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Primarie liguri, un caso ancora aperto

Il voto del 31 maggio in Liguria, per gli iscritti e gli elettori del PD che hanno partecipato alle primarie pone "un problema politico enorme". Così lo definiva l'attuale presidente del PD, Orfini all'indomani della presentazione di numerosi esposti al Collegio dei Garanti. E lo spiegava con queste parole (la Stampa, 17/01): “se con il pronunciamento [dei Garanti] la storia si può chiudere formalmente ... non è che quello che è successo - il voto di pezzi di centrodestra per Paita - può già prefigurare l’alleanza col Ncd. Non è così, la signora deve saperlo”. Ora il NCD è schierato con Toti ma non per questo il problema è risolto. La candidata PD non convince quando dice che non sarà alleata della destra perché avrà da sola la maggioranza assoluta: poiché è ormai certo che nessuno dei contendenti avrà i numeri per governare da solo, così alimenta il sospetto che la porta per il NCD sia aperta. E che dunque non sia escluso un patto con la coalizione di Toti.
Ma non meno grave è il problema che riguarda le regole: non mere formalità, ma le basi su cui poggia il patto associativo e, per chi ha votato alle primarie, la credibilità della carta di intenti che ha accettato di sottoscrivere. Questo aspetto è stato però accantonato dopo che Renzi in Direzione Nazionale ha voluto chiudere il caso prima ancora che i Garanti si pronunciassero (mostrando, dalla posizione di massima responsabilità del partito, poco rispetto per le regole). I Garanti hanno poi convalidato la vittoria della Paita ma, contrariamente a quanto si crede, non hanno chiuso il caso. E su questo, oltre che sulle prospettive politiche, gli elettori, in particolare i partecipanti alle primarie, iscritti e non, saranno chiamati a dare il loro giudizio con il voto.
Un primo problema è che il verdetto con cui, nonostante le irregolarità riscontrate in 13 seggi, la vittoria è stata considerata regolare non era appellabile. I garanti (della coalizione) costituivano l'unico grado di giudizio, tanto che un ricorso presentato alla Commissione di Garanzia del PD non è stato trattato perché, in quanto organo di partito, non era competente per la coalizione. Eppure non mancavano i motivi per sollevare dubbi (da sciogliere in un senso o nell'altro, si intende). Eccone un elenco, basato su verbali e risultati (pubblici):
  • per tre seggi (in aggiunta a quelli annullati) non si sono prese decisioni, con la motivazione che sui fatti denunciati stavano indagando le forze dell'ordine; non si è tenuto conto perciò dei riflessi che quelle indagini potevano avere sulla validità delle primarie. Ad esempio (cito da Primo Canale), stando alla denuncia presentata dal presidente di seggio di Genova Certosa, nel gruppo di (40) persone che hanno dato adito al sospetto di inquinamento del voto, “c'era, secondo il Corsera, un ex consigliere comunale IDV, rinviato a giudizio con l’accusa di aver raccolto nel 2010 firme false per conto di una lista collegata al presidente uscente, poi rieletto, Claudio Burlando, nonché due membri di una famiglia che appartiene alla folta comunità siciliana del ponente genovese, con precedenti penali per spaccio di droga e furto. Poco tempo dopo l'articolo del Corriere, quel consigliere ha dovuto incassare la condanna a nove mesi per falsità ideologica in atto pubblico con riferimento alle regionali del 2010”. Al di là di quello che la magistratura potrà decidere (tra altri 5 anni?) c'era forse materia per approfondire prima di emettere un verdetto;
  • si è stabilito che non vi fossero elementi sufficienti per procedere sui casi di affluenze anomale (in un seggio oggetto anch'esse di indagine giudiziaria); eppure in tre seggi (in provincia di Savona) si è registrata un'affluenza tra il doppio e il triplo della media, rispetto agli elettori PD delle ultime tornate elettorali, con una maggioranza per la Paita tra l'84% e il 96% per un totale di 2.268 voti in suo favore.
  • si è convalidato il risultato con la motivazione che non cambiava una volta annullati i seggi; senonché, non avendo indagato le responsabilità ed avendo deciso di non procedere per le anomalie oggetto di attenzione della magistratura, l'organo giudicante non ha fugato i dubbi su quel risultato, visto che i voti raccolti dalla Paita nei seggi annullati e in quelli per i quali non si è proceduto superano, significativamente, i voti di distacco dal suo contendente (a cui sono stati sottratti i voti raccolti in quei seggi pur potendo risultare estraneo ai fatti contestati, e magari vittima); oltre tutto, senza che la Paita prendesse le distanze da quei fatti.
Poste queste premesse, il giudizio sulla legittimità delle procedure per la selezione della candidatura alla Presidenza delle Regione Liguria è rimesso, in attesa del pronunciamento che un giorno potrà venire dalla Magistratura, all'elettore. E per quello iscritto al PD (o che abbia comunque partecipato alle primarie) si pone il dilemma se dare o meno un avallo alla scelta fatta.
Votare (magari turandosi il naso) accettando l'eventualità che il voto porti a riprodurre in Liguria lo schema delle intese a destra, e comunque con la certezza che si continui sulla strada degli ultimi anni di amministrazione della Regione, è già una scelta che può sollevare seri problemi politici. Ma il modo con cui è stata scelta la candidatura di vertice aggiunge un ulteriore carico di contraddizioni. Il principio statutario per cui non ci si deve candidare contro chi risulta vincente “all'esito delle procedure per la selezione delle candidature” presuppone la correttezza di quelle procedure, su cui i dubbi sono invece leciti e per molti aspetti fondati. Il principio di lealtà, per cui si ha il dovere di sostenere i candidati del partito, presuppone che quei candidati a loro volta rispettino lo Statuto (e ad esempiole regole di condotta ... tese a evitare il condizionamento di specifici gruppi di interesse nella formazione dei suoi gruppi dirigenti e dell’indirizzo politico”).

Gli elettori del PD ligure sono chiamati a compiere questa scelta, ergendosi a giudici. Lo faranno interrogando la loro coscienza, non potendosi sentire vincolati all'una o all'altra scelta in nome delle regole sottoscritte come iscritti o come elettori. L'importanza delle regole sta tutta qui: se viene meno il loro rispetto, se vengono piegate all'occorrenza del momento, il vincolo associativo si allenta fino a rischiare di svanire e il partito, da liquido, può farsi volatile.

Commenti

  1. qui c'è qualche considerazione sullo stesso tema, scritta a febbraio: http://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/le-primarie-liguri-come-e-stata-chiusa-la-vicenda/

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