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La catastrofe dei migranti. Italia e Europa senza una politica


Di fronte a quello che sta succedendo nel tratto di Mediterraneo che ci separa dall'Africa e in generale di fronte al modo con cui stiamo affrontando la questione delle grandi migrazioni dal Sud del mondo, sono assalito da una domanda che riguarda il nostro Paese (intendendo con questo non solo l'Italia ma l'Europa di cui siamo uno stato membro). La domanda è come abbiamo potuto ridurci così.
Non voglio sentir dire che il nostro popolo ha dato prova di una grande generosità e ha rivelato un forte sentimento di solidarietà: gli esempi sono tanti, è vero, ma si tratta di persone, che dovremmo sentire come il nostro popolo ma purtroppo non lo rappresentano. Né è accettabile, anzi è disonesto, prendersela con l'Europa, che è fatta esattamente come siamo fatti noi. E non mi sembrano tollerabili le giustificazioni economicistiche che relegano il senso morale a una sovrastruttura che soccombe non appena sia in ballo il tenore di vita: primo, perché l'egoismo di cui diamo prova è stato coltivato negli anni del benessere; poi, perché quell'egoismo non è tipico di chi sta peggio nella crisi (che magari riesce a immedesimarsi nel dramma dei migranti); infine, perché il modo in cui stiamo affrontando questa crisi è una follia anche dal punto di vista economico, in un'ottica sistemica e in un quadro di medio-lungo periodo.
“Non più emergenza ma urgenza”, dicono all'unisono il commissario per l'immigrazione Avramopulos e l'alto rappresentante per la politica estera Mogherini presentando il piano UE in 10 punti: falsità colossale, non c'è uno solo dei 10 punti che non sia ispirato dall'emergenza, un'operazione di Polizia per arginare l'ondata che minaccia la tranquillità e il benessere degli eurocittadini. Mentre per il Papa sono fratelli che cercano una vita migliore per i reggitori delle sorti dell'Europa sono criminali.
“Dobbiamo evitare che vengano mandati a morire in mezzo al mare”, è la giustificazione “umanitaria” che offriamo al mondo. Con la quale però si vorrebbe nascondere la verità indicibile: che non intendiamo affatto darci pensiero per la loro sopravvivenza ma vogliamo solo imporre un modo di mandarli a morire che non ci turbi e non ci costi caro.

La verità è questa, ce la spiega l'Unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo): l'Europa (e l'Italia) non hanno interesse alcuno a investire per lo sviluppo equilibrato del pianeta. I problemi vitali che attanagliano il Sud del mondo non ci riguardano e non meritano i nostri sforzi. I dati ci dicono che i maggiori investitori nel continente africano sono Cina, India, Sudafrica, Corea del Sud, e Isole Mauritius. La Cina offre una cooperazione globale: investimenti in infrastrutture, prestiti e interventi di riduzione del debito; sviluppo delle risorse umane e formazione, turismo, scambi giovanili; cooperazione tecnologica, sanitaria, culturale e ambientale. Il tutto immancabilmente condito da cooperazione in campo militare. A partire dagli anni ‘90, il volume commerciale tra Cina e Africa è aumentato di circa dieci volte, superando da qualche anno i 100 miliardi di dollari. Anche l’India si è avviata lungo la stessa direzione, con un Piano articolato di lungo termine Gli Stati Uniti hanno riscoperto un interesse strategico per l'Africa, se non altro per l’aumento dei prezzi delle materie prime (per il National Intelligence Council entro questo decennio la zona del Golfo di Guinea potrebbe soppiantare il Golfo Persico come importanza strategica e petrolifera). Il Giappone sta risvegliando il suo interesse per l’Africa. E l'Europa?
Gran Bretagna e Francia sono i Paesi che hanno la quota maggiore di IDE (investimenti diretti esteri), più che altro in virtù del passato coloniale. La Germania ha una sua strategia (tutta a livello nazionale, su basi bilaterali) di penetrazione, articolata e collocata in una visione di sistema, centrata su istituzioni, economia e strutture formative. L'Italia è ultima. In un Europa che a sua volta ha ceduto il passo ai paesi emergenti ma anche alle altre potenze del G8.
Le nostre ONG (quelle sane, ce ne sono ancora sul campo) devono fare eroismo quotidiano (la spesa della Germania in questo campo è imparagonabile, irraggiungibile, senza scomodare Cina e India). Se i volontari rischiano la vita non trovano solidarietà ma insulti e minacce (quanto ci costate, non ci provate più).

Noi non eravamo così. Non l'Italia. Non l'Europa. Ce lo ricorda Romano Prodi, nel suo ultimo libro in cui parla dell'Ulivo incompiuto e dell'Europa incompiuta. “Dimentichiamo l'opzione militare” afferma in un'intervista al Messaggero. Non solo, ma sostiene che una nuova politica sull’immigrazione non è prevedibile in un vicino futuro e non può essere nemmeno ipotizzata oggi, alla vigilia delle elezioni britanniche. E che i compromessi sul tavolo di Bruxelles non sono neppure in grado di raggiungere il livello di efficacia della missione Mare Nostrum, che gravava tutta sulle spalle dell’Italia: l’Unione Europea (questa la sua conclusione) non si è dimostrata disposta (e non lo è oggi) ad elaborare una politica in questo campo.
Il quadro è desolante. Ma non basta descriverlo. E “buttarla in caciara” serve solo a far sì che non cambi nulla.
Certo, guardarci allo specchio e fotografare le nostre responsabilità è la premessa necessaria. Perché non dobbiamo dimenticare che se siamo ridotti così (intendo, tutta l'Europa) l'Italia ci ha messo del suo per prima, nel modo più ignobile: i nostri respingimenti avevano scandalizzato il mondo, anche se ora sembra quasi siano stati metabolizzati dal resto del continente, che li prende in considerazione come ipotesi possibile; i nostri CIE sono un monumento alla vergogna; la nostra legislazione (e la nostra burocrazia) sui richiedenti asilo, un caso unico.
Ma quello che più conta è che si cominci a non lasciare isolato chi offre soluzioni al di là dell'emergenza. Chi propone di ritornare sui nostri passi per riprendere un cammino che guardi lontano.
E dire che l'avevamo pure pensata bene, con l'Expo di Milano. Avevamo immaginato qualcosa che poteva riaprire il discorso e rimettere in gioco anche il nostro paese.


Ma non è andata come doveva.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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