Passa ai contenuti principali

Dall'ISTAT numeri amari per il governo

Risultati immagini per sede istat roma

“L'avevo detto, io!” (in questo post). È una frase da evitare, soprattutto in tempi di caccia al gufo. Ma stavolta si dovrebbe dire piuttosto “l'avevano detto tutti!”. Non c'è economista che io conosca (a parte quelli che lavorano per Palazzo Chigi) che non avesse dato per scontato un dato di crescita a fine 2015 tra lo 0,6 e lo 0,7%, come di fatto abbiamo appena scoperto dall'ISTAT.
Era prevedibile sin dal primo trimestre, quando il dato sul pil era stato dello 0,4% rispetto all'ultimo trimestre del 2014 (ritoccando al rialzo il dato provvisorio). Aveva suscitato entusiasmo perché in quel modo il risultato a fine anno difficilmente sarebbe sceso sotto lo 0,6% ma gli addetti ai lavori sapevano anche che, per come si era arrivati a quella correzione, ci sarebbe voluto un miracolo per andare oltre lo 0,7%. Senonché il governo aveva bisogno di costruire il DEF di primavera (e poi la legge di stabilità) su una previsione di crescita “almeno” dell'1%.

Adesso il premier ci spiega che non si deve badare allo “zerovirgola”. Per un grande statista in effetti non è quello che fa la differenza: per un governo che volesse aiutare il paese a rimettersi in movimento, determinando le condizioni al contorno più favorevoli, riuscire a definire misure efficaci per la crescita non dipenderebbe certo da un miliardo e mezzo in più o in meno di disponibilità di risorse (a tanto corrisponde, grosso modo, un decimale di punto di pil). Il guaio è che il nostro aspirante statista sta scatenando un'offensiva contro la Commissione che ha preso le mosse dall'interpretazione della clausola migranti proprio per raggranellare due o tre decimali di pil in più di flessibilità dei conti. Quando invece la sola correzione delle previsioni, che il DEF aveva allora generosamente spinto verso l'alto, si è rimangiata i tre punti della discordia, portando così allo scoperto la miseria del giochino al rialzo del nostro governo.

Ad onta dei toni trionfalistici e delle slide di propaganda che stanno invadendo le case degli italiani (ricordate la rivistona patinata di Berlusconi? il web fa più moderno ma la sostanza è la stessa) mai come in questo momento si ha l'impressione di una nave non governata e di una plancia di comando in confusione.
L'offensiva sui decimali, sui benedetti zerovirgola, era partita, altroché! Spendere in deficit era la parola d'ordine in nome di un keynesismo mal interpretato: spesa a gogò, a caccia di voti, senza guardare agli effetti sulla crescita non è new deal roosveltiano ma semmai populismo in stile Peròn (chiedo venia se torno sull'argomento). Poi è arrivato il pentimento sui decimali e il tema è diventato quello più nobile dell'Europa che perde l'anima e della difesa di Schengen. Ma allora non si spiegava perché l'attacco alla Commissione anziché ai governi di destra che elevano barriere e chiudono frontiere (o magari ai socialisti francesi che si allineano al vento prevalente). Così ha alzato ulteriormente il tiro richiamando (dal blitz di Ventotene in poi) gli ideali europeisti delle origini. Ma, privo com'è di un disegno strategico e isolato per non aver costruito alleanze, è rimasto spiazzato dalle risposte alla sua orazione in favore di un Europa “più politica e più unita” perché lo hanno costretto a pronunciarsi sull'idea di un SuperMinistro del Tesoro dell'Eurogruppo.
Si tratta di un'idea che forze potenti stanno perseguendo nell'ottica di un disegno che accetta, sì, la sfida dell'unità politica ma la àncora saldamente alla continuazione di una politica economica liberista basata sul dominio della finanza. Un disegno che a Renzi, semplicemente, manca, e a cui dunque non ha nulla da contrapporre, cosicché resta muto sul punto e si affida alle petizioni di principio, sviando il discorso come è solito fare davanti a questioni che non sono alla sua portata.


Il prestigio dell'Italia (già piuttosto debilitato) ne sta soffrendo ulteriormente. L'atteggiamento dei partner europei nei confronti del nostro Paese assomiglia sempre più a quello nei confronti della Grecia: non di Tsipras ma dei suoi predecessori (non solo di destra ma socialisti), i cui trucchi contabili Tsipras sta pagando caro non meno di quanto non debba subire da parte della Troika. E se intorno a noi si convinceranno che non è affatto vero che “l'Italia non è la Grecia” non ci sarà riforma (?) del Senato che tenga. Né servirà vantare i miracoli del Jobs Act, che con ogni probabilità è stato fatto “santo subito” … un po' troppo subito. La verità è che Renzi, quando alza i toni affermando di voler scongiurare la dissoluzione dell'Europa per colpa degli egoismi nazionali, dovrebbe con molta umiltà compiere un gesto innanzi tutto: guardarsi allo specchio.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…