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AMMINISTRATIVE 2016. MOLTO POLITICHE, SENZA POLITICA

Sembra passato chissà quanto tempo. Si stenta quasi a ricordare che le elezioni della prossima primavera riguardano le amministrazioni elette nella stagione “arancione” (a parte quelle che non hanno completato il mandato, tra cui spicca Roma).
Dal 2011 sono cambiate molte cose. Allora, aprendo la strada al successo dei referendum sui beni comuni, le amministrative segnavano il rifiorire di una speranza di cambiamento e annunciavano l'incombente fine del berlusconismo.
Il berlusconismo è effettivamente finito, ma cosa resta di quelle speranze? Sono state spente quasi sul nascere, se ne sta perfino perdendo la memoria.

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Se pensiamo a questi pochi anni, come in un flash, l'evoluzione del quadro politico, di passaggio in passaggio, ci appare davvero impressionante. Il governo di centro-destra che cede il passo, senza elezioni, al governo di emergenza di Monti. Dopo un anno e mezzo, l'ambizione del PD di portare al successo la coalizione di centro-sinistra, naufragata in un responso elettorale all'insegna, per la prima volta, del tripolarismo. Subito dopo, il tentativo di Bersani di estrarre una maggioranza “progressista” da quel Parlamento, culminato, dopo l'imboscata dei 101 a Prodi e la rielezione di Napolitano, nel trionfo delle larghe intese, non politiche e “a-programmatiche”, sancite dal governo Letta. Infine, neanche un anno dopo, l'ultimo colpo di teatro dello “#staisereno” che ci ha portato al Partito della Nazione, alla DC 2.0 di Renzi.

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Secondo gli schemi interpretativi semplificati che ci offre la cronaca politica, i fattori che spiegano questa evoluzione sono soprattutto l'ingerenza, pesante, del “direttorio” europeo a trazione democristiana-tedesca (sin dalla lettera della “troika”) e il ritorno dei cosiddetti “poteri forti”, con una rinnovata capacità di condizionamento, ricomposti i conflitti che li avevano attraversati dall'avvento della Seconda Repubblica, nell'era Berlusconi.
Sono certamente necessarie categorie di analisi più approfondite, anche per mettere a fuoco le responsabilità che pesano sulla sinistra, ma certo è che la velocità con cui gli eventi si sono susseguiti e la profondità dei mutamenti hanno reso incerta qualunque ricostruzione storico-politica ed hanno impedito che si sedimentasse una coscienza lucida e condivisa del nuovo stato delle cose.
Nonostante questo e proprio per questo dobbiamo sforzarci di ripercorrere, pazientemente e pedantemente, la nostra storia recente (in fondo si tratta solo di un quinquennio) ogni volta che ci troviamo ad affrontare un nuovo capitolo di questa evoluzione, se non vogliamo sottostare alla retorica che la dipinge come un percorso trionfale.
Perché non lo è.
Perché si tratta dell'esatto contrario. Di un'involuzione progressiva, da qualunque punto di vista la si voglia giudicare: dalla qualità della vita associata all'economia; dai diritti civili alle libertà democratiche; dalla cura dell'ambiente, storico e naturale, alla tutela della dignità delle persone.
Perché la terza repubblica sta nascendo come la copia deforme della prima repubblica. Deforme, in quanto non più collegata alla divisione del mondo in blocchi (il “fattore K”) che, se non legittimava, almeno spiegava la democrazia bloccata e la sovranità nazionale limitata che avevano caratterizzato quella stagione politica, in negativo. E in quanto le degenerazioni evidenziate da Tangentopoli, che della versione originale hanno segnato l'esito finale, di quella odierna sono invece la premessa, il marchio di fabbrica che ne denota l'origine.

Matteo Renzi e Ciriaco De Mita
Le amministrative di giugno rappresentano una minaccia incombente per il grumo di potere che si è incistato e ha lucrato su questo stato di cose malato e degenerato.
Bisogna parlare d'altro, sviare, confondere le acque, per depotenziare la carica innovativa che potrebbe innescarsi e per derubricarne in ogni caso il risultato: si devono evitare i contraccolpi di un eventuale battuta d'arresto del “percorso trionfale”. Ma non si tratta solo di questo: il nuovo ordine presuppone centralizzazione e verticalizzazione e allora si deve sminuire la figura del sindaco, ricondurla a quella di un missus dominicus, proprio come la figura del prefetto. Che non a caso viene portato ad esempio come modello di gestione. Quasi che il commissariamento fosse da considerare una misura ordinaria – da contrapporre a quella che viene espressa democraticamente, portatrice di disordine e inefficienza – anziché uno stato d'eccezione.

Il neo commissario di Roma Francesco Paolo Tronca e il prefetto Franco Gabrielli © ANSA
“Non è politica è un sindaco”, dice Renzi e sembra fare il verso allo slogan centrale della campagna di Marino (“non è politica, è Roma”). Allora serviva a convincere la gente che si poteva votare, perché non si trattava di una proposta politica ma di un progetto di città. Oggi serve a convincere (del contrario) quelli che vorrebbero approfittarne per punire il governo: non serve votare, perché non si tratta di giudicare Renzi ma di scegliere un sindaco. 
Meglio sviare l'attenzione, per evitare che il risultato si carichi di un significato politico pericoloso. Piuttosto, giocare il tutto per tutto, attorno a un plebiscito sulla riforma costituzionale. Contando sulla convinzione diffusa che una materia come la forma dello Stato non scalda i cuori. Visto che, come è stato detto per la cultura (da Tremonti), “non si mangia”.
Non è detto che questa campagna abbia successo e che a giugno l'attenzione sia bassa (e che sia ancor più bassa in ottobre). Un risultato però lo ottiene, facendo sì che le elezioni siano avvolte dalla nebbia che tutto confonde, nascondendo l'essenziale della posta in gioco.
L'essenziale è chiudere definitivamente la stagione dei movimenti civici. Impedire che risorga dalle ceneri la visione solidale e il modello partecipativo, che in quei movimenti avevano trovato una sintesi, e che venga assunto di nuovo come bandiera il tema dei beni comuni. Con tutto ciò che questo comporterebbe sul piano politico più generale (la storia di Podemos e di Syriza ha insegnato qualcosa anche a chi li avversa).
Potrebbe essere un calcolo sbagliato. Potrebbe prendere corpo di nuovo quella prospettiva strategica. Proprio a partire dalle comunali, perché è in quella dimensione che può ritrovare un senso. È da lì che si può scalare il cielo, delle politiche nazionali cadute in una regressione paurosa, fino all'Europa che vive un crollo di appeal mentre le sue ragioni d'essere cadono nell'oblio.

L'offensiva normalizzatrice, alla cui guida si è posto Renzi, può trovare un argine nelle prossime elezioni. Il mirino è puntato su Roma e Milano. La strategia è unica, guardiamola più da vicino.
In primo luogo ci sono le persone, che devono rappresentare un segnale chiaro di ritorno al passato.
Il passato è la “Milano da bere”, le Opere (di bene e di devozione), le Gestioni Straordinarie dei Grandi Eventi. Chi meglio di colui che ha appena finito di gestire l'Expo?
Chi per caso storcesse il naso, si accontenti di credere che “poteva non sapere” che qualcuno, intorno a lui, commetteva reati. E si convinca che se ha affidato lavori a chi vantava crediti personali nei suoi confronti lo ha fatto nuocendo ai suoi interessi personali. per giovare all'interesse pubblico, nel più puro “conflitto di disinteresse”. Era il perno operativo della Giunta Moratti? Appunto, una garanzia per la sinistra, cui si vanta di appartenere: un sinistro che piaceva alla destra è un predestinato alla vittoria. Se ne faccia una ragione Pisapia che dopo l'era Moratti aveva puntato tutto sulla discontinuità e sul voltare pagina. Era su “Scherzi a parte”.

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A Roma il compito di dare un segnale chiaro è stato assolto preventivamente, davanti a un notaio. È bastato mandare a casa chi ha rotto le uova nel paniere: al potentissimo imprenditore che aveva lucrato sulla più grande discarica d'Europa; alle imprese che hanno realizzato il tratto di metropolitana più caro del mondo, i cui crediti (vantati) si è rifiutato di onorare “sulla fiducia”; ai protagonisti di grandi eventi sportivi come Italia 90 e Mondiali di nuoto (i cui resti incompiuti sono per i romani un monumento e un ammonimento perenne) che volevano trasformare la candidatura alle Olimpiadi in un lasciapassare per rinnovare i fasti delle loro imprese passate.
Con questo prologo, chiunque prenda le distanze dal “marziano”, o comunque dimostri un vuoto di memoria affermando di non volersi soffermare sul passato, ha il profilo giusto per convincere i nostalgici di Malagrotta, della Metro C, della stazione di Vigna Clara e della Vela di Calatrava. Che pòpolano del resto, come ogni cittadino romano sa perfettamente, il “mondo di sopra” descritto da Carminati in un affresco sociologico diventato celebre per una intercettazione di Mafia Capitale.

Risultati immagini per vela di Calatrava
L'altro pilastro dell'offensiva politica per sbarrare la strada a un ritorno delle pulsioni e delle passioni ideali che avevano ribaltato i pronostici, a Milano come a Roma, è quello delle primarie del centro-sinistra, stravolte nel loro significato originario. La novità sta nell'averle amputate con tecnica chirurgica dell'ingombro arcaico del programma.
Nell'era in cui la competizione tra destra e sinistra è dichiarata estinta, soppiantata dal dualismo vecchio-nuovo, più che un programma di cose da fare è richiesta una lista di cose vecchie da non fare più. Mettendo in cima alla lista ciò che fa perdere tempo, e quindi soldi, alle imprese. Non ciò che mette a repentaglio beni vitali, la salute, l'ambiente, le risorse naturali e quelle storiche, la vivibilità degli spazi abitati, i saperi accumulati e quelli necessari per esplorare nuovi orizzonti. No, di quelli si deve anzi fare a meno, se sono di ostacolo all'accumulazione di ricchezza privata. Quello che non si deve fare è ciò che può ostacolare i grandi affari.

Le primarie così snaturate sono diventate una trappola micidiale per catturare gli storditi. Quel pezzo di ceto politico (e l'elettorato, sempre più sparuto, di cui è ancora punto di riferimento) che non trova le chiavi di lettura appropriate per la nuova situazione politica. O che si rifugia nell'illusione che ci sia da qualche parte un tasto rewind che permetta di riavvolgere il nastro della storia.
Si può capire che non sia facile ammetterlo, ma il problema da affrontare ha un enunciato chiaro, magari un po' crudele per chi non accetta la realtà e si illude. Questo: c'è un elettorato potenziale, un vasto mondo di soggetti che pongono domande alla sinistra politica. Che oggi però non c'è. Perciò, non ricevendo risposte, si è spostato altrove. Va cercando quelle risposte da chi segue percorsi diversi e rigorosamente esterni rispetto a quelli della sinistra del passato; oppure, ha perso la speranza di ricevere risposte e “protesta con i piedi” scegliendo di non votare più. Si può colmare questa distanza?

Per avvicinarci a una risposta, proviamo a misurare il fenomeno guardando un po' di numeri.
A Milano, sono questi, dalle Comunali del 2011 fino alle Europee:

MILANO
Comunali '11 I turno
Comunali '11 II turno
Referendum Beni Comuni
Camera '13
Europee '14
Sindaco (I e II t.) - SI al referendum
315862
365657
375847


PD
170551


208161
257457
SEL ('11 e '13) – Altra Europa ('14)
28016


30527
37161
Civica ('11) – M5S ('13 e '14)
22995


121408
81484

Circa un terzo degli elettori che hanno votato Pisapia al II turno e SI al referendum sono mancati all'appello già due anni dopo, alle politiche, per Italia Bene Comune. Nonché alle europee per il PD nella tornata del “trionfale” 41% nazionale (senza contare le perdite che il flusso di voti provenienti dal centro e da destra compensa e quindi nasconde).

Questi sono invece i numeri di Roma.

ROMA
Referendum Beni Comuni
Camera '13
Comunali '13 I turno
Comunali '13 II turno
Europee '14
Sindaco (I e II t.) - SI al referendum
1227089

512720
664490

PD

458637
267605

506193
SEL ('13) – Altra Europa ('14)

75573
63728

72491
M5S ('13 e '14)

436340
149665

293241
Civica ('11) –


75494



Qui il quadro è ancora più eloquente. Più della metà (il 54%) degli elettori che avevano votato SI al referendum voltano le spalle a Italia Bene Comune due anni dopo. E i voti al Movimento 5 stelle superano i 4/5 dei voti mancanti.
Qualche mese dopo Marino, al secondo turno, recupera una parte dei voti mancanti (circa 150.000) ma il grosso si riversa nel non voto (il M5S alle comunali raccoglie poco più di un terzo dei voti delle politiche). Intanto però PD e SEL perdono ulteriormente, rispetto alle politiche: 200mila voti in meno, fra tutti e due. Li votano un quarto degli elettori che si erano espressi a favore nei referendum sui beni comuni. Il sindaco “marziano” al secondo turno riceve il doppio dei consensi che avevano raccolto i partiti di centrosinistra.
Infine alle europee, mentre Forza Italia raccoglie assai meno della metà dei voti del centro-destra alle Comunali, scendendo al 15%, e il Movimento 5S perde un terzo dei voti raccolti alle politiche, il PD al suo massimo storico (in percentuale) si ferma al disotto perfino dei voti di Marino al primo turno. Lo votano appena due quinti di quanti avevano votato SI ai referendum del 2011.

L'elettorato potenziale di cui stiamo parlando si terrà dunque lontano dai gazebo delle primarie e da chiunque accetti di partecipare a quel rito. Anche perché si è capito che cosa comporta l'aver mantenuto, pur in mancanza di un programma condiviso, il vincolo formale del patto di lealtà. Quello che doveva legare i contendenti a un medesimo programma, ora li legherà esclusivamente a un sodalizio di interesse. Non a caso dall'adesione, a un partito o a una coalizione, si passa all'affiliazione (se si è trattato di un lapsus è stato, come sempre, rivelatore). Un termine che si attaglia a soggetti di tutt'altra natura rispetto a un partito politico.

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A Milano il sindaco uscente ha scelto di stare a questo gioco sponsorizzando una candidatura alle primarie del PD. Ne giudicheremo gli effetti quando dai gazebo uscirà il candidato alla carica di sindaco, valutando chi ha votato e chi ha vinto. A quel punto, chi si considera ancora parte e espressione di quel popolo, che cinque anni fa si era espresso con chiarezza, dovrà porsi il problema di proporre - che abbia partecipato o meno alle primarie - una risposta convincente, in termini di persone e di programmi, a quel popolo a cui non può dimenticare di dover dare conto.

A Roma è diverso, ma non per questo più semplice. Il quadro è meno definito. Il sindaco uscente si è sottratto alla tentazione di stare a quel gioco e di candidarsi alle primarie in prima persona. Ma la sua storia personale e, ancor più, le vicende politiche che lo hanno visto protagonista, dovrebbero convincerlo della necessità di tenersi lontano da quel rito anche soltanto come sponsor o simpatizzante di questo o quel candidato. Potrà rafforzarsi in questa convinzione se il risultato che conseguirà il sindaco uscente di Milano nel ruolo di aspirante queenmaker (giacché sostiene una candidata) sarà deludente, ma la vera questione su cui si dovrebbe riflettere è che quel gioco, senza possibilità di scampo, è un gioco a perdere, tipo loose-loose. Per il semplice motivo che un'eventuale vittoria alle primarie non modificherebbe il quadro politico in cui la candidatura alle elezioni andrebbe a collocarsi. Le forze politiche a sostegno, con le relative ipoteche quanto alle persone e agli impegni, diciamo così, programmatici, l'elettorato e perfino i contendenti, descriverebbero un quadro inagibile in quanto resterebbe lontano l'altro elettorato, quello potenziale.

Per la sinistra l'imperativo sarà, inevitabilmente, offrire un'alternativa che spinga quel mondo, di elettori privati di rappresentanza, a non disperdersi e a non rassegnarsi. Con tutta la difficoltà che comporta, convincere quel mondo che un voto in una direzione alternativa può davvero, realisticamente, rivelarsi utile. In barba ai pronostici.

Cinque anni fa erano altrettanto sfavorevoli. Dunque, quel filo può essere riannodato e la speranza riaccendersi. È possibile.

IN PRECEDENZA SULLO STESSO ARGOMENTO:

Garbuglio a Milano

Eppur Roma si muove

I dilemmi del sindaco Marino

Commenti

  1. Non so se ci saranno le primarie. Ma se non ci fossero non cambierebbe molto. Siamo precipitati talmente in basso che solo chi vola alto e bene può sperare di fare una differenza per una città martoriata come Roma.

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