Passa ai contenuti principali

Il tripolarismo anomalo della politica italiana.

I commenti più letti e più sentiti sul voto amministrativo, a parte i “promo” della Renzi&Co sulla “vittoria del cambiamento” e le folgorazioni sulla “vendetta delle periferie”, sono quelli sul trionfo definitivo del tripolarismo, che si consolida e definisce la nuova costituzione materiale.
Sembra tutto così chiaro. Ma di che poli stiamo parlando? e gli schemi classici (binari) destra-sinistra, servono ancora a qualcosa o sono da buttare?
Faccio parte della schiera di quanti sono convinti che quegli schemi siano tuttora quelli che sorreggono la dialettica politica, finché ce ne sarà una (ancora per un bel po', credo) a dispetto dei teorici della fine della storia. E che però si evolvano come si evolve la società (e il pensiero che riflette su di essa). Occorre perciò guardare più a fondo nel tripolarismo all'italiana per tentare di definire meglio ciascuno dei tre poli, con l'occhio rivolto soprattutto alla sinistra. Dove si è nascosta?
Per arrivare alla risposta a questa domanda occorre partire da quelle che sembrano le anomalie più vistose dello schema tripolare all'italiana. Che non è formato da una destra, un centro e una sinistra, come avviene in tutti i sistemi in cui il consenso elettorale si distribuisce su tre poli. Da noi i conti non tornano perché il PD, cui spetterebbe il posto a sinistra, ha una vocazione trasversale, da DC della Terza Repubblica, mentre il polo M5S, dichiaratamente trasversale, sfugge allo schema tripartito classico.


1. La destra tra doppiopetto e fascio-leghismo
Prima di rivolgere l'attenzione al PD, cui è dedicato questo post, qualche rapida considerazione va dedicata al polo Salvini-Berlusconi, che non richiede strumenti di analisi particolarmente originali. Fa parte della storia dell'Italia unita, una destra in doppiopetto che si appoggia, per colmare le sue debolezze di consenso e di prospettiva politica, su una frazione autoritaria e illiberale, che in alcune fasi prende il sopravvento (fascismo) o rischia di prenderlo (pulsioni golpiste in era democristiana).
Lo schema ha solo bisogno di un aggiornamento per tenere conto dell'effetto che ha, su questa dinamica, la crescita di consenso dei movimenti populisti-nazionalisti in Europa (oltre che in altre aree come il Vicino Oriente, o il “profondo sud” del Nordamerica). Salvini avanza pretese, le evoluzioni future meritano attenzione perché da quel versante l'Italia è alquanto esposta a sorprese spiacevoli. Staremo a vedere, comunque è una destra dalla matrice ben individuata.

2. Il PD e le politiche di destra: non mediazioni ma scelte strategiche
Diverso, alquanto più complesso è il discorso sul PD.
Risultati immagini per Renzi Monti e LettaSenza andare troppo in là nel tempo, a cercare genesi e prodromi, possiamo dire che dalle larghe intese in poi (governi Monti, Letta e Renzi) fa politiche di destra.
In tutta una prima fase l'alibi era l'esser costretti a mediare, anche se il Bersani della campagna elettorale 2013 si ricorda per un “se avremo il 51%, in ogni caso governeremo come se non avessimo la maggioranza”. La mediazione dunque si presentava già come un'opzione strategica più che come una costrizione. Nell'apoteosi del Renzi vincente questi alibi cadono definitivamente e quelle politiche sono rivendicate come giuste in sé. Valide in assoluto, per giunta, in quanto prive di alternative e, pur risalendo in gran parte all'Ottocento, perfino innovative.
Le leggi che sono state assunte come vanto dell'attività di governo nel biennio renziano sono risultate più spinte (più estremiste e più ideologiche) di quelle compiute dai governi dichiaratamente di destra (Berlusconi). Dal sociale al lavoro, dalla famiglia all'economia e all'ambiente le prove sono, oltre che numerose, univoche. Non vale neanche più la pena di elencarle. Né è il caso di dilungarsi più di tanto su quei pochi interventi a cui è stata attribuita una qualche qualità progressista, modernizzatrice. di giustizia sociale se non proprio di sinistra. Come il bonus 80€: presentato come un risarcimento per chi aveva sostenuto i costi della crisi, ma studiato in realtà per selezionare il target al centro della scala dei redditi, lasciando fuori la parte di gran lunga maggiore degli strati sociali più deboli. O l'approvazione di una prima legge sulle “coppie di fatto” (!) che lascia al buon senso della magistratura la soluzione dei problemi socialmente più delicati.
Risultati immagini per Bersani 2013Ci si dovrebbe piuttosto soffermare su altri aspetti, come la permeabilità ai “poteri forti” e la benevolenza (diciamo così) verso il connubio che quei poteri coltivano (sempre più) nei confronti delle grandi centrali dell'economia criminale. O l'idea di assetto istituzionale di impronta decisamente “elitista” (disintermediazione, concentrazione del potere nell'esecutivo, personalizzazione del potere) ovvero (se stiamo agli schemi classici) più autoritaria. Aspetti rivelatori di una concezione della politica che è davvero arduo non qualificare come di destra, radicale per giunta.
L'equivoco tuttavia persiste. In gran parte per responsabilità della sinistra proveniente dai due grandi filoni del Novecento. Una sinistra che, nel nostro paese, meno che altrove ha saputo aggiornare i suoi schemi alla realtà che andava emergendo sulle ceneri del mondo bipolare, dopo la fine della guerra fredda e che ora vorrebbe “riprendersi il PD” senza che nessuno abbia capito per fare che cosa (in alternativa alle politiche di Renzi).
Il nodo problematico, una volta ascritte a una matrice di destra le politiche portate avanti dal PD, è dunque come distinguerlo rispetto alla destra dai connotati fascio-leghisti e come definire la sua collocazione.

3. Il Partito Democratico e il sogno della riedizione della DC
Risultati immagini per Andreotti ForlaniEppure un partito che tenda a conquistare il consenso dell'elettorato su entrambi i versanti dello schieramento, che lo si chiami partito pigliatutto, o partito della Nazione, o partito centrista, è sempre esistito nell'Italia repubblicana. E non è un'anomalia, essendo presente in quasi tutti i sistemi politici, sia nei modelli con legge elettorale maggioritaria, tendenzialmente bipolari, che in quelli proporzionali.
Una difficoltà di analisi sorge semmai nel momento in cui un partito centrista occupa una posizione egemone e costringe i due poli di destra e di sinistra nel ruolo di comprimari. Il caso prevalente (e più facilmente spiegabile sul piano teorico in base alla teoria dei giochi) è infatti quello dei partiti centristi ago-della-bilancia, di peso elettorale ridotto ma con una rendita di posizione da far valere quando nessuno dei due poli è in grado di governare da solo. Possono verificarsi eccezioni, ma solo in presenza di condizioni del tutto particolari, come è accaduto nell'Italia del dopoguerra.
Allora si trattava del “fattore K”, una democrazia bloccata dalla conventio ad excludendum nei confronti del PCI, come portato del mondo diviso in blocchi. È la situazione che ha reso possibile il governo ultra-quarantennale della DC. È quello un modello riproducibile nelle condizioni attuali? Non lo è. Fintanto che esiste una sinistra in grado di contendere il governo del Paese il centrismo è confinato nello spazio tipico della destra moderata, o al più nel ruolo di ago della bilancia.


In effetti, l'idea di un ritorno al modello democristiano, di governo del centro, si è affacciato nella testa del gruppo dirigente del PD ben prima della vittoria di Renzi al Congresso, checché ne dica chi lo considera un usurpatore. Si è già accennato all'impostazione della campagna elettorale del 2013, per cui non si può cogliere alcuna discontinuità sostanziale nella scelta di Bersani-Letta successiva alle elezioni “non-vinte” (al di là del condizionamento indubbiamente esercitato dal Presidente Napolitano): dar vita ad un'alleanza stabile con la destra “presentabile” (sotto spoglie centriste) per costringere nell'angolo il berlusconismo, potendo contare sulla mancanza di un'alternativa alla sua sinistra. Con Renzi, se vogliamo, ha solo acquistato un contorno più definito, di governo “a vocazione maggioritaria”: imperniato però non su un partito di sinistra, come lasciava intendere la formula originariamente coniata da Veltroni alla fondazione del PD, ma su un partito centrista.
La spinta decisiva in questa direzione è venuta nel momento in cui è sembrato che attorno al PD di Renzi si potessero raccogliere i partiti centristi (ovvero tutta la destra moderata). E, mentre veniva progressivamente emarginata la “sinistra riformista” che aveva tenuto fin lì le redini del PD, si faceva strada la convinzione di poter evitare di pagare un prezzo troppo elevato in termini di perdita di consensi nella constituency che tradizionalmente si riconosceva in quella sinistra.

4. Il Partito della Nazione come partito centrista

Risultati immagini per Veltroni fondazione PDSe il modello DC fosse riproducibile nella situazione attuale, il progetto renziano, di ospitare una sinistra, culturalmente perfino più attrezzata di quella attuale, in posizione critica ma non di rottura, nei ranghi del partito centrista sarebbe verosimile. Non sarebbe neppure una grande novità. Ma non sono più quei tempi: in una democrazia aperta anziché bloccata dal contesto internazionale, quell'assetto resta un sogno. Salvo che non si pensi di condire quel sogno con restrizioni autoritarie dello spazio democratico, basate su una forza coercitiva di matrice esclusivamente nazionale. È credibile? È possibile? È successo, con il fascismo, nello sconquasso seguito alla prima guerra mondiale. Ma che sia riproducibile nelle condizioni attuali, nazionali e internazionali, mi sembra si possa escludere.
Se così è, la parabola di un partito centrista che espande in pochi mesi il suo spazio dal 10% al 40% ha forse ripetuto in direzione inversa la parabola della DC alla fine della Prima Repubblica. Ma, a meno che la sinistra non si autodistrugga come espressione politica o che una coercizione autoritaria non privi dei diritti politici gli strati sociali che posssono trovare solo a sinistra una risposta, è assolutamente plausibile che, in tempi non troppo lunghi, quella parabola sia seguita da un analogo percorso inverso (che per ora, stando ai risultati delle grandi città, sembra aver coperto già più di metà strada).

5. Una prima conclusione
In conclusione, se la collocazione del PD, in base a una lettura classica, aggiornata e riveduta sulla base del contesto italiano, può essere definita come centrista, la domanda che si ripropone è quella iniziale: se non è rappresentato dal PD, dove è rintracciabile il polo elettorale di sinistra? Quali sono i suoi connotati culturali e i contenuti programmatici? Su questo è dunque necessario tornare per completare questa linea di ragionamento con qualche ipotesi di lavoro.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…