Passa ai contenuti principali

L'ottimismo del governo sull'economia italiana. LOL o LOT?

Risultati immagini per tsipras merkelDopo l'accordo Grecia-UE, su un giudizio, uno soltanto, direi, c'è stata unanimità: che non segna un approdo definitivo ma solo un passaggio di fase. E nella fase che si apre ci saranno da sciogliere nodi ben più aggrovigliati di una ristrutturazione del debito greco.
In questa partita l'Italia ha scelto di collocarsi dalla parte del più forte (la Germania e i paesi nordici) nella speranza di guadagnare qualche punto di merito per spuntare un po' di tolleranza sulle politiche di bilancio. A parte le rodomontate a cui siamo abituati (“non siamo più il problema ma la parte che offre soluzioni”) è del tutto evidente, a chiunque non sia né sprovveduto né in mala fede, che continuiamo ad essere il malato di Europa. E che l'essere “too big to fail” (troppo grandi per fare bancarotta) non ci salva se a fallire è tutta la costruzione europea.

Il premier è rassicurante: siamo fuori dalla linea del fuoco perché c'è il QE (la minaccia di intervento usata da Draghi per spaventare la speculazione), perché abbiamo fatto le riforme e perché finalmente c'è la crescita.
Davvero?
Partiamo dalla crescita. Le stime sono un po' migliorate dopo i risultati del I trimestre 2015. Ormai tutti gli istituti nazionali e internazionali si attestano sullo 0,7% per l'anno in corso con una forchetta 1,2-1,5% per il 2016. Non c'è molto da stare allegri, siamo un punto abbondante sotto la previsione per l'UE e bisogna dire che c'è molta apprensione per il dato imminente sul II trimestre: si dovrebbe ripetere l'exploit del I° perché le previsioni non tornino al punto di partenza (appena sopra lo zero).
Quanto all'occupazione, neanche il governo se la sente più di usare toni trionfalistici per i dati ministeriali sulle Comunicazioni Obbligatorie, una volta verificato che i nuovi contratti sono conversioni verso la nuova modalità a tempo indeterminato, precaria esattamente quanto lo è il tempo determinato (chiedere agli uffici prestiti delle banche): cifre drogate dal bonus 8.000€. Per il 2015 ci si attende che resti stabile (oscillante, al più), la svolta sarà nel 2016. Ma è solo scaramanzia: non si vede come potrebbe essere rifinanziato il bonus anche per i contratti del 2016.

Previsioni da gufi, obietterà qualcuno. Ecowlnomics, direbbero i frequentatori nostrani della City. Ma le riforme? Sono o non sono impressive, impressionanti, come dicono a Berlino e a Davos? Per inciso, né a Berlino né a Davos, a parte i politici di destra e una precisa categoria di operatori economici e finanziari, nessun economista appena credibile condividerebbe questi entusiasmi.

Se devo metterla sul personale, ammetto però che quelle riforme le considero impressionanti.
Risultati immagini per riunione davos
Perché rappresentano la realizzazione del sogno dei Tea Parties e degli ultimi fan delle reaganomics. Liberare gli imprenditori dai vincoli delle leggi (e delle Costituzioni, perché per quegli ambienti la Costituzione Italiana è un oltraggio alla libertà di impresa, lo hanno perfino messo nero su bianco). Disintermediare, nel senso di togliere di mezzo le controparti (ma foraggiare, con l'altra mano, tutti gli intermediari che garantiscono la conservazione dello status quo in cambio di arricchimento facile). Liberare i governi dai vincoli della rappresentanza. Liberare i top player (i grandi gruppi) dell'informazione dai vincoli imposti dalla concorrenza e dalle leggi contro i monopoli e contro i conflitti di interesse (e se possibile anche dal fastidio di dover pagare le tasse). Liberare cementificatori, scavatori di tunnel, trivellatori, dai lacci e lacciuoli di norme vincolistiche (parola che di per sé evoca pena e costrizione).

Non starò qui a dire, mi sembra totalmente superfluo, che associare quegli atti al concetto di sinistra è offensivo. Segnalo tuttavia che non saprei indicare un solo modello di sviluppo vincente, e desiderabile, che si possa dire figlio di quelle ricette. La stessa esecrata Germania (che non porterei a modello politico in questa fase storica) ha introdotto le riforme Hartz e i minijob ma comunque in un quadro di diritti e di partecipazione che si può non condividere negli esiti ma non condannare nei presupposti, come assetto istituzionale.

Sono anni (già dai tempi del berlusconismo vincente, all'inizio del secolo) che ci si affanna ad ammonire sui rischi che comporta l'aver scelto questa via, cosiddetta “bassa”. Sull'aver svalorizzato le competenze, la creatività, l'innovazione e aver puntato tutto sulla disponibilità di manodopera a basso costo e privata di diritti. Sull'aver abbandonato qualunque barlume di politica industriale per lasciare campo libero ai top player (appunto), alle multinazionali che potevano scorrazzare per la penisola senza dover pagare dazio a nessuno, né al potere centrale, né a quello locale (dazio no, ma magari qualche stecca), né ai sindacati. Dopo la parentesi bersaniana, nel Ministero di via Molise (che per l'andazzo orwelliano imperante continua a chiamarsi “dello Sviluppo”) si celebrano solo riti funerari e si canta vittoria se la minaccia di chiusura di un impianto si risolve tagliando qualche diritto acquisito e qualche linea di produzione senza mettere i lucchetti ai cancelli.
Il risultato è ben descritto, non da qualche gufo nostrano, ma dalla massima autorità europea in tema di competenze, il Cedefop (la cui sede, pensate un po', è a Salonicco). Ne parla un quotidiano che più filo-governativo non si può, la Repubblica (qui l'articolo di Maurizio Ricci): una lettura che consiglio, se non si vuole risalire alla fonte. In Italia in questi anni “c'è stata una decimazione accuratamente mirata, fatta apposta per far fuori i migliori e premiare i mediocri”. “nelle imprese italiane, dopo cinque anni di crisi, ci sono 1.393 mila occupati ad alta qualifica in meno. In pratica, dei lavoratori baciati in fronte (nel mondo) dalla new economy, uno su sei, in Italia, ha perso, invece, il posto e la busta paga. La crisi ha determinato una mattanza. Gli imprenditori hanno deciso chi sacrificare”.

Pensare, e sparare nelle interviste, che con queste premesse, oltre agli investimenti al palo, con l'andamento del pil legato alle oscillazioni delle scorte, l'economia possa crescere è idiozia. E pensare che l'occupazione possa crescere senza crescita economica è una bugia spudorata. Senza contare il costo rappresentato dallo sfruttamento intensivo, insostenibile, delle risorse: che può perfino far crescere il pil (gli interventi di risanamento sono calcolati col segno +) ma distrugge ricchezza.
Risultati immagini per draghi merkelCome vogliamo chiamarla, questa economia dell'ottimismo, di scuola berlusconiana (elevata al quadrato)? Lollinomics (da lol)?
Vogliamo consolarci con il QE? C'è il rischio di dover passare dalle risate alle lacrime (da lol a lot, dove t sta per tears).


In questa situazione l'attendismo che oggi serpeggia in una certa sinistra è semplicemente incomprensibile. A chi non manca di inserire in qualunque sermone a carattere politico un richiamo all'etica della responsabilità chiederei un po' più di rigore e coerenza.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…