Passa ai contenuti principali

La "campagna d'Europa" di Renzi. Una Waterloo?

La centrale strategica in cui si decidono le mosse del premier Renzi avrà pensato di aver azzeccato una mossa geniale per la sua campagna d'Europa. Un colpo doppio, stoccata e parata, come le sue ammiratissime schermitrici. Prima, andare a “baccagliare” con la Merkel. Poi, per parare le accuse di mettere al centro l'interesse nazionale e quindi di essere antieuropeo, una visita al carcere in cui fu rinchiuso uno dei padri dell'Europa Unita.
Un colpo doppio anche nel senso di finta a destra e stoccata a sinistra. La polemica contro i burocrati di Bruxelles assomiglia un po' troppo alle tirate dei partiti populisti di destra? Neanche 24 ore dopo vi sorprendo con un omaggio a Altiero Spinelli e un richiamo al Manifesto di Ventotene che dovrebbero commuovere la sinistra.
Renzi e Merkel in conferenza stampa al termine dell’incontroA queste furbizie dovremmo averci fatto l'abitudine, eppure si deve ammettere che il repertorio non è monotono. Ma in ogni caso, meglio evitare l'assuefazione. È giusto indignarsi. Perché la situazione non ci permette di essere benevoli verso queste manifestazioni. Perché in nome del ritorno al nazionalismo quello che ne viene danneggiato è proprio l'interesse nazionale.
Che la politica del rigore e dell'austerità sia stupida venne a spiegarcelo da Bruxelles il nostro Romano Prodi quando il vincolo del 3% fece la sua prima comparsa nel catalogo delle regole costruite intorno al totem della stabilità. Ora lo ripete, a qualche lustro di distanza, l'attuale presidente Juncker. Ma il punto vero è che attorno a quelle regole si gioca una battaglia politica che la destra gioca in attacco, a tutela degli interessi dei più forti, intesi come ceti sociali più ancora che come nazioni. Pronta a mettere a rischio l'integrità dell'Unione, giocando di sponda in modo molto spregiudicato con le pulsioni della destra nazionalista e populista, più scalmanata e meno presentabile ma pur sempre destra. Peraltro, meno potente e con assai meno visione strategica, dunque più facilmente manovrabile.
A questa dinamica, allo scontro che determinerà il futuro dell'Europa, il nostro premier resta totalmente estraneo. Se alla base di questa scelta ci fosse la convinzione che l'Italia non corre rischi, sbaglierebbe – li corre gravissimi, tanto che potremmo passare dal declino al crollo – ma almeno avrebbe in testa una qualche visione (pur errata) dello stato delle cose. Invece la verità è proprio che il processo in corso resta al di fuori dei suoi radar. E questo rende i suoi errori ancora più drammatici. E condanna il nostro Paese a un isolamento che è sotto gli occhi di tutti, per quanto si affannino a negarlo i corifei del renzismo, e che significa marginalità e irrilevanza.

C'è chi si illude che le rivendicazioni in materia di flessibilità non siano solo una furbata per prendersi qualche margine di spesa in più in vista della prova elettorale, sempre più vicina e sempre più pericolosa per i suoi disegni di potere. Che segnino invece una presa di coscienza degli interessi in gioco e della strategia che sta mirando all'espulsione (o quanto meno l'umiliazione) degli stati periferici. E che punta al tempo stesso alla sconfitta di quella parte della sinistra che si batte per ridurre le disuguaglianze anziché acuirne le cause e cristallizzarne le dinamiche.
Purtroppo non è così ed è una grande ingenuità concedergli questo credito. Se uno spostamento, in termini di schieramento, c'è stato, è andato semmai verso la destra. Di certo Renzi non ha acquistato una qualche maggiore credibilità tra le forze politiche che in Europa stanno tentando di opporsi alla deriva cristiano-democratica-tedesca. 
Labour leader contender, Jeremy Corbyn leaves the Royal College of Nursing in central London after delivering a speech where he set out an economic plan involving higher taxes on the rich and businesses, "sharply rising" investment in the economy and a clampdown on tax avoidance and evasionLa sola voce che si è levata in sua difesa nell'ambito della sinistra (in senso molto lato) europea è stata quella del capogruppo del PSE, l'ottimo Pittella, lucano socialista di lungo corso. Non certo Syriza, di cui il mondo renziano guarda invece con una certa soddisfazione le tribolazioni provocate dal ricatto della Troika. Non certo Podemos, che ora si appresta a governare in Spagna se nel PSOE prevarrà la componente intenzionata a sottrarsi al giogo delle larghe intese. Non certo Corbyn, visto che Renzi è stato tra i più accesi sostenitori del suo competitor blairiano. Quel Corbyn che l'anno passato, durante la campagna delle primarie, dopo il referendum vinto dal SI in Grecia, dichiarava di voler prendere esempio da loro (e da Podemos) notando (qui) come “i partiti socialdemocratici che accettano l'agenda dell'austerità e finiscono per darle attuazione finiscono anche per perdere un mucchio di iscritti e un sacco di consenso.” In quei giorni Renzi era sulla sponda opposta e non muoveva un passo per accorciare le distanze da quelle forze, a cui nel frattempo si è aggiunta la sinistra vincitrice delle elezioni in Portogallo.
No, non c'è niente di europeista nella battaglia di Renzi. Il suo obiettivo si riduce allo strappare l'impegno di non attivare una procedura di infrazione per deficit eccessivo difronte ai conti sballati con cui chiuderà l'anno in corso (che nei suoi pensieri sarà l'anno pre-elettorale). E sì che le istituzioni internazionali mostrano di non voler infierire (lo continuano a considerare ancora, nonostante tutte le bizzarrie del personaggio, un alleato del Wahington-Bruxelles consensus) limitando al minimo (un solo decimale di punto) le limature sulle previsioni di crescita alla base della legge di stabilità, quando non c'è in giro un solo modello previsionale che non preveda una crescita schiacciata, nel migliore dei casi, attorno all'1%.
Il problema che assilla Renzi è in fondo banale: è consapevole del fatto che se non potrà ricorrere per la terza volta al gioco di prestigio di rinviare di un anno le clausole di salvaguardia la sua campagna elettorale sarà all'insegna delle lacrime e sangue.
Anche in questo caso Renzi pensa di giocare una mossa doppia. Se l'Europa scende a patti, userà le (pur sempre scarse) risorse ottenute per inventare formule magiche. Come riesumare il Sostegno all'Inclusione Attiva introdotto da Letta presentandolo come un assegno contro la povertà, 400 euro al mese a tutti i poveri. Oppure per esercitarsi nei giochi da funambolo in cui è maestro, tenere le palle in aria senza mai farle cadere a terra. Ad esempio alimentando l'attesa per l'esito della candidatura alle Olimpiadi 2024, spacciando ovviamente il progetto per quello più low cost della storia, senza dire a nessuno che anche in caso di sconfitta (nell'autunno 2017, a elezioni archiviate) potrebbe dare luogo alla speculazione più high profit della storia di Roma moderna, che pure ce ne ha regalate una certa quantità.
Se invece l'Europa risponde picche, sbraiterà contro gli euroburocrati dello zero-virgola che affamano gli italiani. E non è affatto detto che non sia questa l'ipotesi che considera più favorevole. Per il solo fatto che potrebbe evitare di dover dare conto del modo in cui ha utilizzato gli ampi margini che l'Europa gli ha finora concesso: quei 30 e passa miliardi con cui ha finanziato i bonus (80 e 8.000 euro) e l'abolizione della TASI (e magari dell'IRES, se gliela concedono) che servono a produrre qualche punto percentuale in più di voti ma appena qualche zerovirgola in più di crescita (peraltro volatile e già destinata a esaurirsi).
Dopo essersi caratterizzato per una politica ultraliberista, in materia di lavoro e di finanza, e populista, in materia fiscale (in una parola, per una politica smaccatamente di destra), riuscirà ugualmente a spacciare la sua polemica anti-europea per una mossa di sinistra? La sua abilità da camaleonte potrebbe aiutarlo, ma fino a un certo punto. Staremo a vedere.

Risultati immagini per carcere di Ventotene
A Ventotene intanto si trasformerà il carcere in una scuola per la futura classe dirigente europea. Non euroburocrati ottusi, si intende, perché si cambia radicalmente registro (anche se la scuola sarà una succursale di quella che già esiste, a Firenze, pensa un po'). Altiero Spinelli giace sotto terra e non potrà commentare.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…