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Sul tripolarismo all'italiana (2). La diaspora della sinistra

     
Nel post precedente ho provato ad avviare una riflessione sul tripolarismo che caratterizza in questa fase la politica italiana, come dimostra il voto delle grandi città, confermato da autorevoli sondaggi sul piano nazionale.
Sono partito dalla constatazione che questo dato, rilevato da tutti, è divenuto un assioma, che non ci si sforza di approfondire. Nella versione più banale è spiegato come l'intrusione di un terzo incomodo (i 5S) tra i due poli classici dx e sx. Ma è davvero così?
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Il polo di destra non si discosta molto dallo schema tradizionale se non per la novità di un rapporto tra destra “storica” e ala estrema, in cui quest'ultima, in versione fascio-leghista, ambisce alla supremazia, sull'onda delle fortune elettorali del populismo-nazionalismo, Ma il cuore del problema sta nella natura del PD nel momento in cui punta a riprodurre la DC nella Terza Repubblica: può essere definito un partito di sinistra? E se fa politiche di destra è solo per mediare con Alfano e Verdini (che insieme fanno il 2%)?
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Allargando appena lo sguardo alla nostra storia recente, si deve dire che un partito che punti a conquistare il consenso dell'elettorato su entrambi i versanti dello schieramento è sempre esistito nell'Italia repubblicana. E che non è un'anomalia italiana, essendo presente in quasi tutti i sistemi politici, sia maggioritari che proporzionali, al centro tra i due poli. Che di anomalia si può semmai parlare per la posizione egemone occupata dal partito centrista (la DC), fino alla fine della guerra fredda, con i due poli nel ruolo di comprimari, quando in genere i partiti centristi svolgono un ruolo di ago-della-bilancia, giocando sulla rendita di posizione di cui possono godere quando nessuno dei due poli è in grado di governare da solo.

Risultati immagini per grilloLa conclusione di questa prima parte di ragionamento è che, pur avendo Renzi portato il PD a superare il 40% alle Europee, quel modello non è riproducibile nelle condizioni attuali: a meno che la sinistra non si autodistrugga come espressione politica o che una coercizione autoritaria non privi dei diritti politici gli strati sociali che possono trovare solo a sinistra una risposta. Non è plausibile. Si può anzi ritenere che, in tempi non troppo lunghi, la parabola si esaurisca riportando il centrismo entro i confini tipici della destra moderata destinata al ruolo di ago della bilancia.

Se si assumono queste premesse, i problemi da affrontare per completare il quadro riguardano il terzo polo e hanno due facce: da un lato, dove è nascosta la sinistra, dall'altro, come definire le caratteristiche del polo “pentastellato”.


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La sinistra nel mondo dopo il 1989.
Il discorso sulla sinistra ha una dimensione globale, planetaria, ed è oggetto di uno sforzo di analisi imponente, a cui il pensiero politico italiano non dà il contributo che ci si aspetterebbe guardando alla storia passata. Non avrebbe minimamente senso pretendere di fornire un contributo originale in questa sede ma si può tentare qualche osservazione su ciò che è sotto i nostri occhi, provando a tener conto degli schemi interpretativi che godono di maggiore attenzione e consenso.

Partirei da una constatazione su cui mi sembra si possano nutrire pochi dubbi. Dopo la caduta del Muro di Berlino, la visione apologetica della globalizzazione si è scontrata con visioni alternative, che hanno riletto gli eventi dell'ultimo decennio del secolo scorso fornendone una descrizione che evidenzia una realtà tutt'altro che pacificata e priva di tensioni e contraddizioni. Così facendo, hanno favorito una presa di coscienza da cui hanno avuto origine nuovi conflitti, che si sono scatenati in seno al processo di globalizzazione.
Non è possibile rintracciare una cifra ideologica dominante, o solo prevalente, in queste visioni e in questi movimenti. Ma resta il fatto che il processo di globalizzazione non ha prodotto nel suo seno soltanto il risorgere di nazionalismi e fondamentalismi, segnali di una reazione dal segno inequivocabile di destra, perché contemporaneamente si è andata consolidando anche una concettualizzazione, e un movimento di protesta che, nel mettere in evidenza i limiti e le contraddizioni della globalizzazione, assumeva un punto di vista in cui possiamo rintracciare valori caratteristici della storia e della cultura di sinistra.
È evidente il rischio di restare, con una simile affermazione, su un piano di discorso sfuggente, troppo generico. Proviamo però a mettere in fila qualche tema: come quello della lotta contro la disuguaglianza e contro tutte le forme di discriminazione, insieme con il richiamo ai principi della sostenibilità ambientale e responsabilità intergenerazionale. Ancora: l'affermazione della democrazia rappresentativa sostenuta dall'attivazione civica e dalla promozione delle organizzazioni di interesse. Ovvero, la contestazione radicale del dogma della capacità dei mercati di autoregolarsi insieme con la rivendicazione di un ruolo, non solo dello stato in tutte le sue articolazioni, ma delle nuove forme di organizzazione collaborativa dei processi economici, come soluzione (e alternativa) alle contraddizioni, le ingiustizie e le inefficienze dell'economia, gestita dalle elite internazionali secondo i dogmi del neoliberismo. Pensiamo all'obiettivo di garantire a tutti i cittadini la disponibilità dei beni comuni e di quelli essenziali, come mezzo per la tutela reale dei loro diritti, universalmente riconosciuti ma di fatto negati, insieme con il contrasto ad ogni forma di spreco e distruzione di risorse. E, per non andare avanti troppo a lungo, a quello della promozione del sapere e della conoscenza, insieme con la diffusione libera di informazioni accessibili senza barriere.
Si tratta solo, se vogliamo, di un elenco di parole chiave, che non compongono certo una nuova mappa sistematica del pensiero di sinistra. Ma difficilmente si potrebbero avanzare dubbi sulla loro matrice culturale. E con ogni probabilità troverebbero posto nella rappresentazione del sistema di valori di riferimento che potrebbe dare un elettore che si dichiari di sinistra.



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La sinistra in Italia dopo il 2001
Poniamoci allora una domanda banale: quali formazioni politiche in Italia hanno assunto questi valori, coerentemente, come direttrici fondamentali della propria azione? Solo partendo da qui può trovare risposta anche la domanda sulla sinistra. Ma, ad essere onesti e rigorosi, la risposta dovrebbe essere: “nessuna”.
Al più si è trattato di un fiume carsico che ha scavato nelle diverse articolazioni della politica e della società italiana, emergendo in momenti di singolare visibilità, come è stato per il G8 di Genova sull'onda delle precedenti manifestazioni a Seattle, senza acquistare forma organica, senza assicurare continuità, senza riuscire a reggere l'urto di una repressione brutale.  

È stato solo attorno al 2010-2011 che questi fermenti hanno trovato un momento di sintesi visibile e di traduzione in iniziativa politica, con la raccolta delle firme per i referendum attorno ai beni comuni, con le elezioni amministrative, con la successiva vittoria al referendum stesso, per finire con la caduta del governo Berlusconi.
Quel governo, che la sinistra aveva allontanato dal potere per un attimo nel 2006, confermandosi però incapace di costruire un'alternativa stabile e convincente in un breve arco di tempo, era ormai sull'orlo del collasso per le sue contraddizioni interne e per l'incapacità di affrontare la crisi. Mentre però la sinistra tradizionale tentava di farlo cadere attraverso le dinamiche interne ai palazzi del potere, quei movimenti e quelle manifestazioni, segnalavano una crisi incontestabile in termini di consenso popolare che ne avrebbe decretato la fine anticipata anche sul piano istituzionale. 
Invece, la reazione di quella sinistra, che (non dimentichiamolo) stava recuperando in Italia la dottrina socialdemocratica come collante della tradizione ex-DC e ex-PCI proprio nel momento in cui quella dottrina aveva perso qualunque connotazione alternativa al mainstream neoliberista, si è concentrata subito sul depotenziamento di quei movimenti. Sul piano istituzionale, attraverso la soluzione politico-parlamentare della crisi senza il passaggio elettorale (“per non turbare i mercati” sentenziava il presidente Napolitano); sul piano politico, tentando di presentarsi come continuazione e eredità di quei movimenti con la coalizione Italia Bene Comune alle elezioni politiche del 2013, nel tentativo di riportarlo nel proprio alveo (e sotto il proprio controllo).

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La sinistra in Italia dopo il 2011
Operazione riuscita, si dovrebbe dire, alla luce degli avvenimenti del 2013-2014 fino alle elezioni europee. Il governo di emergenza, di unità nazionale tra partiti dalle visioni (teoricamente) opposte, diventa governo di legislatura. Le visioni si unificano nel segno del neo-liberismo e le politiche, condivise e rivendicate con orgoglio, sono quelle di destra che tutti sappiamo. Con tutto ciò, non solo l'opposizione è messa ai margini senza una reazione popolare in grado di incidere, ma il Partito della Nazione, riedizione del centrismo, supera la soglia storica del 40%, limite superiore del consenso raccolto dalla DC della Prima Repubblica. Dove sono finiti i fermenti del 2010-2011, dove è finito quel movimento che nelle amministrative si era identificato come arancione? Scomparso? Volatilizzato? Folgorato dalle ricette, o dagli slogan sul #cambiaverso del renzismo? Miniaturizzato dentro gli spazi angusti di Rivoluzione civile o dell'Altra Europa?

Nessuna di queste è una risposta appena plausibile. Un movimento in grado di prevalere in città come Napoli, Milano e Cagliari e di vincere un referendum, contro le previsioni, non scompare, non evapora. Le narrazioni menzognere possono irretire, anche più di qualche individuo, ma non una massa di persone dalle convinzioni alquanto marcate. E quanto alle formazioni di sinistra, non è difficile rendersi conto che la storia politica e professionale dei protagonisti, l'agenda su cui si sono ritrovati a convergere e la base elettorale che le varie componenti “portavano in dote” rappresentavano appena uno spicchio della realtà di quel movimento.
La verità, banale e ampiamente riconosciuta dagli osservatori più attenti, è che quel movimento è andato a ingrossare massicciamente, da una parte, l'area del non-voto (con un picco ineguagliato nelle elezioni che si sono tenute appena dopo le europee in quella che fino allora era stata la regione più politicizzata d'Italia, l'Emilia-Romagna), dall'altra, in particolare nelle politiche del 2013, l'elettorato del Movimento 5 Stelle. Analizzando poi il risultato finale in relazione all'andamento dei sondaggi pre-voto, appare evidente come in questo ultimo caso lo spostamento più rilevante si sia avuto nel corso della campagna elettorale, con un crescendo nelle ultime settimane, quando l'ansia di rassicurare l'elettorato moderato ha portato il gruppo dirigente del PD a sposarne in modo ostentato le posizioni. E a rivelare così tutta la distanza politico-culturale che lo separava dalla cultura caratteristica del movimento che le parole chiave "Bene Comune" avrebbe preteso di inglobare.


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Il polo "pentastellato"


Se ne deve dedurre che il Movimento 5 Stelle rappresentasse allora, e rappresenti oggi, l'interprete più fedele di quelle posizioni e di quella storia? Nossignore. Tuttavia, nonostante la massiccia propaganda tesa a mettere la sordina su questi aspetti per privilegiare il ritratto più comodo offerto dai Vaffa-day, di un movimento di protesta sguaiata, chiunque conosca un minimo la storia del movimento sa perfettamente per quanta parte, alle sue origini, abbia tratto alimento da fenomeni come “Occupy Wall Street” e il Movimento 99%. E come la richiesta di Grillo di candidarsi alle primarie del PD fosse una mossa ingenua (forse) ma volutamente indirizzata a un bersaglio che rivelava un disegno tutt'altro che estemporaneo.
Non era però l'erede, né la continuazione sotto spoglie differenti, di quel movimento, e questo, ritengo, per due ragioni principali. L'asserita trasversalità e l'autosufficienza.
La trasversalità, consistente nel dichiararsi “né di destra né di sinistra”, non sembra abbia avuto matrici ideologiche o culturali mentre si spiega piuttosto come una scelta di posizionamento dettata esclusivamente da valutazioni di opportunità tattica. La destra era quella del Berlusconi contro il cui governo stava montando un rigetto diffuso anche nei settori che tradizionalmente avevano puntato sul “Cavaliere”. E la sinistra era quella che aveva tradito le aspettative di chi aspirava a vedere realizzato un cambiamento radicale di prospettiva ovvero di chi, in altre parole, si era riconosciuto nell'onda arancione e aveva riposto speranze in quel movimento.
Stesso discorso per l'autosufficienza. Allearsi significava contaminarsi, scendere a compromessi con qualche pezzo di quel sistema politico da cui occorreva marcare una distinzione netta.

La strategia di conquista del consenso studiata dai vertici del M5S lo escludeva, come escludeva qualunque caratterizzazione che potesse alienare simpatie all'interno del vasto mondo, assai variegato, che non ne poteva più di Monti, del rigore, dell'emergenza. Tra quei soggetti che assistevano a scelte politiche che anziché contrastare la crisi consentivano agli strati più ricchi della società di arricchirsi ulteriormente. Nel ceto medio in sofferenza, oltre che nell'area crescente della povertà, non solo relativa ma assoluta, che si vedeva costretta ai margini mentre aumentavano a livelli insopportabili le distanze sociali.
Se questa analisi sulla natura del polo “pentastellato” è condivisibile, se ne devono trarre alcune conclusioni. La prima, che non si può liquidare la loro politica come ingannevole o traditrice, nei confronti delle premesse gettate da quello che per comodità abbiamo definito come movimento arancione. E che in ogni caso la loro offerta politica ha fatto breccia su una parte non marginale di quel movimento, e per essere più precisi, sulla parte maggioritaria all'interno di chi non ha rinunciato all'esercizio del diritto di voto. La seconda è che l'aver rinunciato a scegliere una collocazione ha permesso di allargare la base di consenso fino agli scontenti della destra ma non consente di mantenere questa pretesa neutralità di fornte alle scelte che un impegno di governo, a qualunque livello, porta con sé (e anche atti impegnativi, benché non di governo, possono dare un segno che lascia traccia, come l'aver scelto l'Ukip in Europa anziché i Verdi reclamati dalla base).

Ciò non toglie che ci sia un livello basilare che oggi la politica non assicura ed è la buona amministrazione, ovvero il recupero della natura di servizio della funzione di rappresentanza e di governo. E che fin lì il M5S potrà effettivamente conseguire successi e raccogliere consensi. Ma è solo un primo passo e la gravità della situazione sociale ed economica accelera i tempi e costringe ad affrontare in breve tempo scelte molto più impegnative. Qui la terza considerazione: l'obbligo di scegliere porterà sia a caratterizzarsi che a contaminarsi: e si scoprirà se il M5S vorrà e saprà rientrare nel solco in cui oggi si va ricostruendo una sinistra, non solo in Italia. Oppure se vedrà “rompersi le righe” in un nuovo processo di rimescolamento.

E ora?
Queste incognite sono solo una parte di quelle che il futuro dovrà chiarire.
Sarebbe sbagliato relegare in secondo piano il tema dei 5Stelle, ovvero, all'opposto, puntare su una soltanto di queste scelte, come soluzione preferibile nell'ottica di una ricostruzione della sinistra. L'importante è non allentare la presa su queste contraddizioni: senza concedere sconti in una sorta di legittimazione ritardata, viziata da opportunismo, ma senza neppure considerare il M5S come un ostacolo “a prescindere”, avversario da battere e su cui prendere il sopravvento.
Una questione centrale che ci si deve porre attorno al “da farsi” sta però a monte rispetto al quadro delle forze politiche in campo e riguarda i soggetti, le forze motrici che possono alimentare e rendere concreto il processo di ricostruzione di un polo di sinistra nel nostro paese.
Il dibattito è aperto, la questione richiede un dibattito largo, approfondito, con spirito collaborativo (e strumenti adatti a questo scopo) per un punto di approdo che sia quanto più condiviso.

Un'ultima parte di ragionamento va dedicata dunque a questo tema, per portare il classico mattoncino

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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