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L'occupazione da Monti e Renzi

Negli ultimi giorni si sono lette un bel po' di informazioni statistiche e previsioni sull'economia, nazionale e mondiale, rilasciate contemporaneamente da varie fonti (ISTAT, OCSE, Banca d'Italia, INPS). Il dato che sembra più incoraggiante per l'Italia è quello sull'occupazione, che torna ai livelli del primo semestre 2012, ma per una volta il commento di Renzi si limita a un tweet (a parlare ci pensa l'immancabile Poletti, con i soliti toni trionfalistici).
In effetti, dovrebbe essere chiaro ormai che il numero degli occupati si è stabilizzato dalla metà dell'anno scorso, una volta esaurito l'effetto propulsivo del bonus assunzioni, e che non è affatto consigliabile lasciarsi andare a previsioni sul futuro dopo dieci mesi di oscillazioni attorno ai 22,5-22,6 milioni di occupati. Se non altro perché il quadro di insieme è tutt'altro che incoraggiante e ogni qualvolta il governo si sbilancia in previsioni ottimistiche i fatti si incaricano regolarmente di smentirle costringendo a rivederle al ribasso.
Risparmiamoci quindi di commentare una volta di più i dati mensili sulle forze di lavoro, così come quelli sul PIL del primo trimestre (esattamente in linea con le anticipazioni). Si può dire semmai che è rimasto solo il MEF a insistere su una previsione di crescita per quest'anno dell'1,2% (già rivista al ribasso da quella su cui si è costruita la legge di stabilità 2016) praticamente irrealizzabile sulla base dell'andamento di inizio anno.
Sarebbe invece il momento per allargare un po' lo sguardo alle tendenze di lungo periodo dell'occupazione. Quello che serve è un bilancio del periodo in cui sono state applicate le ricette europee, condite in salsa larghe intese. Un bilancio del periodo che va da Monti-Fornero a Renzi-Poletti. E' ora di farlo, i dati (le "evidenze") sono abbondanti anche se resta ancora oscurato dalle narrazioni sul nuovo e sul cambiamento. Qui, per cominciare, mi limiterei a richiamare due dati macroscopici (e incontrovertibili).

1. Ora che ci siamo attestati di nuovo sul dato precedente alla lettera della troika e alle misure di Monti e Fornero, restano comunque sul terreno 6-700mila posti di lavoro rispetto all'inizio della crisi (metà 2008): due terzi, grosso modo, di quelli perduti da allora non sono stati recuperati e solo i più ottimisti sognano che ci si possa arrivare nei prossimi 5 anni.
2. Rispetto al 2012, il dato totale corrisponde: ma la composizione è diversa assai. Diminuiscono di quasi 800mila unità gli occupati under 35 e di poco più di 600mila quelli tra 35 e 50 anni. Aumentano di 1,3 milioni quelli tra 50 e 64 anni e di 100mila gli over 65.

Erano anni che ci si lamentava perché le statistiche sull'occupazione degli over 50 vedevano l'Italia agli ultimi posti in Europa e si auspicavano politiche più incisive per l'invecchiamento attivo. Ci ha pensato il duo Monti-Fornero a innalzare il dato statistico, senza intervenire sull'invecchiamento attivo ma innalzando l'età pensionabile. Così è apparso evidente che in Italia nemmeno per l'occupazione giovanile esistono politiche appena un po' efficaci: si sono semplicemente sostituiti lavoratori giovani con anziani. Che sono magari più esperti ma in genere meno creativi e, soprattutto, più cari. Come ulteriore conseguenza si è avuta così una pressione feroce sulle retribuzioni dei giovani, oltre che sui loro diritti e in definitiva sul loro futuro.

Composizione degli occupati per fascia di età - 1/2012 - 4/2016
Fonte: ISTAT


Non dovrebbero sussistere dubbi sul segno politico della riforma delle pensioni e del Jobs Act, che hanno segnato la stagione politica delle larghe intese da Monti a Renzi. La destra che oggi governa l'Europa non manca di ricordarcelo. Ma non dovrebbero esserci dubbi nemmeno sugli effetti che quelle riforme hanno prodotto, anche se si cerca in tutti i modi di confondere le idee ai cittadini.
Le storture e le iniquità della riforma delle pensioni sono addirittura vistose ed è diventato impossibile nasconderle, ma si continua a promettere una revisione (marginale, si intende) che non arriva. Si va avanti con i cosiddetti “interventi di salvaguardia” (6 più 2 revisioni) che sono arrivati finora a toccare poco meno di 200.000 lavoratori senza che sia affatto risolto il problema di fondo.
Per il Jobs Act si è continuato invece a far finta che vada tutto bene, salvo cominciare nelle ultime settimane a parlare, sottovoce, della necessità di un “tagliando”. Nessun ripensamento sul cuore della riforma, il suo biglietto da visita, lo smantellamento dei residui argini giuridici contro la pratica dei licenziamenti discriminatori. Ha avuto però un certo impatto mediatico l'esplosione dei voucher, che del Jobs Act rappresenta l'altra vera novità sostanziale. Non è passata inosservata la crescita dai 36 milioni del 2013 agli 88 milioni del 2015, utilizzati per retribuire da poco più di 500mila (2013) a 1,26 milioni di lavoratori (2015). Senza contare che più di 10 milioni di voucher acquistati dagli imprenditori ma non ancora riscossi dai lavoratori danno un bel po' da pensare.
Voucher acquistati e riscossi 2013-2015
Fonte: INPS

Dietro il dato quantitativo - dell'occupazione tornata ai livelli di prima del crollo provocato dalle politiche di austerità mirate alla svalutazione dei salari - c'è dunque un dato qualitativo che dovrebbe dare luogo a una reazione politico sociale, ma anche culturale, di cui non c'è invece traccia. E non basta certo fare il tifo per le lotte sindacali che agitano la Francia (isolate, del resto, in Europa non meno di quanto siano rimaste isolate le lotte dei cittadini greci contro lo strangolamento finanziario).
Se il recupero sul livello del 2012 è costato caro (una dozzina di miliardi di bonus assunzioni) alle casse dello Stato (e quindi alle tasche dei cittadini), è costato ancora più caro a quei settori della nostra società che hanno subito la perdita di lavoro, di reddito, di diritti. E se alla destra più genuina i diritti possono apparire un lusso in tempi di crisi, si guardi allora al reddito: le retribuzioni orarie lorde di fatto, nell'insieme di industria e servizi, nel 2015 sono tornate indietro rispetto al 2014 (di 2,5 punti), restando un po' al di sotto perfino di quelle del 2013.

Fonte: ISTAT
Per un governo che si dichiara di sinistra, non c'è che dire, un successo innegabile.
Ma è il governo degli 80 euro, direbbero dal Partito della Nazione.
Appunto. Infatti, sulla qualità di quella misura – di cui si comincia a intravedere qualche pasticcio ora che si scopre che devono restituirli 1,5 milioni di lavoratori, tra cui non pochi incapienti, ossia persone al limite inferiore della fascia di reddito – sarà il caso di tornare. Come promesso nell'ultimo post, il tema del confronto tra la destra berlusconiana e il Partito della Nazione merita di essere approfondito, avvolto com'è dalla cortina fumogena di narrazioni apparentemente contrapposte ma concordi su un punto: togliere la parola alla sinistra. Che l'ha un po' persa di suo, ma non si sa mai...

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Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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