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La lezione del voto greco






Tanto di cappello. “Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto al governo. L'Europa non è più la stessa dopo che Syriza è andata al potere. Siamo stati di esempio.” Alexis Tsipras l'aveva messa così nell'annunciare la scelta delle urne. Se avesse perso avrebbe dato una lezione di democrazia. Al mondo. Ma non si sarebbe tolto di dosso un'accusa di tradimento, che avrebbe stroncato le sue ambizioni politiche. Invece ha vinto e ha dato anche una lezione di politica. Alla sinistra europea.

1. Le due sinistre contro Syriza
La divisione interna a Syriza non era di poco conto: è uscita dai confini della Grecia e si è sommata a quella con il grosso della socialdemocrazia, che ha preferito parlare, anziché di tradimento, di confusione, populismo e demagogia. Dimostrandosi all'atto pratico “indecisa a tutto”, sorda a qualunque richiamo proveniente dal governo greco. Segno di scarsa generosità ma soprattutto di tragica miopia e mancanza di visione strategica sul futuro dell'Europa.
Può darsi che, come sembra credere anche Tsipras, il confronto che si aprirà a sinistra produrrà qualche sommovimento in questa armata di sonnambuli che è oggi la socialdemocrazia europea in tutte le latitudini. Ma allo stato presente quello che emerge dai vari vertici nazionali di quello schieramento appare di una pochezza disarmante: chiuso nell'orizzonte angusto dello stato di cose esistenti, teso a lisciare il pelo alla pancia del proprio elettorato nazionale. Fino al punto di andare a rimorchio della destra e sposare la tesi che dare una mano alla Grecia, accettare le sue richieste, significa far pagare ai popoli delle “nazioni sovrane” un carico di sacrifici non sostenibile in una crisi di cui non si vede la via di uscita. Come se la Grecia fosse la causa, anziché la prima vittima, della crisi, per colpa delle ricette che le sono state imposte. Impossibile trovare una differenza tra i commenti dei maggiori esponenti PSE, quelli dei funzionari dei palazzi di Bruxelles e quelli dei politici conservatori: una monotonia esasperante.

2. Uscire dalla politica della destra. Euro o non euro
Su un punto cruciale le critiche provenienti da sponde opposte della sinistra europea coincidono: Syriza avrebbe accarezzato un progetto impossibile: uscire dalla politica dell'austerità ma non dalla moneta unica, proponendo anzi come un vincolo la permanenza nell'euro. Nell'illusione che per correggerne i difetti si possa riprendere, su nuove basi, il cammino dell'unità politica dell'Europa in direzione di un assetto federalista. Ovviamente, la critica porta a conclusioni opposte per le due ali della sinistra: per l'una, accettare l'euro e le sue regole, per l'altra, uscire dall'euro per sottrarsi ai vincoli. Ma comune è la rinuncia a un'idea di sinistra per l'Europa.

3. Ricostruire la fiducia dei cittadini nella democrazia
Non è questione da poco, circoscritta entro uno stato minore collocato ai suoi confini, ma il passaggio cruciale della ricostruzione di una sinistra europea.
Anche perché la Grecia ha fatto venire alla luce un'altra questione fondamentale: quella sulla democrazia e la partecipazione. Questo, in un momento in cui la destra sta perseguendo su scala mondiale un disegno di concentrazione del potere in vertici istituzionali forti. Forti, non del consenso conquistato tra la maggioranza della popolazione ma del controllo dall'alto dei canali di espressione della volontà dei cittadini e delle procedure di formazione delle decisioni politiche.
La sinistra interna ha sfidato il buon senso accusando Tsipras di essere antidemocratico mentre chiamava il popolo alle urne tre volte in nove mesi. E di tradimento (ma la risposta degli elettori ha piuttosto condannato la sua inconcludenza). C'è stata disaffezione, questo sì, stando al calo di partecipazione. Ma nessuno più dei dirigenti di Syriza saprà dare il giusto peso a un fenomeno che trova precisa rispondenza nell'amarezza con cui Tsipras ha commentato l'esito, giudicato negativo, del negoziato. Insomma, si può contestare il presunto errore politico, commesso sin dall'inizio secondo i vertici europei, o alla fine, dopo il referendum, con la scelta di restare nell'euro, come sostiene la sinistra. Ma non si può negare una totale trasparenza nel rapporto con gli elettori.

4. La tattica negoziale e il rapporto con gli elettori
Quanto al rimprovero, mosso a Tsipras da più parti, di aver sterzato e cambiato linea negoziale, togliendo il volante di mano a Varoufakis, la non-linearità è innegabile. Ma si deve anche riconoscere che, senza la tattica coraggiosa tenuta fino all'ultimo momento, il governo greco non sarebbe riuscito a far venire allo scoperto le divisioni interne al fronte dominante in Europa. E soprattutto non sarebbe stato altrettanto efficace nel mostrare agli occhi del mondo, e non solo degli europei, quale fosse la sostanza politica della linea dominante, la sua natura antidemocratica. 
D'altra parte, senza una sterzata prima del burrone “Grexit” (per chi conosce il “gioco del pollo” in cui si è cimentato Varoufakis) il governo greco si sarebbe assunto la responsabilità di caricare sulle spalle del suo popolo, già duramente colpito da quella politica, tutti i rischi contenuti in quel “disvelamento”. Un prezzo troppo elevato, del tutto sproporzionato, per risvegliare i sonnambuli socialdemocratici e chiamare le persone di buona volontà ad assumersi le loro responsabilità.

5. Misurare la destra. Il Grexit, bluff o minaccia reale: rivolta a chi?
Al di là della valutazione sulle scelte di tattica negoziale, occorre chiedersi perché il Grexit sia stato perseguito dall'ala più oltranzista della destra europea. E, posto che per i falchi non si trattava di un bluff, vista l'insistenza con cui continuano a perseguire quella soluzione, ci si dovrebbe domandare se davvero fosse solo un bluff per i burocrati di Bruxelles e per l'asse Merkel-Juncker. Se erano davvero convinti che l'Unione Europea avrebbe retto ai contraccolpi di una Grexit e che nessun altro paese avrebbe seguito le sorti della Grecia, come i “falchi”continuano a sostenere (sinceramente o meno non si sa). Ossia, se si trattava di una previsione o non piuttosto di una velata minaccia alle “pecorelle più lente nel gregge”, per dirla con Krugman. Non solo a qualche altro paese minore ma anche alla Spagna, dove si vota quest'anno, all'Italia, dove si deve evitare a tutti i costi il voto, fino alla Francia.
Resta il fatto che la Grexit non era una mossa tattica ma il Piano A di Herr Schäuble e dei suoi seguaci. Solo la miopia di chi, come Renzi, ha adottato il wishful thinking come chiave per interpretare il mondo ha portato a minimizzare il rischio, altrimenti evidente, che quel trattamento fosse un avvertimento “in chiaro” per tutti i paesi indebitati e indeboliti dalla crisi economica.
D'altra parte, chi mena vanto per la fine degli scissionisti di Syriza dimenticando di essere il corrispondente del PASOK e continua con un racconto politico allucinogeno ha perso contatto...


6. Unire le forze oltre i confini nazionali. Non siamo diversi
Tra quanti sostengono che l'uscita dall'Euro è una prospettiva preferibile per i paesi vittime della politica di austerità turboliberista, molti ammettono che lo scenario catastrofista che ha portato Tsipras a fermarsi sia in effetti il più probabile per la Grecia. Sostengono tuttavia che non sia applicabile a sistemi economico-sociali con caratteristiche diverse da quello greco, come l'Italia il cui apparato produttivo è ben più solido. Sorvolando così sul fatto che i paesi “candidati” a seguire la sorte della Grecia hanno dei tratti comuni da cui non si può prescindere: non solo l'indebitamento, ma la produttività stagnante, la bassa spesa per investimenti (specie per innovazione), la crescita delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, il calo della domanda interna nella componente dei consumi delle famiglie, l'elevata disoccupazione, in particolare giovanile.

7. Scelte politiche e ricette economiche 
L'idea, comune a molti dei teorici di questa soluzione, è che si possano aggredire questi problemi con una spesa pubblica in deficit. Ma la storia, così come la teoria economica, porta a dare importanza decisiva alla qualità (politica) di quella spesa. Il caso italiano al riguardo fa scuola. Nell'arco degli ultimi trentacinque anni la spesa in deficit è stata una costante della politica economica della destra, dai tempi del pentapartito-CAF (la preoccupazione di dover risanare i conti essendo invece accollata tutta sulle spalle dello schieramento di centrosinistra). Con il risultato di un peggioramento progressivo delle ragioni di scambio finché a livello nazionale era consentito battere moneta. Quindi, dall'Euro in poi, di una svalutazione interna. In entrambi i periodi, la caduta del potere d'acquisto a seguito della svalutazione della moneta e poi la modifica della distribuzione dei redditi a danno di quelli da lavoro (individuali e come quota parte del reddito nazionale) hanno portato a un aumento delle diseguaglianze e un peggioramento della condizione delle classi più povere fino a toccare il ceto medio (nei suoi redditi e fin nei suoi patrimoni). Ed hanno portato, è bene non dimenticarlo, alla Tangentopoli con cui si è chiusa la Prima Repubblica e al dilagare della corruzione e della criminalità organizzata cui si sta assistendo nel crepuscolo della Seconda.
In sintesi, non si tratta di scegliere tra svalutazione della moneta e svalutazione interna (entrambe portano a una redistribuzione dei redditi a danno di chi è meno tutelato, salariati e pensionati in primis) ma tra una politica di destra e una di sinistra. La politica, dal cui contesto “ostile” si vuole fuggire, tornerebbe a porre sulla bilancia, come fece Brenno, la sua spada, più pesante dell'oro.

8. Cambiare l'Europa (la politica, le istituzioni) non è impossibile
Cambiare dunque l'Europa, la sua politica, partendo dal cambiare le sue istituzioni. A questo chiama Syriza. Mossa ardimentosa e priva di concretezza politica? Una sinistra che, su scala europea, giungesse a questa conclusione, come sta avvenendo sia nella socialdemocrazia che nell'ala più radicale e “identitaria”, denuncerebbe la propria irreversibile sconfitta. Cedere il campo, considerare impraticabile una lotta politica democratica per cambiare l'indirizzo dominante, significherebbe uscire di scena e lasciare che quel campo sia occupato da qualcun altro. Da un'altra sinistra.
Non sembra esserne consapevole quella parte che, scegliendo l'abbandono della moneta unica, mette in conto, o perfino persegue, una prospettiva di uscita dall'Unione Europea. Come se la partita che non si può vincere su scala continentale potesse essere vinta tornando a quella nazionale.
A questo riguardo non ci si deve far ingannare dal fatto che sia stata la destra a far propria, apertamente, la bandiera del ritorno allo stato nazionale. Nella sua versione populista-nazionalista, per di più. Perché, oltre ad essere una componente minoritaria, espressione di un segmento della popolazione in genere ai margini delle dinamiche sociali ed economiche, è anche subalterna alla destra dei grandi poteri della finanza e dell'economia, a cui torna utile avere al fianco forze che agitano l'antieuropeismo come una minaccia per tenere sotto scacco la sinistra in fermento. 
Il lepenismo (così come il leghismo, l'UKIP e via elencando) sono l'altra faccia del waterboarding cui è stata sottoposta la Grecia. Chi si ribella alla politica dei palazzi di Bruxelles deve sapere che farà il gioco della destra peggiore aprendo la strada alla barbarie. Oppure, alimentando l'illusione di un maggiore benessere, precipiterà nella peggiore delle catastrofi economico-sociali.
Questo dovrebbe allora essere il cuore di un dibattito sul futuro della sinistra in Europa. Come rendere di nuovo credibile, come disegnare e progettare in termini realistici e fattibili una prospettiva di unità politica diversa da quella perseguita dalla destra. Facendo leva nello stesso tempo sulle contraddizioni e le debolezza che la strategia della destra manifesta, di tutto trattandosi, meno che di un disegno travolgente, privo di ostacoli e coerente al suo interno.
Ecco dunque riproporsi, non come divergenza tattica (come nel confronto tra Varoufakis e Syriza) ma come opposta visione strategica (del tutto sovrapponibile a quella che ha diviso Unità Popolare da Syriza), la questione dell'uscita dall'euro. Perché la prospettiva in cui si inquadrano le due soluzioni alternative è iscritta nella realizzazione dell'unità europea nel primo caso, nel compromesso con la destra liberista attorno all'uscita “concordata” dall'Euro nel secondo.

9. L'appuntamento con la ripresa del negoziato UE-Grecia
La debolezza dell'accordo raggiunto tra Grecia e UE, in questa prospettiva, non è certo un fattore propulsivo ma è pur tuttavia il punto di partenza. Per la sinistra tanto quanto lo è per il Ministro delle Finanze tedesco. Perché stabilisce un equilibrio instabile, perché la questione della democrazia, della sovranità dei popoli, tornerà a riproporsi. E quello sì sarà un punto di forza non solo di Syriza ma di tutte le formazioni di sinistra che si stanno affacciando sul panorama europeo, da ultimo il nuovo Labour di Jeremy Corbyn. Perché, come viene ormai notato da punti di vista anche molto diversi, ma aderenti ai principi fondamentali della democrazia rappresentativa moderna, non si può pretendere che la sovranità dei cittadini sia limitata da regole derivanti da entità sovranazionali in base ad accordi internazionali senza rispettare i principi fondamentali della rappresentanza politica.
Questo era il quesito difronte al quale erano stati posti i cittadini greci sin dal referendum di giugno.
Accettate che il campo di gioco in cui affrontare la partita politico-economico del rientro del debito sia quello delle regole delle Euro-burocrazie, congeniale agli interessi dei paesi economicamente più forti? O ci chiedete di continuare a batterci per far prevalere la democrazia, il potere del popolo sovrano senza sottostare ai ricatti?



10. Un'idea sovversiva. Ripartire da Ventotene
Per l'Euro-burocrazia, per la destra dominante, per i sonnambuli della socialdemocrazia, era chiaro il potenziale sovvertimento dell'ordine consolidato che quel voto minacciava. Non era altrettanto chiaro per i critici di Syriza: non per quelli interni, che hanno dato vita a Unità Popolare; quelli che volevano trasformare una minaccia rivolta contro i popoli più deboli in un espediente per rientrare nella storia, sulle macerie di una sconfitta.
Il risultato elettorale ottenuto da Syriza conferma che i timori dei falchi antidemocratici erano, vivaddio, fondati. Sta alla sinistra ancora vigile e cosciente coglierne fino in fondo il significato e trarne tutte le conseguenze assumendosi la responsabilità di adoperarsi per dare seguito a quella vittoria attraverso una strategia di respiro europeo.
Proprio quando il Manifesto di Ventotene appare più lontano, nient'altro che un sogno di metà secolo, anacronistico e irrealistico, il suo nucleo fondamentale si ripresenta come una soluzione possibile per non arrendersi all'offensiva della destra.




Non arrendersi. Non rassegnarsi a considerare impossibile quello che sarebbe possibile. Cambiando schema, però. Di interpretazione dei fatti e di movimento. Vedere nuove strade per poi percorrerle.
Ce lo siamo detto quando abbiamo pensato di chiamare a raccolta i cittadini su 8 referendum contro le leggi che sono passate senza il loro consenso e contro i loro interessi.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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