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Sulla "coalizione sociale" di Landini

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Con il passare dei giorni, l'iniziativa di Landini, con la FIOM, per dare vita a una coalizione sociale acquista contorni più chiari. Facciamo il punto, senza sottrarci all'onere di segnalare gli aspetti che appaiono problematici.

Non si tratta - a questo riguardo le affermazioni sono sempre state nette - del nucleo iniziale di un nuovo partito (“non capisco questa parola”, battuta conclusiva della conferenza stampa successiva all'iniziativa del 14/3). Oltre tutto, nel quadro travagliato dei tentativi di ricostruire un'offerta politica a sinistra, non se ne capirebbe l'utilità. Tanto più che sono in molti a pensare, come lui, che la strada verso la ricostruzione di una sinistra politica passi attraverso la ricostruzione di un tessuto sociale oggi lacerato. E l'esperienza di Syriza del resto sembra avvalorare questa tesi.

E' stato anche respinto il sospetto che la coalizione sociale serva a spostare il terreno dell'iniziativa al di fuori di quello classico del sindacato confederale, magari (come insinua malevolo il premier) per cavarsi d'impaccio in una situazione che lo vede in difficoltà di consenso. Per Landini il sindacato deve recuperare la capacità progettuale che col tempo ha smarrito ma (come ha affermato recentemente in occasione della presentazione di un libro di Sandro Antoniazzi, dirigente storico della sinistra CISL milanese) per farlo deve partire dal dare risposte efficaci sui temi all'ordine del giorno nell'attività propriamente di tutela degli interessi dei lavoratori rappresentati.
Risultati immagini per coalizione sociale Landini 14 marzoIl sindacato tuttavia incontra forti difficoltà nel dare rappresentanza alle aree del mondo del lavoro più disperse e frammentate, che sono diventate maggioranza di quel mondo ma ne restano ai margini quanto a capacità di tutelare collettivamente i loro interessi. E incontra ancor più difficoltà (ma i due aspetti sono strettamente connessi) nel dare risposta ai bisogni che i lavoratori esprimono per aspetti della vita lavorativa diversi da quelli tutelati dalla classica azione sindacale o in ambiti vitali diversi da quello del lavoro stesso.
Non è una questione teorica ma un tema concreto. Si pensi a questo caso che mi è stato proposto, di una ditta multiservizi che strappa un incarico subentrando al precedente fornitore (ogni riferimento a persone o fatti reali è da considerare casuale). E' in odore di contiguità con un sodalizio criminale (il committente, un privato, non deve chiedere certificazione antimafia). Il suo preventivo è più vantaggioso perché offre come sconto una quota parte del bonus per la riassunzione (a “tutele crescenti”) del personale in servizio presso la ditta uscente (purché il contratto sia garantito per tutto il triennio di validità del bonus). Un'altra parte di quel bonus si sospetta sia finita nelle tasche del responsabile dell'ufficio acquisti. A uno straniero senza permesso di soggiorno che lavorava “a chiamata”, in nero, con la ditta uscente viene imposto di trasferirsi in un'altra sede, molto distante, pena la perdita del lavoro. Come affrontare un caso simile, se non connettendo l'iniziativa sindacale alla lotta alle mafie, alla corruzione, al JobsAct, al lavoro nero, alle iniquità della legislazione sull'immigrazione? Quindi, agendo in stretto rapporto con le associazioni attive su questi terreni?
Risultati immagini per muletto movimentazione palletsQuesto caso (realistico se non reale) offre anche lo spunto per affrontare una questione complicata che si pone sulla strada dell'iniziativa di Landini. Perché, oltre alle associazioni, ci sono formazioni politiche che si battono per un'alternativa su quei medesimi temi: della legalità, del lavoro, dell'immigrazione. Che elaborano proposte, lavorano per costruire consenso e partecipazione, danno vita a mobilitazioni, adottano misure a livello locale e nazionale. Di carattere amministrativo o legislativo.
Quale rapporto deve mantenere il sindacato, insieme alla coalizione sociale, nel disegno di Landini, con quelle formazioni e in genere con la dimensione propriamente politica (e perciò anche istituzionale): questo il problema. Se le risposte che provengono da quella dimensione non sono adeguate, se l'offerta politica non è soddisfacente, che fare?
Si può pensare che in quella condizione (che viviamo attualmente) il compito sia di innalzare, con la propria azione, il livello delle risposte aiutando la costruzione dell'offerta politica mancante. Ciò che implica, volenti o nolenti, un impegno su quel piano ed esclude una neutralità o un'ostilità.

Se questa è la prospettiva, non può essere confusa con quella di chi teorizza che il confronto non è tra una politica “buona” e una “cattiva” ma tra la politica e la società. Una confusione che si rischia di alimentare quando torna a fare capolino la definizione (a cui ha fatto ricorso Landini a Raitre) del sindacato come “soggetto politico”: perché che si presta ad essere intesa, non nel senso a cui ho fatto riferimento fin qui, ma come un sindacato che si fa partito e assume in prima persona la rappresentanza politica del mondo del lavoro.
Non che siano posizioni estranee alla storia del movimento operaio. Ma c'è da domandarsi se siano ancora attuali e se sia questa la direzione verso cui muove Landini. Tanto più che rischierebbe così di dare la stura alle interpretazioni malevole di chi lo dipinge come l'ennesimo leader in lizza per dar vita al “partito che non c'è” a sinistra. Dove l'aspirazione all'unità, forte e diffusa, si scontra in effetti con una altrettanto diffusa incapacità di mettersi al servizio di una causa di cui non si abbia il copyright. 
E' un problema reale, che va affrontato e non rimosso. Ma a questo riguardo Landini ha sempre dato mostra di voler andare contro il modello di partito personale, con una leadership populista, che è stato esaltato, da vent'anni a questa parte, come l'unico vincente. E c'è da dargli credito quando afferma che il sindacato deve tornare a misurarsi con la politica restando però fedele alla sua costituzione, di organizzazione di interessi, parziale (per quanto, fortunatamente, grande). Che deve elevarsi a soggetto che fa politica (che è diverso da soggetto politico) soprattutto in quanto il pezzo di società che rappresenta incontra grandi difficoltà per la tendenza della politica dominante a “far fuori” i corpi intermedi come intralci sulla via della decisione, ostacoli alla governabilità.
E' dunque sacrosanto che un leader sindacale della sua statura, lavorando per collocare il sindacato e la sua area di rappresentanza in una più ampia coalizione sociale, si dimostri consapevole dei riflessi che questo avrà per la costituzione di una formazione politica di sinistra. E che stia attento perché questo non lo porti, in quanto ne sia protagonista, fuori dai confini del sindacato.
Senza allontanarsi dal cuore della partita che si gioca attorno alla crisi di rappresentanza e di ruolo che investe, con il sindacato, tutti i corpi intermedi, potrà così sfidare il sindacato confederale, nella sua complessa articolazione (anche oltre la sua CGIL) perché si ponga il problema delle alleanze, dell'interazione e della convergenza con le espressioni più vive della rappresentanza sociale.

Non solo aiuterebbe il sindacato ma sarebbe un passaggio fondamentale verso la riproposizione di una politica “buona”, con la ricostruzione di una sinistra vincente.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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