno bisogno di apporti professionali elevati, da remunerare a condizioni che l'economia legale raramente può permettersi.

Dai politici li distingue l'attaccamento al progetto di vita, alla realizzazione di sé. Il DNA, se si vuole. Perché loro, gli “istruiti sempre connessi”, sono in grado di proiettare il proprio progetto di vita entro il progetto di una società diversa, ma possibile, che può realizzarsi solo con una politica diversa. Radicalmente alternativa.


… e gli ultimi. Di nuovo, alla ricerca di convergenze
Che cosa lega, o può legare, questi soggetti ai marginali, agli ultimi?
La risposta può venire solo dall'abbattimento delle barriere create ad arte per tenere separati i due mondi, quindi dal superamento di quella “falsa coscienza” che impedisce di vedere l'interesse comune di cui si è portatori.
Occorre però strappare anche il sipario che nasconde alla vista le complicità, le cointeressenze, gli interscambi che legano i diversi “mondi di sopra”, tra loro e con il “mondo di sotto” che a loro è asservito (e che con gli ultimi spesso finisce per mescolarsi).

Se una conclusione si può trarre da questa parte del ragionamento è allora questa: che se si vogliono individuare i soggetti potenzialmente interessati al cambiamento radicale dell'assetto sociale che si è affermato con la globalizzazione, in una prospettiva informata ai valori storicamente propri della cultura di sinistra, ebbene, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Niente di più sbagliato che voler trovare quello unificante o quello portatore "in sé, dei valori "giusti". Lo sforzo da fare è invece quello di trovare i tratti unificanti e le strade della convergenza attorno a un progetto (una visione, una utopia, o come altro volete chiamarla) possibile (realistico, realizzabile) e convincente.

Ma su quest'ultimo punto occorre insistere, prima di concludere questo lungo discorso.

Credits. Le immagini sono tratte da "Riscoprire il senso delle periferie" di Enzo Scandurra

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…