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Ancora sul tesoretto. E sull'ipotesi di Grexit


Ancora una volta. Davvero non porta bene parlare di tesoretto.
Non si finiva ancora di ragionare sulla destinazione di 1,6 miliardi di minore spesa per gli interessi sul debito pubblico italiano, grazie alla caduta dello spread per l'intervento della BCE.
Non si era ancora spenta l'eco delle polemiche sulla strumentalità di questi annunci trionfali che creavano confusione perché mascheravano l'esistenza di clausole di salvaguardia per 13 miliardi di aumenti IVA e accise. E sviavano l'attenzione dell'opinione pubblica da quella minaccia incombente che richiederebbe, per essere scongiurata, soluzioni di bilancio alternative di cui non si ha la minima idea.
Non si è fatto a tempo a iniettare ottimismo e fiducia. 
All'avvicinarsi della scadenza del 24 aprile, ultimo giorno utile per un accordo UE-Grecia che eviti il default ellenico e il Grexit (la susseguente uscita dall'Euro), i mercati hanno fatto quello che era inevitabile che facessero (anche se solo gli osservatori più lontani ce lo ricordavano da oltre-Oceano, oltre ai gufi nostrani). Hanno puntato (per usare l'espressione di Krugman) le ultime pecorelle del gregge per azzannarle. In particolare, la più grossa tra le pecore più lente, l'Italia.
Una volta chiarito che dall'Euro si può uscire e che Draghi, quando lo aveva solennemente escluso, aveva solo tentato di spaventare i mercati finanziari ma non aveva detto il vero, quelli hanno riscoperto il gusto della scommessa puntando sul cosiddetto “rischio del debito”.
In altre parole, per il mondo della finanza ha un senso riscuotere sul debito dell'Italia un interesse inferiore a quello assicurato dai buoni del Tesoro USA solo se lo si deve considerare una parte del debito europeo. Ma se si deve tornare a considerarlo debito dello stato italiano, ebbene allora quell'interesse così basso è un non senso.
E puntualmente in pochi giorni (ma si potrebbe dire in poche ore) lo spread rispetto ai Bund tedeschi è risalito di una cinquantina di punti, mentre risalivano gli interessi delle altre pecore lente (con la Grecia, il Portogallo, la Spagna …). Significa lo 0,5% in più.
Sapete quanto ci costerebbe, se si stabilizzasse per il prossimo anno su quel valore (non voglio immaginare che salga ulteriormente)? All'incirca 2,5 miliardi di euro in più di quello che si prevedeva al momento del DEF, una settimana fa.

Ce la può fare lo Stato italiano? Certo che ce la può fare a pagarli. Tagliando da qualche parte (altro che tesoretto!)
Ce la possono fare le famiglie italiane? Alcune sì (anzi, quelle il cui reddito proviene dalle rendite finanziarie ci guadagneranno). Tante altre no.

E dire che quel miliardo e sei doveva servire alla lotta alla povertà.

E dire che il più grande partito della socialdemocrazia europea, saldamente (?) al governo nel nostro paese, non trova necessario spendere una sola parola contro la destra che sta imponendo il Grexit.
Non ci riguarda, noi non corriamo rischi, perché siamo più forti ... e perché a Draghi ora fanno dire che se uscirà la Grecia basterà intensificare un po' gli acquisti dei titoli sotto attacco.
Proprio come si diceva nel '92, quando si sfasciò lo SME. E il governo italiano dovette prelevare (di notte) un po' di lirette dai conti correnti dei cittadini.
Risultati immagini per Amato 1992 conti correnti

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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