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Dalla Consulta un altro no, pesante, alla politica di bilancio di questi anni

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“Il diritto all'adeguamento del costo della vita per le pensioni, anche di importo elevato, è costituzionalmente fondato e non può essere irragionevolmente sacrificato in nome di esigenze finanziarie, peraltro non illustrate in dettaglio, perché così si valicano i limiti di ragionevolezza e proporzionalità.”
Così si è pronunciata la Corte Costituzionale sul blocco per due anni delle pensioni superiori a tre volte il minimo, contenuto nel SalvaItalia (fine 2011) del governo Monti.
E' un pronunciamento che dovrebbe far riflettere. 
A capo chino, perché stiamo parlando della Costituzione. E con molto rigore, perché stiamo parlando della politica di bilancio. Invece no. Da una parte si cerca di minimizzare: a Palazzo Chigi dicono di non essere preoccupati (c'era da scommetterlo). Da un’altra si reagisce stizziti, quasi fosse un'intromissione indebita nel regno insindacabile delle decisioni politiche: ai giudici che rimproverano di non aver considerato il bilanciamento dei diritti si rovescia l'accusa. Sono loro che non hanno tenuto conto della gravità della crisi che l'Italia attraversava, sostengono Monti e la Fornero. Se i mercati avessero capito che quella norma era incostituzionale l'Italia avrebbe fatto default, fanno eco i commenti economici.
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E sì che di riflessioni questa sentenza potrebbe suggerirne molte.

La prima riguarda il modo scelto in questi anni per raddrizzare i conti.
Non è in questione che, se l'economia del Paese lo richiede, si possa ricorrere a un prelievo dalle tasche dei cittadini. In questo caso sui redditi: di questo si è trattato, anche se non erano già acquisiti perché quando se ne ha diritto (un diritto costituzionalmente protetto) è come averli già in tasca, ha detto la Consulta. Tanto meno si può eccepire sulla scelta di colpire i redditi più elevati, dovendo essere rispettato un criterio di progressività. Il fatto è che, per la terza volta in tre anni, si ricorre a una misura che non rispetta il criterio di uguaglianza e che per questo viene cancellata. Tassare tutti i ricchi è possibile, se si ha la volontà politica di farlo: non lo si può fare se si prendono di mira solo i dipendenti pubblici (sentenza 223/2012), o solo i pensionati (sentenza 116/2013 per il “contributo di solidarietà” e quest'ultima per il blocco dell'adeguamento). Invece tre governi successivi (dopo Berlusconi e Monti c'è ancora in ballo la norma del governo Letta che dal blocco dell'adeguamento al costo della vita passa al “raffreddamento”) hanno insistito nell'errore. Perché di errore si tratta: per due motivi.
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Uno, perché quelli che appaiono intoccabili, benché non possano sfuggire al fisco per la natura delle loro attività (anche nel privato), pur essendo relativamente pochi rappresentano una quota non irrisoria della ricchezza del Paese. Si consideri che elevare le aliquote per i redditi sopra i 300.000€ al 51-53%, anche sulla platea attuale (scontando quindi l'evasione e l'elusione diffusa in quelle categorie), porterebbe nelle casse dello Stato più di un miliardo all'anno.
Due, perché non riuscendo a imporre un prelievo “a valle” (tramite il fisco) si sceglie di colpire “a monte” quelli che lo Stato paga direttamente (dipendenti pubblici e pensionati). Come quando ritarda i pagamenti ai creditori. Come quando rifiuta di rinnovare i contratti pubblici.
C'è insomma da ripensare il rapporto tra lo Stato e i cittadini. La condiscendenza verso la slealtà fiscale e la discriminazione classista si sommano in una sorta di  “(over)representation without taxation” concessa ai potenti, che senza contribuire alle spese dello Stato ne condizionano la politica.

C'è poi un'altra riflessione che riguarda il rapporto dello Stato italiano con l'Unione Europea.
Quella norma ci è stata dettata dall'UE ma non poteva essere imposta in base a nessuna delle regole stabilite dai Trattati. Al pari dell'abolizione dell'articolo 18 che il governo Renzi si è fatto imporre dalla BCE in una sera di fine estate dello scorso anno: una norma a cui, per svariati motivi. la Consulta finirà con ogni probabilità per riservare lo stesso trattamento.
La scelta sui modi per rimettere ordine spetta allo Stato nazionale, almeno finché l'Europa non sarà una Federazione. Le circostanze di allora, l'inaffidabilità del governo Berlusconi, il ruolo di Monti come emissario della Commissione UE, se aprivano la porta a un'intromissione della Commissione, o della Troika, non la rendevano legittima.

Ma, si obietta, l'Italia aveva il fiato dei mercati sul collo, Commissione o non Commissione. Doveva agire per scongiurare il rischio di default.
Pensare i mercati come entità regolatrice (mano invisibile) sottratta al controllo e al potere dispositivo delle autorità politiche è però un’idea irrealistica, figlia di un abbaglio ideologico. Sono persone in carne e ossa che agiscono, in base a informazioni, in funzione di intenzioni (disegni, obiettivi). Che scrutano le mosse della politica per cercare di condizionarle a proprio vantaggio. Che, mentre scommettevano sull'inadeguatezza di Berlusconi, tentavano anche di impedire che la soluzione agli squilibri nei conti potesse ledere i loro interessi.
Il documento, di due anni fa, della banca d'affari JP Morgan in cui si giudicavano i sistemi politici e le Costituzioni della periferia meridionale dell’Europa è rimasto un esempio emblematico da questo punto di vista. Troppa democrazia, troppi diritti dei lavoratori impediscono le riforme, questa era la tesi, come se le riforme non dovessero servire a far crescere la democrazia (anche economica) e ad espandere la sfera dei diritti dei cittadini.
Vale allora la pena di riflettere sulla facilità con cui una posizione ideologica in difesa di interessi di parte (pochi ma potenti) è presa come dogma. Anche perché man mano che quella posizione prende il sopravvento (come sta accadendo) l'unità politica dell'Europa si allontana in quanto si scontra con la sovranità nazionale anziché assumerla in una dimensione più ampia.
Il secondo “Senato” della Corte costituzionale tedesca. Da sinistra: Prof. Dr. Huber |  Judge Müller |  Prof. Dr. Lübbe-Wolff |  President Prof. Dr. Voßkuhle Dr. Gerhardt |  Judge Hermanns |  Prof. Landau |  Dr. Kessal-Wulf
In Germania la Corte Costituzionale ha dovuto affrontare un tema che è l'opposto, o l'altra faccia di quello che si è posto alla Consulta, ma che spiega, al pari del caso nostro, la deriva europea in questo frangente: si può addossare ai cittadini tedeschi l'onere del salvataggio di banche straniere?
E’ la rivendicazione egoista di un paese ricco, ma non è una questione infondata, anche se in realtà avrebbe più ragioni per sollevarla un cittadino italiano, che ha effettivamente contribuito a salvare le banche creditrici del Tesoro greco (tra cui le principali tedesche) senza che nessuna delle banche (italiane) in cui custodisce i suoi risparmi fossero direttamente minacciate (e senza che quel contributo andasse minimamente a risollevare la condizione dei cittadini greci).

Se queste riflessioni prendessero piede, il tema di come intervenire per riequilibrare i conti rispettando il dettato della Consulta apparirebbe, come è, serissimo e molto complesso.
Il maggiore onere derivante dalla restituzione di quanto non corrisposto ai pensionati nei due anni del blocco è stato calcolato in circa 5 miliardi. Ma, per un atto di giustizia sociale elementare, nel momento in cui si concedono poco meno di 1000€ alle pensioni superiori al triplo della minima si dovrebbero anche concedere gli 80 euro ai pensionati incapienti (3,1 milioni al di sotto dei 7.750€ annui) con un onere di poco meno di 3 miliardi. E 8 miliardi sono circa lo 0,5% del PIL. Come si fa?

Non è questa la sede per una risposta compiuta, ma qualcosa si può dire per concludere.

Si possono tentare altri trucchi, giocando sul tempo fino alla prossima sentenza della Consulta. Oppure si può lasciare che scatti la clausola di salvaguardia e colpire i consumi (IVA) invece dei redditi, con buona pace della progressività (data l'enorme evasione si tratterebbe di una misura addirittura regressiva). O tagliare detrazioni e oneri deducibili (ipotesi Gutgeld) rendendo ancora più ingiusto e inefficiente il nostro sistema fiscale. E ci si metterebbe sotto i piedi la nostra Costituzione (troppo democratica e troppo egualitaria?).
Altrimenti si dovrebbe tornare proprio alla Costituzione mettendo in atto una politica che ne rispetti lo spirito e la lettera. Si tratterebbe davvero di una riforma radicale. Ripensare il fisco, tornare alla progressività, eliminare le storture, come quelle create quando si è concesso il bonus 80€ senza riguardo per il reddito disponibile (riservandolo a una sola categoria di redditi). Combattere evasione e elusione, specialmente se praticate scientificamente su scala planetaria, da chi se lo può permettere. Combattere la criminalità organizzata, la piccola e grande corruzione, l'illegalità nel lavoro.

Non ho trovato traccia di questi temi nei commenti alla sentenza della Consulta sulle pensioni d'oro. Può darsi che non siano pertinenti. Me lo auguro, e se così è me ne scuso, Perché se così non fosse...

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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