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L'occupazione è una tragedia, altro che trend

“Il trend rimane comunque positivo”.
Riportare le parole con cui il Ministro del Lavoro Poletti ha commentato i dati ISTAT sull'occupazione di febbraio 2016 può sembrare un inutile, esagerato accanimento. In effetti è passata l'idea che il mestiere di un Ministro consista, dopo tutto, solo in questo: tirar sempre fuori il lato positivo delle cose (a ben cercare, un qualcosa si trova sempre), qualunque cosa accada. Il consenso non si ottiene con quello che si fa ma con quello che si racconta, di questo il capo del governo pare essere convinto di suo, a questo devono credere i suoi Ministri e questa idea dovrebbe trovare conferma nel comportamento degli elettori.
Ovviamente non è così. Un governo sta lì per fare il bene del Paese, non per fare favori e regole su misura per qualche amico e parente, e gli elettori dovrebbero essere messi in condizione di giudicare gli effetti dell'operato del governo sulle loro condizioni di vita, economiche e non. Ma lasciamo perdere. Perché poi, se perfino il racconto è sgangherato e incredibile, come in questo caso, il governo merita di essere messo due volte sotto accusa. Per quello che fa (o non fa) e per quello che racconta.
Insomma, andiamo proprio male. E il Ministro Poletti ci sta abituando al peggio.

Questa volta non si tratta di un aspetto di quelli che hanno una grande importanza di principio ma magari un peso economico marginale. Stavolta la posta è grossa, perché parliamo di più di dieci miliardi: tanto è stato speso per aiutare le imprese a abbassare il costo del lavoro. Non per abbassare le tasse, che così si aiuterebbe solo chi le paga, non chi le evade, e voi capite …; e neppure il peso degli investimenti, che nessuno ha voglia di rischiare proprio ora; ma neanche il costo del denaro, a quello ci pensa Draghi (e poi il denaro ormai serve quasi solo a far fronte ai ritardi nei pagamenti della PA, visto che non si investe).
Stiamo parlando del bonus assunzioni per tre anni, fino a un massimo di 8.000 euro, concesso per circa un milione e mezzo di nuovi contratti, alleggeriti anche del peso del divieto di licenziare senza giusta causa (considerato come anacronistico retaggio dello Statuto dei Lavoratori, quello voluto da un altro ministro del Lavoro, un socialista che lo aveva salutato come “l'ingresso della democrazia nelle fabbriche”: parola grossa, per un Ministro espresso da un Partito che si chiama Democratico).

Sapevano anche i sassi che ci sarebbe stato un tonfo dopo l'ultima fiammata dell'ultimo mese (da gennaio 2016 il bonus subisce un taglio drastico, col debito che ci portiamo sulle spalle...). Eppure quando i dati ISTAT a gennaio avevano registrato quella fiammata (l'effetto sulle rilevazioni statistiche si ha normalmente il mese successivo) c'era stata grande esultanza negli ambienti governativi. Con un po' di accortezza si poteva preparare un racconto prudente per reggere il colpo del mese successivo: ma no, qualcosa da vantare si trova sempre, avanti tutta. E che ti trovano ora? Che diminuiscono un po' i giovani disoccupati (in realtà è un effetto statistico, i disoccupati 15-24 aumentano da 591 a 595 mila ma diminuiscono i giovani) e soprattutto … che il trend rimane positivo. Nel senso che si perdono, sì, 97mila occupati da gennaio, ma rispetto a febbraio 2015 sono pur sempre 96mila in più. Senza citare analisi più sofisticate che ho già citato in passato, spendere più di dieci miliardi per creare meno di centomila posti di lavoro significa, semplicemente, che la misura non è servita a aumentare l'occupazione perché con quella cifra si pagavano 400.000 salari, contributi compresi. Né a contrastare la povertà, se preferite, visto che sarebbe bastata per un milione trecentomila redditi di cittadinanza da 700 euro al mese.
E ci sarebbe un sacco da dire (ma stanno uscendo un bel numero di studi seri e documentati sul tema) sulla qualità sempre più scadente del lavoro che si crea, in particolare con il dilagare dei voucher, l'ultima invenzione in materia di deregulation del senatore Sacconi, predecessore di Poletti, ora pezzo forte della maggioranza che lo sostiene.
Ma visto che il trend è positivo, possiamo accontentarci. Sperando che a marzo ce la caviamo.


Intanto, per restare in tema di trend, affido alla meditazione dei lettori qualche grafico tratto dalle serie storiche dell'Istat. Sono quelle che disegnano i trend. Che sono diversi a seconda che si guardi al breve, medio e lungo periodo. Così, per farsi un'idea. Poi magari il Ministro si può accontentare del confronto con febbraio 2015.

TREND n. 1
Tra il 2008 e il 2013 si sono persi 1 milione di posti di lavoro. Dal minimo del 2013 a oggi se ne sono recuperati 300 mila. Se questo è il TREND, torneremo agli occupati del 2008 nel 2024.


TREND N. 2
Non è andata sempre così. Anche all'inizio degli anni '90 c'era stata una crisi, con svalutazione della lira e manovra "lacrime e sangue"(prelievo notturno dai conti correnti degli italiani). Dal 1996 l'economia e l'occupazione hanno ripreso a crescere notevolmente, con un rallentamento solo tra il 2001 e il 2006. Ovviamente, il nesso con il colore dei governi è del tutto casuale, vengono riportati solo per dare un'idea di chi è più fortunato e chi più "gufato".


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