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Eppur Roma si muove...

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Torniamo a parlare di Roma. Anche prendendo spunto dai fatti drammatici di Parigi e da alcuni accostamenti a cui hanno dato luogo.

Il tema periferie (banlieu) è uno di questi. Fino a che punto regge il paragone? Parigi è uno dei gangli fondamentali della rete delle metropoli globali, oltre che il cuore pulsante dello Stato nazionale francese. Roma aspira a diventarlo, ma non lo è, se non in misura molto minore.
La periferia di Parigi è posta ai margini non solo geografici ma anche sociali e economici della rete di cui quel centro è un ganglio fondamentale. Se è stata la culla per alcuni dei protagonisti della violenza terroristica è perché uno dei tratti fondamentali di quella marginalità sta nella difficoltà dell'integrazione dei giovani immigrati (per lo più di seconda generazione) di fede musulmana. Le manifestazioni terroristiche sono un fenomeno estremo che non si può certo considerare esemplificativo della dimensione e della natura del problema ma ne è pur sempre un derivato.
Il caso Roma è diverso soprattutto perché la sua periferia (meno espansa ma in forte crescita) non ospita quei fenomeni. Si è però scoperto, dai tempi della Banda della Magliana ed ora tra Mafia Capitale e “regno Casamonica”, che in quell'humus crescono fenomeni con caratteristiche non dissimili, che dimostrano la forte contiguità tra le periferie di una metropoli (meno globale rispetto a Parigi ma pur sempre metropoli) e la periferia del Paese. Caratterizzato, nel caso italiano, da un vistoso dualismo nord-sud, dove l'anti-stato controlla territori vasti e molteplici attività economiche. Fenomeni meno impressionanti quanto a violenza distruttrice ma più estesi e più ramificati, che lo Stato fatica assai più a contrastare.
E questa è la diversità più rilevante rispetto a Parigi: il problema è meno presente all'attenzione del potere politico (quando non ne è infettato), è meno evidente nelle sue dimensioni e nella sua pericolosità agli occhi dell'opinione pubblica e perciò in crescita.
Un secondo accostamento, per contrasto, riguarda la coscienza civile e il tessuto connettivo della società nelle due metropoli. Il sentimento di solidarietà e l'attaccamento ai valori fondamentali della democrazia e della convivenza civile si è dimostrato ben più diffuso e radicato a Parigi di quanto non lo sia a Roma. Dove è presente ed è forte, ma in una fetta più esigua della cittadinanza. Non è sempre stato così ma oggi lo è, inutile negarlo. Fino a quando?
Torna qui l'argomento di Cantone nel paragone Roma-Milano, inevitabilmente. Ma sta in piedi?
Che Milano sia tornata ad essere capitale morale, è una tesi che, tanto per dire, in Procura non hanno presa granché bene (con qualche cognizione di causa). Il confronto ci stava semmai quanto alla capacità di risposta popolare, di partecipazione attiva, guardando alla reazione della città nel momento in cui è stata ferita dalle devastazioni in occasione dell'inaugurazione dell'EXPO: ma estendere il paragone al tema dell'etica pubblica è fuorviante e appare come un omaggio gratuito alla retorica dominante. Un'estensione indebita tanto quanto l'aver letto in quell'episodio una mobilitazione dei milanesi per salvare l'Expo, quasi fosse un loro bene comune: hanno voluto salvare Milano, non l'Expo, così come non lo ha salvato l'apertura serale dei ristoranti solo perché ha permesso di gonfiare le cifre della partecipazione, in nulla aumentando il valore dell'iniziativa, un'occasione persa che non ha fatto fare un solo passettino avanti alla lotta alla fame e allo spreco alimentare. Stessa occasione persa, stesso copione del semestre di presidenza europea: immagine, esteriorità, risultati concreti pochi o nulli.

Per tornare a Roma, questi temi – rapporto centro-periferia, partecipazione – alla sinistra non dovrebbero suonare nuovi. Il “modello Roma” che le giunte di centro-sinistra hanno proposto come paradigma per la loro azione si basava su questi due capisaldi: investire sulle periferie, rovesciando lo schema centripeto caratteristico dello sviluppo di Roma, e promuovere la partecipazione dei cittadini al governo della città rompendone la chiusura elitaria che lo caratterizzava.
Quel modello, quella proposta di governo, in quanto era anche una promessa è stato tradito e col tempo si è smarrito. Poteva tornare ad essere il principio ispiratore della Giunta Marino e in effetti gli va dato atto di aver compiuto un tentativo generoso e risoluto di segnare una cesura netta con la gestione degli anni precedenti. Non c'è bisogno di ripetere la lista degli atti che si sono posti in chiara discontinuità. A quelli, chiunque voglia proporsi di riprendere il cammino della sinistra alla guida della città dovrà dare seguito. Ma è più difficile sostenere che Marino sia riuscito a orientare la sua azione intorno alla rottura del modello centralistico marginalizzante, o alla partecipazione democratica, attiva, dei cittadini. E questo è il passo avanti che si dovrà compiere.
E questi sono stati i due punti d'attacco su cui hanno agito le forze, potenti, arginate ma non sconfitte, che avevano l'obiettivo di togliere di mezzo Marino per tornare a imporre i propri interessi e il proprio dominio sulla città.
Da un lato, nelle periferie deluse e disilluse è stato alimentato il ribellismo per accreditare, con la forza delle immagini, la tesi di uno scontento diffuso. E sul vuoto di partecipazione, nella totale assenza di una mobilitazione sociale, e di un disegno politico che la promuovesse, è stato costruito abilmente l'isolamento prima, la progressiva delegittimazione poi.
Di questi limiti della sua azione, in parte necessitati o comunque condizionati, Marino non sembra aver raggiunto in tempo utile una piena consapevolezza. Quando l'esplosione dello scandalo di Mafia Capitale, nel momento in cui sembrava più difficile per la sua Giunta sopravvivere agli attacchi, ha rivelato in tutta la sua ampiezza e profondità il grado di compromissione raggiunto dal PD, dal suo partito, Marino aveva davanti agli occhi gli elementi per rispondere alle domande da cui sarebbe dipeso il suo futuro: a quali forze poteva fare riferimento, con quale base di consenso e quale programma di azione, per il prosieguo. E da quale parte sarebbe stato il PD.
Il PD ha commissariato la federazione romana rendendo di fatto inagibili le sedi dove Marino avrebbe potuto trovare qualche sostegno alla sua causa. E ha criminalizzato, anziché le cordate in simbiosi con Mafia Capitale, quella base, forse ingenua ma volenterosa, che al suo programma aveva creduto e per quello lo aveva votato. Ha così messo in condizione di non nuocere la parte della Giunta che tentava di nuovo di incarnare quel disegno. Ma su questo mi sono già espresso.
Non a caso, come primo atto il commissario è andato a mostrarsi nelle periferie: non per testimoniare un cambio di indirizzo ma accompagnato proprio da quel personale politico che aveva fatto da sponda al mondo di mezzo che sul disagio e sulla marginalizzazione aveva lucrato “più di quanto avrebbe potuto fare con la droga e la prostituzione”.
Ecco, ora a Marino si aprono due strade. Anche su questo non intendo ripetermi. Ma ormai il quadro è più chiaro e i dilemmi non possono non trovare una soluzione. Restare nel campo del PD, nazionale o romano che sia, qualunque differenza essendo del tutto illusoria, significa restare in quell'equivoco letale. La partecipazione non è un invito a un banchetto ma una mobilitazione di persone consapevoli per un obiettivo condiviso. E il tema del rapporto centro periferia non si riduce all'itinerario di una campagna di comizi ma richiede un disegno organico, complesso, che agisca su tutta la tastiera degli strumenti in mano al potere pubblico locale per capovolgere la dinamica dello sviluppo che ha caratterizzato gli ultimi settant'anni. Quel disegno che il centro-sinistra ha cominciato a delineare nel suo periodo migliore ma ha poi smarrito. Che riguarda l'urbanistica e l'uso del suolo, la cultura, l'istruzione e l'investimento sui saperi, la sostenibilità e l'efficienza energetica di cui la mobilità è un aspetto strategico, la conservazione e la valorizzazione (che è l'opposto dello sfruttamento) di un patrimonio unico al mondo e, alla base di tutto, la crescita delle persone, nei loro diritti, nella loro dignità, nella loro consapevolezza.
Mica poco! Ma credere che ai cittadini possa bastare meno di questo (non tutto in un giorno ma in una marcia costante nella direzione stabilita) significa arrendersi e rinunciare a conquistare la loro fiducia e a investire sulle loro energie potenziali. Significa lasciar perdere per paura di perdere.

A chi si domanda (come impone il mainstream dell'informazione politica normalizzata) quali candidati saranno in campo, quali cordate, quali interessi, si deve rispondere mettendo in luce a quale programma si sta lavorando, con quali forze, con quali competenze e con quali forme di mobilitazione, cognitiva e emotiva. Quale fronte si sta costruendo, quali energie si stanno mettendo in moto, quali persone si stanno rendendo disponibili a impegnare le loro capacità al servizio di quel programma. Perché, questo va detto, Roma è in movimento e si colgono i segni di un nuovo fermento. 
E con lo stesso metodo, traendo legittimazione dalla stessa forma di partecipazione democratica, si darà un volto a chi rappresenterà la sintesi nel rapporto con i cittadini elettori. Attraverso primarie, perché no? Non di una coalizione elettorale (e certo non con il PD), ma delle idee e delle persone, al cui servizio le forze politiche di sinistra dovrebbero porsi . Sarà il risultato, il punto di arrivo, non la premessa da cui tutto dipende e che tutto condiziona.

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