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Post Quirinale. Ricominciamo dal lavoro.


Nei giorni in cui si votava per il Quirinale l'Istat ha diffuso i dati sull'occupazione di dicembre completando così il quadro dell'anno passato.
L'attenzione era rivolta altrove ma qua e là si è voluto dare risalto al fatto che gli occupati erano aumentati di 93mila unità rispetto a novembre e che la disoccupazione era in calo e quella giovanile in particolare si era ridotta di un punto (dal 43% al 42%).
Le cose cominciano ad andare meglio, era il messaggio. Contemporaneamente l'ISTAT diramava la Nota Mensile sull'economia italiana alimentando un po' di ottimismo: migliorano le aspettative delle famiglie, con un aumento del reddito disponibile nel terzo trimestre (anche se il fatto che sia stato convertito in risparmio anziché in consumi non è proprio un segnale di fiducia nel futuro), l'indice anticipatore dell'economia torna positivo a novembre, anche se la situazione è quella che è.

Nessuno, a quanto mi risulta, si è spinto ad associare questi segnali all'approvazione del Jobsact (forse perché l'artiglieria pesante renziana era impegnata sul fronte quirinalizio) ma, si sa, l'associazione di idee tra ottimismo e Presidente del Consiglio in carica è immediata. E d'altra parte sarebbe sbagliato trascurare l'importanza degli umori delle famiglie e degli imprenditori nell'andamento dell'economia (1). E' perfino lecito pensare che l'approvazione del JobsAct possa essere stata accolta come un segnale positivo da una parte dell'imprenditoria (quella che aveva chiesto proprio quelle misure sui licenziamenti), tanto quanto c'è da credere che altri si siano fatti l'idea che era meglio affrettarsi ad assumere con la normativa vigente, valutandola come preferibile.
La verità però è che il clima di fiducia è aumentato per ragioni del tutto “esterne”: perché la BCE ha dato avvio al QE sotto la spinta di Draghi; perché il deprezzamento dell'euro sul dollaro apre una prospettiva migliore per chi esporta mentre il crollo del prezzo del barile di petrolio impedisce che l'euro debole comporti un balzo in alto della bolletta energetica; ultimo (ma può essere più importante del resto) perché la vittoria di Syriza più che spaventare i mercati sta rincuorando chi vede possibile un cambio di rotta in Europa a partire dalla Grecia (come si augurava, tra i tanti, anche un certo Krugman anticipando, a quanto sembra, il pensiero di un certo Obama).
Benissimo. Ma come ci stiamo preparando a cogliere l'occasione fornita da questi avvenimenti concomitanti?

Torniamo ai dati sull'occupazione (2). Nel 2014 la media annua degli occupati è stata la più bassa mai registrata dal picco storico del 2008. La perdita da quell'anno arriva a superare il milione tondo.
E' una cifra enorme ma non racconta tutto il dramma che il paese sta attraversando: la crescita dei disoccupati nello stesso periodo è perfino maggiore, (di quasi 600mila unità), senza contare che questa cifra non comprende i cassaintegrati, che perdono il lavoro ma non il posto e figurano così tra gli occupati. Ciò significa che non meno di 600mila persone cercano un lavoro senza avere alle spalle una carriera lavorativa e quindi senza godere di un qualunque sussidio economico in quanto il nostro sistema di ammortizzatori sociali copre solo chi ha perso un lavoro stabile. E' evidente che il prezzo di questa stortura (unica in Europa con la Grecia, che però con Syriza si accinge a colmarla) lo pagano i giovani, per i quali si deve parlare di vera e propria emergenza: tra il 2008 e il 2014 gli occupati nella fascia 15-24 anni diminuiscono di 539mila unità su una base di partenza di 1.469mila. Non solo, ma il calo dell'occupazione giovanile comincia da assai prima del 2008, risalendo al 2004 quando gli occupati tra i 15 e i 24 anni erano stati in media 1.676mila. Un calo del 44% in 11 anni. E dire che nell'ultimo anno c'è stato un notevole investimento di risorse comunitarie (il programma “Garanzia Giovani”), che non ha però lasciato traccia (se non nei bilanci delle agenzie che dovevano aiutarli a trovare lavoro): il calo non solo non si è arrestato nel 2014 ma si è perfino accentuato (-5,2% sul 2013 contro una media del decennio precedente del -4%). Parallelamente, i giovani disoccupati tra i 15 e i 24, che nel 2008 erano in media 407mila, hanno raggiunto i 693mila (+70%). Questo aumento di circa 300mila disoccupati giovani spiega dunque una metà della differenza tra crescita della disoccupazione e calo dell'occupazione: ciò significa che i giovani in quella fascia di età, a cui vengono chiuse le porte del mercato del lavoro, non vanno tutti a ingrossare le fila dei NEET, di cui oggi molto si parla (non al lavoro, né a scuola, né in formazione) ma una buona parte non si arrende e continua a cercare lavoro. Senza però trovarlo.
Leggendo queste cifre se ne dovrebbe trarre una conclusione amara. Dovrebbero invitarci a riflettere sul fatto che le riforme strutturali che il nostro paese sta adottando sono l'opposto di quelle che servirebbero per ottenere qualche risultato e ripercorrono invece le strade del passato. Dovrebbero tendere a ridurre la precarietà, trappola che imprigiona il futuro dei nostri giovani, di cui appena un 20% nei tre anni successivi all’assunzione con contratto precario riesce ad ottenere un posto di lavoro a tempo indeterminato (3). Dovrebbero rendere più oneroso (e non meno) il licenziamento dei dipendenti più giovani e nel pieno dell’età lavorativa, visto che l'aumento impressionante della disoccupazione giovanile è un effetto dell'eccesso di flessibilità in una fase recessiva perché “a causa della minore anzianità e della maggiore propensione ad accettare contratti temporanei è probabile che sia stato meno oneroso licenziare i più giovani” ed è certamente attribuibile, almeno in parte, “al peso dei contratti a tempo determinato, di solito vulnerabili al ciclo più di quelli a tempo indeterminato, tra i lavoratori al di sotto dei 25 anni” (4). Dovrebbero fornire un sussidio economico (reddito minimo garantito) e un sostegno efficace nella ricerca di lavoro per tutti coloro che lo cercano e non solo per chi ha perso il lavoro. Dovrebbero favorire una ripartizione del lavoro tra più persone come risposta, soprattutto nel breve periodo, per salvaguardare l'occupazione in un periodo di crisi. E una riduzione di orario non dovrebbe essere imposta, come accade ora con la diffusione del part-time involontario, a chi preferirebbe il tempo pieno, ma si dovrebbero favorire le soluzioni, che restano invece marginali, del part-time volontario e dei contratti di solidarietà.
A guardarlo bene, l'elenco di queste ricette non è che l'elenco di ciò che il JobsAct e la legge di stabilità non hanno fatto, nel migliore dei casi, facendo per il resto tutto l'opposto.

Se poi teniamo conto della caduta (che continua) del prodotto nazionale, perfino peggiore di quella dell'occupazione, il quadro si fa ancora più nero perché ci mette davanti agli occhi il problema enorme che si pone sul lato della domanda di lavoro, quello del calo della produttività (cioè del valore aggiunto diviso per le ore lavorate), con il deficit di competitività che ne deriva. E in questo caso più che di risposte sbagliate si deve parlare di assenza di una qualsiasi risposta. Una politica industriale (o, in termini più ampi, una politica di sviluppo) semplicemente non c'è, perché nel nostro paese il pregiudizio ideologico liberista (ormai accantonato quasi dappertutto) secondo cui lo stato deve astenersi dall'interferire con le dinamiche del mercato è ancora duro a morire e anzi, con le larghe intese ha perfino trovato una nuova giovinezza. Benché sia quello che ci ha fin qui condannato a subire gli effetti della globalizzazione senza alcuna capacità di risposta.

Continueremo sulla strada sbagliata? Tornando al punto di partenza di questo post, ai giorni del Quirinale, c'è chi si augura che quella vicenda possa segnare un momento di discontinuità nella politica del PD a guida Renzi e aprire un varco per un quadro politico diverso dalle larghe intese.
Non credo che di questo si sia trattato: le novità nasceranno semmai da un complicarsi del quadro attuale che è esattamente il contrario di ciò che Renzi vorrebbe. Augurarsi questo esito cozza quindi fragorosamente con i toni trionfali del renzismo d'assalto. Non possono aver ragione entrambi.

Nella geografia di Roma, il Quirinale è un colle che sovrasta due rioni: Campo Marzio, verso il Tevere, dove oggi sono concentrati tutti i palazzi del potere (Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Madama) e la Suburra, verso i Colli Albani, che è stato nei secoli il quartiere dei “poracci”. O si va in una direzione o si va nell'altra. E' una scelta, come sempre, tra alternative possibili.


(1) Su questo tema e sull'attenzione di Renzi, come prima di Berlusconi, per gli aspetti extra-economici dell'economia ho già espresso qui in passato qualche opinione

(2) Un'analisi un po' più ampia si trova sul sito di Newnomics (L'occupazione in Italia nel 2014. Dati su cui riflettere)
(3) OCSE, Employment Outlook 2014
(4) BCE, bollettino di ottobre 2014

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