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JA. Per i giovani la beffa continua


Alcuni amici carissimi, che ripongono molte speranze nella capacità trainante dell'ottimismo di Renzi, mi hanno criticato, amichevolmente ma duramente, per i miei giudizi troppo severi, sul Jobs Act (1).
Risultati immagini per conferenza stampa Renzi Poletti Guidi jobs actNon negavano che fossero giudizi basati sulla realtà dei fatti, ossia sul significato, alla lettera, delle norme. Né che le previsioni sugli esiti attesi fossero fondate (cioè, trattandosi di scienze sociali, coerenti con le evidenze statistiche che ci provengono dalla storia passata). Non parlo di talebani della propaganda, né di troll o bot, ma di persone con competenze elevate, di indiscusso rigore.
Le loro obiezioni erano di altro genere. In questo quadro politico - così riassumerei le loro tesi - ogni riforma paga inevitabilmente un prezzo all'esigenza di mediare tra visioni e, soprattutto, interessi diversi. Sotto la scorza di provvedimenti che rispondono alla visione (e agli interessi) della destra italiana e europea, possono però nascondersi, a loro parere, elementi progressivi tali da segnare (a determinate condizioni, nel prosieguo, non essendo date al momento) una svolta di indirizzo. E in questo spirito concedono anche al premier quel tanto di credito che fa loro ritenere che sorprese positive, di diverso segno rispetto a ciò che vediamo ora, possano venire anche dai provvedimenti in itinere che ancora non conosciamo.

Ammiro l'ostinazione con cui restano aggrappati alla speranza. Ottimismo della volontà, si sente spesso ripetere. Ma, per continuare con detti e ridetti, è troppo grande il rischio che la perseveranza nell'errore abbia effetti diabolici. Dopo tanti anni di declino è un rischio che non possiamo proprio permetterci. Ci vuole realismo. Insieme con la radicalità di chi avverte l'urgenza di cambiare il corso delle cose davvero, non a chiacchiere. Nel verso giusto, che è l'opposto (a 180° e non a 360°, vero Renzi?) di quello seguito finora.
Ora abbiamo i primi due decreti attuativi. Non è cambiato assolutamente niente, se quei miei amici ci speravano, ora se ne devono fare una ragione. E di riforma non c'è nemmeno l'ombra.
Si definiscono crescenti tutele che diminuiscono: davvero, in che momento della loro vita lavorativa i neo-assunti avranno il dono tanto atteso di una crescita delle loro tutele? La chiamano “generazione del Grande Fratello”, forse per questo Renzi ha scelto di usare la neo-lingua orwelliana.
Si incentivano le assunzioni a tempo indeterminato, ma con i fondi che si ricavano dall'abrogazione dell'unica che funzionava (quella per assumere in pianta stabile i disoccupati di lunga durata).
Risultati immagini per scontri piazza indipendenzaDell'articolo 18 non serve nemmeno parlarne. Come messaggio alla pancia dei padroncini a corto di idee imprenditoriali (ma tanto incazzati con i sindacati) potevano magari bastare le manganellate ai lavoratori delle acciaierie di Terni: ma per il nostro tremebondo Ministro degli Interni ci voleva anche questo messaggio. Di liberazione: “potete mandarli a casa!”. E' stato accontentato.

Certo, fa un po' impressione la vicenda dei licenziamenti collettivi. La norma è kafkiana. Tradotta in italiano significa questo: un'impresa avvia una procedura di licenziamenti collettivi (da cinque in su), ma il giudice non la convalida. Non è motivata. Oppure, non è corretta: la scelta di chi sì e chi no è stata arbitraria. Di conseguenza i dipendenti restano al loro posto. Ma non tutti: quelli assunti dopo il Jobs Act perdono ugualmente il lavoro. Non si poteva scegliere arbitrariamente, ma si può discriminare, l'articolo 3 della Costituzione è servito.
La prossima volta basterà scegliere tra i neo-assunti. Quelli della “generazione che da sempre aspettava questo momento. Ora si combatte la precarietà, non i precari”. Così ha parlato il premier.

Chiusa questa vicenda, la sorpresa poteva venire dalla revisione delle tipologie contrattuali. Qualcuno ci credeva. Ora abbiamo il testo (su cui le Commissioni Lavoro potranno risparmiarsi di esprimere un parere, almeno se a quei rappresentanti del popolo resta un briciolo di dignità da salvare: piuttosto, si facciano ricevere anche loro da Mattarella!).
E' un testo unico, di quelli di cui sono pieni gli scaffali degli studi dei consulenti del lavoro per non ammattirsi a compulsare i testi di legge che si stratificano nel tempo. C'è qualcosa di nuovo?
Le tipologie restano tutte in piedi: il tempo determinato, il part-time verticale, orizzontale, misto e flessibile, l'intermittente, la somministrazione (l'interinale), l'accessorio, tutte nella versione più recente. Modifiche? Qualche parola: aggiunta, cambiata o tolta ai testi già in vigore.
Prendiamo ad esempio il part-time. Il ruolo dei contratti collettivi diventa eventuale. Se prima, per dire, stabilivano la percentuale di ore di lavoro supplementare ammissibile e la maggiorazione retributiva massima ammissibile, ora le “possono prevedere” e se non lo fanno le fissa il decreto stesso (15% in entrambi i casi). Oppure, è il caso della disciplina delle clausole flessibili e elastiche, se il contratto non le contempla ci si rivolge alle commissioni di certificazione della legge Biagi. E una manina (che ben conosciamo) approfitta per inserire una piccola modifica: il preavviso minimo con cui il datore di lavoro può cambiare la collocazione temporale della prestazione o aumentarla era di cinque giorni, a pena di nullità, e si riduce a due giorni. Anche in questo caso, perché finalmente si combatte la precarietà, non i precari.
Perché non sembri una critica a senso unico, restando nel tema del part-time, dirò che ci sono anche due novità, da accogliere entrambe con favore. Possono optare per il tempo parziale i lavoratori afflitti da patologie, oltre che oncologiche (come avviene attualmente), anche croniche-degenerative ingravescenti. E i lavoratori che hanno diritto a usufruire del congedo parentale possono chiedere, in alternativa, di passare a part-time (per una sola volta, per una riduzione massima del 50%). Ecco, ci voleva il Jobs Act per farlo.
In effetti, un contratto atipico viene abolito: è il lavoro ripartito (in genere all'interno di una coppia). Ma si trattava di 300 contratti in tutta Italia.

E veniamo così alle abrogazioni nell'area grigia tra lavoro subordinato e autonomo. Ce ne sono due, una vera, ma tardiva, e una del tutto finta.
Quella tardiva, fatta quasi sottovoce, riguarda le associazioni in partecipazione. Per come erano state irregimentate dalla Fornero (legge 92/12, art. 1, c.30) non interessavano quasi a nessuno. Quella finta è stata invece al centro dello show di Renzi nella conferenza stampa successiva al CdM. Duecentomila ragazzi aspettavano questo momento. Sono i co.co. Di vario genere “da rimandare nei pollai”. Proviamo a vedere.
Per cominciare, non sono abrogati i co.co.co. Perché sono vigenti nel pubblico (disciplina a parte), e per gli amministratori (restano in piedi). Dunque si tratterebbe solo delle collaborazioni a progetto. L'annuncio solenne del nuovo decreto è che le collaborazioni “che si concretano in una prestazione di lavoro esclusivamente personale, continuativa, di contenuto ripetitivo, e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche in riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” da ora in poi saranno disciplinate come lavoro subordinato. Una rivoluzione! Una rivoluzione?

Non dico quei miei amici, esperti e competenti, a cui mi riferivo all'inizio, ma qualunque ragazzo alle prese con i rudimenti del diritto del lavoro potrebbe spiegarvi che quelle caratteristiche configurano, classicamente, un rapporto di subordinazione. Da sempre e ovunque nel mondo.
Le collaborazioni a progetto erano state disegnate, con molti arzigogoli e arrampicate sugli specchi, per configurare qualcosa di diverso, somigliante, se non proprio assimilabile, a lavoro autonomo. Si sa come è andata: il più delle volte l'autonomia è solo una chimera, o un'etichetta. Fraudolenta. Dunque si dovevano abrogare in quanto tali se si voleva ridurre la precarietà.
Invece no. Ma, qui sta l'inganno e il capovolgimento, si “fanno salve” rispetto a quella previsione (oltre ai componenti degli organi di amministrazione, di cui sopra, per i quali la subordinazione è esclusa per definizione) le collaborazioni in favore di associazioni sportive, quelle rese da professionisti iscritti all'albo e, ciliegina sulla torta, quelle previste da specifici accordi sindacali.

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Ecco, il giorno che tanto attendevamo. C'è davvero bisogno di spiegare che significa?
Sì, forse è meglio spiegare tutto, nell'era della neo-lingua.
Significa che se non hanno quelle caratteristiche continuano come prima (ossia non cambia nulla). Ma se hanno quelle caratteristiche, e dunque se si tratta di rapporti di lavoro subordinato, con tutti i crismi, che un giudice che gli arrivano sotto mano li converte senza star lì a perdere troppo tempo, in alcuni casi perfino il giudice deve riconoscerli come collaborazioni (alla faccia dei sacri testi).
Sappiano dunque i dipendenti delle associazioni sportive, ma anche i professionisti che magari si accontenterebbero (con qualche sacrificio) di accettare un impiego, magari a tempo indeterminato, che per loro il grande giorno significa la condanna a restare confinati nel girone della precarietà ancor più di quanto non succeda già ora. E sappiano i sindacati, bistrattati e svillaneggiati a ogni pie' sospinto, che se però si prestano a sottoscrivere accordi che creino zone franche per le collaborazioni fraudolente, la loro condiscendenza sarà benemerita e nessun giudice verrà a sindacare il loro operato ... di sindacati.

Forse per la nostra bella costituzione questa riforma epocale è un po' troppo. Forse attribuire alla Troika queste troikate “fatte in casa” è un po' troppo. Forse farle passare come lotta alla precarietà è un po' troppo.
Ma invece può darsi che siano queste note ad essere un po' troppo (critiche). Può darsi che basterebbe un'atmosfera festosa e qualche corteo di giovani che scendano in strada a manifestare il loro entusiasmo per queste novità per far ripartire il paese così che possiamo raggiungere la Germania come è negli auspici del nostro premier.
Lo lascio giudicare ai miei amici pieni di speranza. Ma se non ci fosse più il minimo appiglio per sperare, fin quando potremo tollerare che si laceri in questo modo il tessuto di convivenza civile che ci tiene insieme?
Quanto ancora potremo aspettare che su questi temi, i più sentiti, i più sensibili per la gente che ci circonda, torni a prevalere la ragione e la ragionevolezza? Che si stringa un patto solenne di civiltà, nello spirito e nella lettera della Costituzione uscita dalla Resistenza, che ci aiuti a ripartire nella solidarietà, il primo valore della sinistra, contro l'arroganza e l'egoismo di una destra che fin qui al nostro paese ha portato solo danni e sventure?

Un Jobs Pact, che faccia un falò di questo Jobs Act e lo seppellisca, senza rimpianti.  


(1) Oltre che su questo blog, i pezzi "incriminati" li trovate su www.eguaglianzaeliberta.it

Commenti

  1. Quale contropartita della perdita di tutele ? solo ipotesi.

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La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
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Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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