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La sinistra europea alla prova della Grecia

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L'accordo raggiunto tra Grecia e UE ha, con tutta evidenza, come unico effettivo contenuto un rinvio. 
Anche comprare tempo può essere un buon affare per la Grecia, date le circostanze. Ma il tempo non può essere utilizzato, da nessuno degli attori sulla scena, solo per tentare di abbassare la tensione attorno alle scelte da compiere. Perché è invece sacrosanta. Perché un principio cardine di democrazia richiede che attorno a scelte destinate a condizionare pesantemente il futuro dei cittadini del continente sia alta l'attenzione e la tensione, politica e morale.
Ne siamo consapevoli? Non si ha questa impressione quando si assiste a un dibattito parlamentare sulle scelte di fondo della politica estera che sorvola bellamente su questo tema, come se non avesse nulla a che vedere con la crisi ucraina sul confine orientale e con quella che attraversa il mondo arabo sulle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo. Come se la questione greca potesse essere archiviata per quattro mesi così da dedicarci alle questioni più scottanti.
E che dire del vertice italo-francese? E' segno di miopia cantare vittoria perché la UE ha mostrato il cartellino giallo anziché quello rosso: alla Francia per il deficit eccessivo, all'Italia per gli squilibri strutturali. Come se significasse di per sé un passo avanti verso la soluzione di quei problemi. 
Dimostra poi scarsa lungimiranza nonché, trattandosi di due leader di sinistra, una preoccupante chiusura nazionalistica, esaltare l'abbraccio tra i due paesi come reciproco appoggio nei confronti degli interventi della Commissione anziché come comune visione strategica del futuro politico dell'Europa. Che comporterebbe una presa in carico, come priorità nell'agenda dei problemi, delle questioni che la Grecia solleva e che non riguardano solo il destino dell'estremo lembo della penisola balcanica né solo dell'area Euro ma dell'intera Unione Europea.
La verità è che nell'incontro tra i due maggiori leader del Partito Socialista Europeo, dietro la fragilità del Presidente francese e la fatuità del Premier italiano, si rivela platealmente la debolezza della sinistra nel continente. L'incapacità di accettare il confronto sui temi che vengono posti dalle nuove formazioni che guadagnano consensi in alcuni dei paesi deboli (la Spagna e ora il Portogallo, oltre alla Grecia). Senza peraltro dimostrare di saper arginare la crescita delle formazioni di estrema destra, nazionaliste e antieuropee, che hanno preso piede soprattutto nelle aree più ricche.

E' singolare che il nesso stretto che lega la questione greca al futuro dell'Unione Europea appaia più chiaro, nelle sue implicazioni, a chi ci guarda da lontano. Nei giorni delle trattative era stato Paul Krugman a insistere sul fatto che la posta in gioco fosse il futuro politico dell'Europa e non solo la permanenza della Grecia nell'Euro (ne avevo parlato su questo blog), e considerazioni analoghe erano venute da Joseph Stiglitz, tanto per citare due premi Nobel.
Ora è il corrispondente dagli USA del Financial Times, Gideon Rachman, a esprimersi, in termini che vorrei qui riproporre.
Si consideri che si tratta di uno dei tanti che alla nascita dell'Euro si dicevano convinti che, mancando l'unità politica ed essendo quella impossibile da realizzare, l'Euro stesso fosse destinato al collasso e che questa fosse anzi una buona cosa. “Ora non ne sono più così sicuro. La teoria economica attorno al collasso della moneta unica appare sempre più allarmante... I tedeschi, insieme ad altri, hanno ripetutamente affermato che ora l'Euro è abbastanza forte da affrontare una “Grexit”. Ma se la Grecia finisse fuori dalla zona della moneta comune, gli speculatori comincerebbero senza dubbio a tener d'occhio la prossima “ultima pecorella del gregge Euro”. E al crescere dei dubbi sul destino del Portogallo, o dell'Italia, la compiacenza dei mercati finanziari si trasformerebbe in panico. E una rottura disordinata dell'Euro solleverebbe gravi problemi politici, compresa la sopravvivenza stessa dell'Unione Europea ... I paesi indebitati che fossero costretti a uscire dall'Euro sarebbero infatti obbligati a non riconoscere i loro debiti. Ed è difficile immaginare che i paesi nordici potrebbero continuare tranquillamente a restare in una UE in cui altri stati avessero appena dichiarato il default dei debiti verso di loro. L'Europa non riuscirebbe a reggere lo scompiglio causato dal collasso dell'euro. In un momento in cui per gli Europei è urgente come non mai agire insieme, uniti.” Ed ecco la conclusione: “la notizia che la Grecia e l'eurogruppo hanno raggiunto un accordo, pur contrastato, è confortante. Ma mentre l'euro è stato graziato per un po', temo che non possa ancora essere definitivamente considerato al sicuro.”

Non credo ci sia bisogno di commentare. Piuttosto, c'è da chiedersi, di nuovo: come si colloca, in questo frangente storico, la sinistra europea? Dove vogliono andare i “veri democratici” europei?  

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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