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Come parla l'altro sindacato


Il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, è uno a cui piace andare al sodo. Parlando sabato ai suoi della “Piccola Industria”, in contemporanea con il corteo della FIOM, ha detto che “stiamo ancora strisciando sul fondo” ma ora con il Jobs Act (“un lavoro eccezionale di Poletti”) possiamo sperare di agganciare la ripresa. Obiettivo 2% di crescita reale. Purché “si tolga il piombo dalle tasche dell'Italia”. E per non restare sul vago, ha aggiunto che i sindacati “hanno le loro responsabilità” perché “hanno frenato tutto”. Lo dimostra il loro comportamento in tema di rappresentanza: hanno impiegato 18 mesi a rendere operativo l'accordo interconfederale.
Poi, stuzzicato dai giornalisti su Landini, ha aggiunto: “Sta facendo un partito. Bene, è democrazia. Purché non guardi al passato, che hanno fatto già abbastanza danni.”
Ora, se uno ci si mette con la matita blu, di tutte queste affermazioni si salva ben poco. A parte la prima, basata sui dati ISTAT di gennaio per ordinativi e fatturato, ché c'è poco da stare allegri.
Trattandosi di colui che deve rappresentare al meglio l'imprenditoria italiana, si sarebbe tenuti a prendere sul serio le sue parole andando al di là della superficie e usando un metro di giudizio adeguato alla responsabilità che gli è affidata, che richiede capacità analitica e visione strategica.
Risultati immagini per industria ordinativi e fatturatoInvece non ci si riesce a liberare del sapore sgradevole di un sostrato culturale che si alimenta dei luoghi comuni tipici della visione politica della destra più retriva. E, benché a molti appaia scontato per uno nella sua posizione, credo invece che considerare gli imprenditori una classe “di per sé” di destra sia un errore fatale per la sinistra nel mondo di oggi. E se gli imprenditori italiani scelgono di farsi rappresentare da chi considera il Jobs Act un "lavoro eccezionale" e dipinge come zavorra il sindacato, o le tasse (in quanto tali), questo è effettivamente un problema: non solo per la sinistra ma per il paese.
L'esempio portato, la legge sulla rappresentanza sindacale, è poi rivelatore. Intendiamoci, dovendo accusare di inconcludenza il sindacato confederale la scelta non poteva essere più azzeccata. Di critiche ci si può divertire a farne tante, ma questo è un argomento da manuale. Senonché...
Bisognerebbe forse ricordare che l'attuazione dell'articolo 39 della Costituzione, osteggiata sin dal giorno dopo l'emanazione della Costituzione dalla CISL, non è mai stata reclamata da Confindustria in tutta la sua storia. Che, venendo ai nostri giorni, nei programmi di Renzi appena eletto segretario una legge sulla rappresentanza era una delle priorità, oltre che uno dei punti di contatto con le posizioni di Landini (a quel tempo si vagheggiava di un asse tra i due contro la dirigenza in carica in CGIL). Qualcuno ha frenato, facendo da zavorra. Chi è stato?
E come mai Renzi l'ammazzasette, terrore di tutti i frenatori, in questo caso non ha scelto la strada del “fare”? E stavolta non c'entra nemmeno Marchionne a cui non basta un accordo ma serve una legge per il suo disegno di “deregolare” la contrattazione portandola a livello locale (tanto che ha preso le distanze dal verbo confindustriale revocando l'adesione della Fiat).
Risultati immagini per renzi e squinzi
Sarà stato un lavoro eccezionale, ma l'esibizione muscolare sull'articolo 18 non è stata accompagnata da altrettanto decisionismo sulla rappresentanza. Che resta dunque un pallino di Landini, forse un po' troppo “futuribile”. Ma di rompere con il passato su questo tema, per Squinzi non se ne parla. E sì che la legge potrebbe ben basarsi sull'accordo che ha preso ad esempio, sottoponendolo magari al necessario vaglio di coerenza con i principi costituzionali.
Ma la domanda di fondo è quali siano, nella visione di Squinzi, i motivi della crisi italiana. Perché se si batte il chiodo dell'abbassamento delle aliquote fiscali e dell'abolizione di imposte come l'IRAP senza spendere una parola, che non sia di circostanza, sull'evasione fiscale e sull'elusione legalizzata, è chiaro che una riduzione delle tasse resterà una chimera. Se si parla, a vanvera, di freni allo sviluppo e si difende tenacemente una legislazione come quella attuale, per cui principi quali concorrenza leale, trasparenza, giustizia efficace sono mortificati da leggi che lasciano campo libero alla corruzione, alla frode e al falso e da un sistema giudiziario che non arriva mai a risarcire chi subisce un torto, è chiaro che si allontaneranno le imprese migliori; se si accarezza l'idea di una umiliazione dei sindacati per lasciare campo libero alla gestione unilaterale delle “risorse umane” nel momento in cui il mondo scopre come da quelle, dalla loro massima valorizzazione, dipende la capacità di stare al passo delle evoluzioni dei sistemi produttivi nel mondo, è chiaro che si perderanno posizioni sul mercato mondiale e si deprimerà la ricchezza dei cittadini italiani.

Questa è però la realtà. Questa è l'espressione del padronato (cioè di una classe imprenditoriale che vuol farla da padrone, checché voglia far credere il Ministro Poletti che si ribella a questo termine).
Risultati immagini per berlusconi e montezemoloProvate a verificare se negli ultimi venticinque anni di progressiva perdita di competitività del sistema produttivo italiano c'è stato qualche Presidente di Confindustria che abbia spronato gli imprenditori a cambiare qualcosa; o messo in evidenza qualche lacuna; o tentato di demolire qualche luogo comune sbagliato e dannoso. Niente. Piuttosto, se qualche governo (di centro-sinistra) li ha richiamati alle loro responsabilità ne hanno subito tratto motivo per sposare la causa della destra lisciando il pelo alla cosiddetta “pancia”. Mai il dubbio che, se le cose vanno male, è improbabile che stiano sbagliando solo “gli altri”, i sindacati, la politica (quando non è acriticamente accondiscendente), la burocrazia, i giudici.
Sono cresciuto con gli insegnamenti di dirigenti sindacali come Lama e Trentin che nelle loro scelte, per giuste o sbagliate che le si giudichi, non rinunciavano mai all'imperativo, etico prima che politico-sindacale, di inquadrare le rivendicazioni della parte di società che erano chiamati a rappresentare nella cornice dell'interesse del Paese. Ciò che permetteva loro di considerarsi esponenti di una “classe generale” senza cadere nella distorsione ideologica che fa coincidere gli interessi di una classe con quelli di tutti, fino a riassumerli.
E' questa capacità che è mancata ai rappresentanti alla classe imprenditoriale. E continua a mancare. Facendo sì che sia sempre di attualità il conflitto distributivo.
Fossimo ancora ai tempi del telefono a gettone la chiameremmo lotta di classe.

D'altra parte gli smartphone sono, sì, intelligenti. Ma sono telefoni.

Risultati immagini per lama e trentin

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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