Passa ai contenuti principali

Tagliando di primavera per governo e PD: altri passi verso destra.

È il momento di fare un tagliando al governo e al PD alla luce delle ultime mosse di Matteo Renzi.

Il calo di popolarità è evidente non solo dai sondaggi ma anche dai numeri “veri”. L'ultimo test elettorale, il referendum No-Triv, è stato presentato dall'apparato della comunicazione di Palazzo Chigi come una vittoria. Invece, ha certificato che, al netto dell'astensionismo consolidato, tra gli elettori mediamente attivi negli ultimi 3 anni la posizione del governo (come somma dei NO e delle astensioni anti-SI) è risultata minoritaria ed è sostenuta da un numero di elettori in calo progressivo.

Risultati immagini per no-triv

Possiamo perciò porci la domanda se questo trend discendente abbia indotto qualche cambio di strategia e di quale natura.
È una domanda che lo “stile di governo” renziano non ammette, non potendo la sua narrazione contemplare il passo indietro o il ripensamento, ma segnali di riposizionamento negli ultimi tempi ne sono arrivati. Sul fronte europeo: eurobond, sia pure “di scopo” per i migranti; dichiarazioni a favore dell'unità politica. Nei rapporti con la magistratura: patto anti-corruzione; allungamento della prescrizione. Aperture a sinistra? Tentativi di recupero in quella direzione, offerte di pacificazione?

Non sono mancate letture in questa chiave, sfociate in manifestazioni di benevolenza fin troppo generose, ma anche sorprendentemente ingenue. Queste mosse hanno in realtà una spiegazione banale: Renzi si era spinto troppo oltre, fino a rischiare l'osso del collo.

Risultati immagini per conferenza stampa renzi merkel 5 maggio 2016
Sul fronte europeo, l'isolamento aveva decisamente superato il livello di guardia e il nostro era ormai tacciato di contiguità con lo schieramento nazionalista-populista: una deriva che l'Italia è, tra tutti i paesi europei, quello meno in condizione di cavalcare, nello stato in cui si trova; quello che di una disintegrazione dell'Europa pagherebbe il prezzo maggiore. Qualche correzione, almeno esteriore, si imponeva.
Quanto alla magistratura, dopo le sparate anti-giudici (lavorano poco, parlano troppo di politica), la sfida aperta (l'“arrivate a sentenza!” sparato a reti unificate) si è dimostrata assai avventata: le sentenze, invocate, non hanno tardato ad arrivare, al ritmo di una al giorno (dapprima, di rinvio a giudizio: forse a Renzi era sfuggito il particolare che sono sentenze di un giudice anche quelle; ma poi con Soru si è alzato il livello). È perciò dovuto correre ai ripari cambiando rapidamente musica.

Risultati immagini per davigo gruber

Ma è cambiata, oltre alla musica, anche la strategia? No, è vero il contrario. Piuttosto, come è sempre accaduto dal momento della “presa del potere”, la risposta alle difficoltà è consistita nell'alzare la posta e nel calcare ancor più la mano sulle scelte di fondo che sono la cifra distintiva della politica renziana. Sfondamento al centro, ponti bruciati a sinistra, cambiamento radicale della base di consenso elettorale (la constituency).
Il Partito della Nazione è più che mai il progetto, la stella polare. Dalla riforma costituzionale alla politica economica, dalla politica energetica e ambientale ai diritti delle persone, dalle politiche sociali alla politica dell'informazione, della cultura, delle comunicazioni fino al sistema educativo e alla ricerca, non c'è un solo ambito in cui affiori un qualche ripensamento, un'attenzione inedita verso le istanze che salgono dai settori della società che la crisi spinge ai margini, quelli a cui vengono ristretti gli spazi vitali, conculcati i diritti, espropriate le quote di possesso dei beni comuni a favore della appropriazione privata. Non un solo segnale di inversione di tendenza nella progressiva accentuazione delle disuguaglianze, nella disarticolazione di ogni forma di aggregazione sociale che non sia contrassegnata da sottomissione. La novità, se c'è, sta semmai nell'intensità, nella concentrazione degli sforzi.

La riforma costituzionale, per dire, è assunta come la madre di tutte le battaglie. Significa che i “moderati” non sono più solo chiamati a votare ma a mobilitarsi: 10.000 comitati, andare porta a porta. Stando attenti a non bussare alle porte sbagliate, a quei milioni di porte dietro cui ci sono quelli che non devono avere voce in capitolo: quelli che dicono sempre NO, che non sono contenti della loro condizione e devono perciò essere spinti a rinunciare all'esercizio dei diritti civili e politici, a rassegnarsi.

Risultati immagini per campagna Renzi per referendum confermativo
Le scelte (annunciate) di politica economica hanno un segno, se possibile, perfino più chiaro. Il Paese si avvita sempre più nella crisi, il tessuto che tiene in piedi il paese con le esportazioni e l'internazionalizzazione si sente ormai parte di un sistema “apolide” e non si cura più dell'Italia. Non importa, non sono problemi miei, dice il governo, tanto il sistema bancario e finanziario (Tesoro compreso, anzi, in prima linea) ha intascato i dividendi, straordinari e immeritati, delle mosse di Draghi, del “whatever it takes”.
A chi ha bisogno di risorse per allontanare lo spettro della povertà e della privazione materiale, non sono state lasciate nemmeno le briciole. A chi ha idee per rinascere, per innovare, per creare dal nulla e ha bisogno delle risorse per fare i primi passi si offre come sola prospettiva l'espatrio. La politica guarda altrove.
Dopo gli 80€, dopo il bonus 8.000€ in tre anni (con licenziamento libero in gentile omaggio), dopo l'abolizione delle tasse sugli immobili di pregio, cosa può esserci di meglio di un ritorno di fiamma della proposta di abbassare le tasse ai ricchi, magari riesumando la flat tax? L'importante è continuare a usare la quota del dividendo-Draghi finita nelle casse dello Stato per comprare i voti dei “moderati”.

Risultati immagini per meno tasse per tutti

Può sembrare incredibile, visto che abbiamo un sistema di aliquote già molto schiacciato, figlio delle idee reaganiane e thatcheriane degli anni Ottanta. Andrebbe rimodulato e razionalizzato per far pagare davvero in proporzione crescente al crescere dei redditi (tanto più che viviamo una fase in cui solo chi ha di più riesce a stare ancora meglio). Nossignore: si lancia l'idea di abbassare le tasse riducendo le aliquote centrali, in modo che si riducano nella stessa misura anche ai ricchi. Sì, perché una riduzione così concepita abbassa le tasse a tutti quelli che stanno al di sopra di quelle aliquote (anche di molto). E solo a loro: per chi sta più in basso niente. Anzi! Si poteva almeno finanziare questo regalo al ceto medio alzando le aliquote più alte. Neanche per idea, le aliquote più alte semmai si aboliscono passando da 5 a 2, per far pagare ancora meno a chi guadagna di più. E si lascia trapelare che potrebbero essere finanziate aumentando l'IVA sui consumi come sta già scritto nelle clausole di salvaguardia; e (chissà?) magari togliendo qualche agevolazione (spese mediche? spese per non autosufficienti o per figli minori? spese per risparmio energetico?). Altrimenti si può sempre provare il colpaccio, grazie al rientro tra i “bravi ragazzi” dell'Europa liberista: lo sfondamento del rapporto deficit-pil. Tanto, basta inserire qualche nuova clausola di salvaguardia...

Nessun ripensamento dunque. Con buona pace del sotto-partito del NI e dei penultimatum, pronto a scatenarsi (fra due anni) in una battaglia congressuale all'ultimo sangue per un partito che nel frattempo non esiste più. Anche stavolta l'obiettivo è fissato “oltre”, un po' più in là del prossimo. Che intanto Renzi ha individuato nel referendum confermativo.
C'è però di mezzo un test, di qui a poche settimane, quello delle amministrative. Le quattro maggiori città italiane (oltre a qualche centro minore del genere di Bologna e Cagliari) sono chiamate al voto. Il quadro non promette niente di buono per il PD e quindi si mette la sordina e si parla di altro, riforma costituzionale, legge di stabilità 2017.
Qualche risultato è stato comunque acquisito, sulla strada del Partito della Nazione, senza troppo clamore. La stagione arancione è stata archiviata nella città simbolo, a Milano, dove la cittadinanza è pregata di scegliere tra i general manager delle amministrazioni di destra. E si è registrata la scomparsa dall'orizzonte politico amministrativo delle grandi metropoli della Ditta (o sotto-partito del NI). Se a Torino avevano precorso i tempi, come laboratorio della conversione al renzismo degli ex comunisti, a Napoli sono arrivati all'autodafé. A Roma hanno scelto la clandestinità (quelli ancora a piede libero) e a Milano hanno preso atto di essere diventati del tutto irrilevanti.

Risultati immagini per Sala e Parisi

Potrà bastare? In un'ottica di Partito della Nazione dovrebbe senz'altro bastare. Per le notizie scomode (il rischio di perdere dappertutto, Torino compresa, o il fatto che a Roma i sondaggi vedono il candidato del PD accreditato del quarto posto) si prova a derubricarle come “non-notizie” visto che i sondaggi non ci azzeccano mai. Ma i numeri “veri” parleranno chiaro.
Certo, sappiamo che i numeri che interessano al Partito della Nazione sono sempre meno quelli dei voti e sempre più quelli dei votanti, che è preferibile che diminuiscano: meglio che la protesta si chiuda in casa, o in un vicolo cieco.
C'è solo un'opposizione in campo che disturba il sonno e minaccia la credibilità del racconto. È la dura e tenace opposizione della realtà dei fatti, che non si lasciano piegare alle favole del renzismo.

È un'opposizione che non si conta nelle urne. Fa capolino qua e là nelle piazze ma non le riempie come una volta. Si moltiplicano però i laboratori dove facce e menti giovani osservano la realtà dei fatti e sperimentano nuovi modi di affrontarli con l'idea di cambiarli. Devono crescere, hanno bisogno di tempo per ritrovarsi e per moltiplicarsi. Ma di questo vale la pena di parlarne a parte.   

Commenti

Post popolari in questo blog

Cinquestelle e sinistra. Una conclusione

Se la sinistra si unisse all’attuale opposizione al governo Conte in una campagna per farlo cadere in nome dell’antifascismo darebbe un colpo letale ad ogni residua, flebile speranza di recuperare un ruolo significativo sulla scena politica italiana per il prossimo futuro. Deve invece prioritariamente ricostruire un suo profilo riconoscibile su un progetto convincente, chiaro nei presupposti di valore.
Questa affermazione, con cui ho chiuso il post precedente, non solo non è una dimostrazione del settarismo identitario che impedisce alla sinistra di ritrovarsi ma è la condizione per riuscire in questo arduo compito. Lo è in base a banali considerazioni dettate da un’analisi appena obiettiva della situazione politica attuale. Mi sono impegnato a motivarlo e provo a farlo di seguito.

Riassunto delle puntate precedenti. - Il governo ora in carica era ufficialmente abortito per la pretesa di Salvini di rappresentare la coalizione di centrodestra anziché solo la Lega e per il rifiuto dei Ci…

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

Combattere la destra a fianco della destra?

L’unico modo sensato, per la sinistra, di rapportarsi al governo Conte è confrontarsi con i Cinquestelle in modo chiaro e forte, criticandoli per le contraddizioni, le ambiguità, le concessioni alla destra ma sfidandoli in modo propositivo sulle cose da fare. Perché il pericolo principale che incombe è che si realizzi la prospettiva su cui sta lavorando la destra, in pieno accordo con il PD: far fuori i Cinquestelle per dar vita a un “governo di salute pubblica” di cui la Lega sarà chiamata a far parte con o senza Salvini. E, ancora una volta, senza passare per le elezioni. Questo è il disegno che la sinistra deve sconfiggere: un compito arduo, che diventa impossibile se al momento della rottura viene meno la forza organizzata e la presa elettorale dei Cinquestelle.
Chi lavora per un governo "di salute pubblica"? È questa la conclusione cui sono giunto negli ultimi post, partendo dalla considerazione che Salvini è, sì, la destra estrema ma è in missione per lo schieramento di …