Passa ai contenuti principali

COME (NON) SI FA UNA MANOVRA DI BILANCIO

Motivi per giudicare criticamente la legge di stabilità annunciata dal governo Renzi ce ne sono in quantità. Ma prima di perdersi nei dettagli, uno dovrebbe chiedersi quali scelte di fondo abbiano guidato la manovra. Che sembra, e in parte è, una macedonia assortita di misure dal forte sapore elettoralistico: ma non per questo manca di un indirizzo politico. Secondo il premier, e alcuni suoi fedelissimi della squadra PD, sarebbe di sinistra. Ma Alfano è stato lesto a mettere il suo sigillo sulla manovra: “siamo la destra che governa”. Avallato da Berlusconi (mi copiano tutto) ma smentito da Brunetta (manovra in deficit, tutta da bocciare). Come stanno davvero le cose? Cerchiamo di capirlo.

E' una manovra in deficit. In un momento di crisi reagire con un passivo di bilancio per dare ossigeno all'economia è una ricetta di sinistra. Che va contro le ferree leggi dell'austerità volute dalla destra neo-liberista che governa in Europa. Ha dunque ragione Renzi?
Neanche per idea. Ecco perché:
1)      Perché lo sforamento di bilancio è a tempo: se Bruxelles approva la manovra (come sembra) ha però l'ultima parola nel fissare le clausole di salvaguardia per il 2017 e 2018. Per questo il testo lascia in bianco l'entità del rincaro IVA che scatterà se il rientro non sarà compiuto nei prossimi 24 mesi. Con una prima scadenza già al momento della prossima manovra, autunno 2016 (tenere bene a mente: 12 mesi, 15 con i tempi supplementari). Se va male (come ha “gufato” Monti) si pagano i benefici di oggi con i soldi di domani (sin dal 2017). Perciò non viene battuta la linea del rigore ma solo sospesa per 12 mesi
2)      Perché dipende da come vengono destinate le maggiori risorse. Questo è il criterio fondamentale per giudicare la qualità politica della manovra ma anche il grado di sostenibilità rispetto al punto precedente. Perché se sono finalizzate a rimettere in moto la macchina, con grande rigore e oculatezza, la scommessa sulla ripresa e sui suoi tempi può essere vinta. Altrimenti è un azzardo che peggiora ulteriormente il quadro e rischia anzi di spezzare le gambe alla ripresa per la batosta IVA che calerà sui consumi all'inizio del 2017.
Vediamo dunque la loro finalizzazione:
a) per la parte destinata ai consumi, occorre essere sicuri che vadano nelle tasche di chi ha un urgente bisogno di spendere e non può permettersi di risparmiarle. Destinare le risorse alle fasce a più basso reddito è dunque una condizione non solo di equità sociale ma anche di efficacia economica. Questo vuole una politica di sinistra. Altrimenti succede come per gli 80 €, dati senza criterio e finiti (per una quota tra un terzo e metà) fuori dai consumi delle famiglie. L'abolizione di TASI-prima casa (per tutti, senza riguardo al reddito né al valore catastale) e TARI (idem, con in più un regalino anche per le seconde case) ripete invece esattamente quell'errore. Strizza l'occhio ai benestanti (esclusi i possessori di ville e castelli…) ma non garantisce un ritorno totale sui consumi;
b) per la parte destinata alle imprese (IRAP, IRES, bonus assunzioni), occorre evitare che vadano solo a abbassare i costi, a parità di qualità intrinseca dei prodotti. Sennò possono finire per  alimentare la rendita (del capitale), il profitto (dell'imprenditore), come piace alla destra che giustifica l'arricchimento dei ricchi con la favola delle briciole che arrivano ai poveri; senza tradursi in una maggiore competitività, come vorrebbe la sinistra. Oltre alla teoria, è la storia recente che conferma la bontà di questa ricetta rispetto a quella della destra;
c) per la parte destinata a investimenti (superammortamento per i macchinari, incentivi alle startup) occorre una valutazione affidabile della redditività presumibile: se non una verifica dei piani industriali, almeno una selezione rigida dei requisiti di eligibilità; ma non ce n'è traccia (il lungo elenco di macchinari ammissibili è tutto fuorché selettivo).
La destra in passato ha seguito questa stessa politica, accompagnata da interventi nel campo del lavoro tutti mirati a spostare la distribuzione del reddito dai salari ai profitti e alle rendite. In questa direzione sono andati anche i governi da Monti in poi; Renzi, di suo, ha completato l'opera con la liberalizzazione dei contratti a termine e il Jobs Act
Ma alimentare profitti e rendite senza orientare verso gli investimenti, senza valorizzare il lavoro, a partire da quello qualificato, il bene più prezioso per l'economia di oggi, non ha avuto altro effetto che quello di deprimere la ricchezza nazionale e imbarbarire la società minando la coesione sociale.
Un grafico come quello che mostra l'andamento del PIL negli ultimi venti anni è più eloquente di qualunque disquisizione teorica. L'Italia è stata regolarmente al di sotto della media dell'Europa (perfino di quella allargata): in media, un punto percentuale, qualche volta andando anche peggio.

GRAFICO – Andamento del PIL 1995-2013, Europa 27, Italia
Fonte: Eurostat

Infine, come si ottengono minori spese?
Se si tagliano gli sprechi (che spesso nascondono corruzione e malaffare) si segue una strada di sinistra. Al contrario della destra che chiede di ridurre al minimo lo stato sociale (lasciando in piedi, per i più bisognosi, solo assistenza caritatevole, tipo una social card, per intenderci). Nel primo caso si deve essere molto selettivi. Nel secondo bastano i tagli lineari sulle voci di bilancio e sul personale (stipendi e turnover). Fin qui di selettività se ne è vista ben poca (la più piccola delle cinque polizie, qualche auto blu). In questa manovra praticamente nulla. In compenso i tagli lineari continuano inesorabili a peggiorare la qualità del welfare soprattutto a danno di chi sta peggio.
E le maggiori entrate? Voluntary disclosure e gara per le concessioni di sale giochi. Accompagnate dall'innalzamento del limite al contante.
Qui è bene essere chiari. L'Italia è praticamente l'unico paese d'Europa a condividere con alcuni paesi del centro-America e delle ex Repubbliche sovietiche la non invidiabile condizione di una presenza dell'economia criminale incomparabilmente più alta della media (e, aggiungiamo, del livello di tollerabilità in una società democratica fondata sullo stato di diritto). A cui si aggiunge (qui siamo in compagnia della Grecia) una quota insostenibile di evasione fiscale, che alimenta l'economia criminale e ne è alimentata. Una politica di sinistra (ma in questo caso condivisa dalla stessa destra liberale, fedele ai principi della concorrenza) si basa su pochi principi, chiari e solidi come macigni:
a) il fenomeno va riconosciuto nella sua esistenza e
b) combattuto con tutti i mezzi.
Uno dei mezzi necessari per stroncarlo consiste nel rendere quanto più difficoltoso il transito delle risorse, accumulate attraverso attività criminali, nel circuito dell'economia legale (gli altri, tanto per enumerarne alcuni, vanno dalla repressione alla controffensiva culturale, importante soprattutto per l'illegalità da colletti bianchi che ha il suo fulcro nella corruzione e nell'evasione; e passano, per la sinistra, attraverso misure per l'emancipazione economica e sociale dei gruppi attratti nell'orbita di potere delle organizzazioni criminali).
C'è invece una parte della destra (particolarmente diffusa nel nostro paese) che considera il transito nel circuito dell'economia legale delle risorse accumulate attraverso attività criminali (nelle varie forme, organizzate o micro) come un modo non solo ammissibile ma auspicabile per alimentare l'economia stessa. Questa è la destra che gioisce dell'aumento del limite al contante (in Italia, non negli USA dove se ti presenti dal tabaccaio con venti dollari in contanti anziché con la carta di credito chiamano la polizia o l'FBI). Ma è dimostrato (e lo capirebbe un bambino) che in questo modo si alimenta, fino ad incentivarla, l’economia criminale che sottrae risorse, non le aggiunge certo, e deprime la ricchezza del paese.

La sinistra non può giustificare questa scelta: non sul piano politico, né su quello etico. Minimizzare, sostenendo che si tratta di un piccolo problema, vuol dire poi rassegnarsi a fare da palo. Bel mestiere, non c'è che dire.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…