Passa ai contenuti principali

Il Ferragosto triste della ripresa che non c'è

Il mio amico Antimo Verde è un valente economista, di lunga esperienza. Si occupa dei fenomeni “macro”, ossia studia le dinamiche economiche “in grande”, attraverso i principali indicatori economici e insegna Politica Economica all’Università. È molto apprezzato nel suo campo anche perché lavora ad uno dei modelli previsionali considerati più affidabili.

Risultati immagini per renzi expo
All'inizio dell'anno la sua previsione era un po' meno ottimistica di quella prevalente tra le maggiori istituzioni nazionali e europee: anziché lo 0,5% si fermava allo 0,4%. Quando poi a maggio l'Istat ha diffuso il dato sull'andamento del PIL nel primo trimestre, +0,3% sul trimestre precedente (0% sul primo trimestre 2014 recuperando le perdite dell'anno trascorso) poteva proprio sembrare che quel modello avesse fatto cilecca. Mentre era stata festa grande tra i fan del governo. Le corazzate dell'informazione avevano sparato titoli di testa e prime pagine trionfali. “L'Italia riparte”, ha ripetuto il premier da tutte le capitali che toccava e da tutti gli stand dell'Expo che visitava. Per la prima volta, a memoria d'uomo, le previsioni economiche, anziché essere smentite al ribasso alla prova dei fatti, venivano ritoccate in alto. Non allo 0,5% ma - udite! - allo 0,7% si chiuderà il 2015 in Italia. I gufi sono serviti.
Il mio amico Antimo Verde non è né un gufo né un servitorello. Il “suo” modello gira in un computer che non sa chi governa ed è solo capace di elaborare dati statistici sulla base di equazioni complesse, costruite sulle interrelazioni che appaiono più probabili alla luce di teorie economiche formulate osservando l'andamento storico. Quanto più numerose sono le variabili prese in considerazione e quanto più solide sono le ipotesi alla base delle interrelazioni, tanto più affidabile sarà il modello. Quello a cui lavora il mio amico ha una lunga storia alle spalle e in genere “ci piglia” per cui in molti lo consultano, così come faccio anch'io. Dunque a maggio, quando il suo modello sembrava sbagliare, ne abbiamo domandato il motivo.
La spiegazione è stata esauriente e in sintesi era questa: alcuni fenomeni accaduti nel primo trimestre erano difficili da prevedere ma anche difficilmente ripetibili per le loro caratteristiche. Alzare le previsioni era dunque azzardato, stando al modello. Si poteva concedere un margine più alto “nella migliore delle ipotesi” ma l'andamento più probabile restava quello previsto a inizio anno. Solo una crescita non inferiore allo 0,3% nel secondo trimestre avrebbe giustificato qualche ottimismo ma l'ipotesi era poco realistica.

È andata proprio così. La notizia di Ferragosto è che il modello del mio amico Antimo Verde, ancora una volta, si dimostra molto affidabile. Il secondo trimestre non è andato oltre lo 0,2%, come era prevedibile, e lo 0,7% a fine anno appare come un “en plein” alla roulette.
Ferragosto è il giorno ideale perché, a parte i due economisti in servizio permanente per le dichiarazioni di rito, Brunetta (“fine del sogno”) e Taddei (“però un po' si cresce”), il coro tacesse. Piuttosto, ampi servizi sui  volontari che alla Electrolux, ora che è stata trattenuta a Susegana invece di traslocare in Polonia, han fatto il Ferragosto “a catena” in barba all'accordo sindacale che prevedeva di lavorare tutti i sabati ma non “quel” sabato. "Guardate quanto lavoro ci sarebbe, se solo non ci fossero i sindacati!" Che poi quella multinazionale sia rimasta in Italia solo grazie alla tenacia e all’ostinazione dei lavoratori sindacalizzati e della popolazione locale, che hanno costretto il governo a svegliarsi e ad aprire gli occhi, meglio non dirlo. Come per il PIL: meglio non parlarne.

Nel quadro triste del Ferragosto, su “La Repubblica” sono due economisti stranieri a commentare i fatti rilevanti, Krugman e Fitoussi. Il primo, parlando della svalutazione in Cina, si domanda se le mosse del vertice di quella grande potenza sono sbagliate per mancanza di strumenti adeguati di comprensione dei fenomeni economici. Se fosse davvero così, conclude, sarebbe un guaio per tutto il mondo.
Risultati immagini per svalutazione dello yuan
E' una domanda che si adatterebbe bene al caso italiano. Con una aggravante: non si riferirebbe a un singolo intervento (come quello sullo yuan) ma a tutta una politica economica che prosegue sullo stesso binario, più o meno ininterrottamente, da una quindicina d'anni (secondo alcuni da quasi quarant'anni).
Osservare coloro cui è affidata la guida del Paese fare ricorso a premonizioni, auspici e formule scaramantiche non sarà preoccupante per il mondo globale come può esserlo nel caso della Cina ma è certo una tragedia per i cittadini italiani.
Non è la prima volta che ne scrivo qui: non si può mettere le mani nell'economia senza una conoscenza dei fondamentali. Neanche se si sceglie il classico “lasciar fare” venerato dalla destra, perché la politica interferisce inevitabilmente con l'economia.
Se gli investimenti continuano a latitare e non si fa nulla per stimolarli dove più servirebbero. Se la domanda interna è asfittica e si continuano a favorire gli alti redditi e a deprimere quelli bassi. Se il lavoro è sempre meno qualificato e ci si affida ai proclami (la “buona scuola”) tagliando le risorse e mortificando i docenti. Se si punta sul taglio dei costi senza nessun intervento per sostenere i settori con le maggiori potenzialità di sviluppo. Se si ignora il vincolo della sostenibilità per accontentare le lobby del cemento, degli scavi e delle trivelle. Se questa è la linea, hai voglia a fare scongiuri e diffondere ottimismo.
Può accadere che in un trimestre si ricostituiscano le scorte, perché non si può continuare ad assottigliarle all'infinito. E può accadere, magari nello stesso trimestre, che la domanda estera nelle sue oscillazioni si trovi nella parte alta del ciclo. Ma è altamente improbabile che i due fenomeni si ripetano, in contemporanea, il trimestre successivo, come spiegava Antimo Verde a maggio.
Tanto più se la quota parte del sistema produttivo che occupa stabilmente posizioni da primato nei mercati esteri è una parte troppo esigua. E se, pur rappresentando la vera eccellenza, non trova un sostegno nella politica, che non se ne occupa adeguatamente e quando si muove in delegazione “ad altissimo livello” per fare promozione commerciale all’estero, non ha a cuore i settori strategici ma quelli di interesse “politico” (che non significa pubblico e raramente coincide).

C'è qualche segnale di cambiamento di rotta? Disgraziatamente, le ultime notizie dalla plancia di comando renziana sono ancora più preoccupanti. Via le tasse sulla prima casa, coprendo l'onere con corrispondenti tagli ai servizi di interesse sociale di competenza degli enti locali. Meno Irap per tutti, senza nessuna forma di selezione collegata agli investimenti e alla loro qualità, anche a costo di un'ulteriore colpo ai consumi con l'aumento di due punti dell'IVA. E una sequela di segnali inequivocabili di benevolenza indirizzati a evasori e “elusori”.
L'appuntamento con la legge di stabilità per il 2016 sarà, come sempre, il banco di prova. Non si potrà abbassare la guardia, non è consentito desistere. Finché il Paese non ritroverà la rotta, come è necessario. E possibile 
Risultati immagini per lezione di economia

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…