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Il futuro della Grecia e quello dell'Europa

La decisione della BCE riguardo ai titoli greci, dopo qualche sbandamento iniziale, sembra sia stata inquadrata per quello che era. Non una mossa obbligata: tra le cancellerie europee qualcuno poteva accarezzare l'idea che Draghi avrebbe preso (e concesso) tempo prima di trarre le conseguenze della decisione della Grecia di revocare l'assenso al piano della Troika. Certamente una mossa legittima, stando al Regolamento della BCE. Ma il punto chiave è se si trattava di un ricatto: se lo era, è apparso chiaro come fosse rivolto preminentemente alla lato politico dell'Unione Europea più che al nuovo governo greco. Le divisioni non sono più sanabili, una scelta si impone, sul futuro dell'intera Europa, non della sola Grecia. Il tempo è scaduto, questa l'essenza del messaggio di Draghi.

La Grecia deve avere un piano, questo è indubbio. Ma è anche l'aspetto meno rilevante, visto che il piano può essere a più stadi e l'obbligo nei confronti dell'Unione, per assolvere quello verso la BCE, può ben essere assolto con un piano temporaneo per l'emergenza, purché siano chiari, nero su bianco, alcuni presupposti di prospettiva. E quei presupposti Tsipras e Varoufakis li hanno chiaramente espressi nel loro tour europeo: rispetto dei trattati, impegno a onorare i debiti, come cornice per una rinegoziazione radicale dei tempi e degli impegni connessi al rientro. Con l'interlocutore UE anziché con la troika.
Se la richiesta che arriverà dal governo greco sarà per un piano limitato nel tempo, per l'emergenza, la risposta che si imporrà il prossimo 11 febbraio riguarderà però il futuro dell'Unione Europea, non solo per l'immediato.
Un sì o un no: a una soluzione dichiaratamente politica che metterebbe fine al teorema della neutralità tecnica di ricette economiche che producono tragedie sociali di cui nessuno porta responsabilità e su cui non è permesso ai cittadini decidere.
Una parte consistente dell'Unione Europea (consistente quanto a potere economico più che in base alla democrazia dei numeri) è tentata dal no. E' il partito che già all'inizio della vicenda greca spingeva per “vedere l'effetto che fa” una fuoriuscita dall'euro.
Non è in discussione l'entità del rischio, se sia o meno alto, ma quale sia il rischio che si corre.
Quanto sia alto nessuno può valutarlo con certezza. Neanche i più convinti assertori del “si può fare” hanno in tasca la certezza che il processo possa finire lì e che dopo la Grecia nessun altra uscita si ponga all'ordine del giorno. La tesi contraria è altrettanto indimostrabile, ma sta di fatto che molti sono convinti che l'Euro, una volta dichiarato reversibile, sarà sotto attacco in tutti i paesi che appariranno in difficoltà nel far fronte ai debiti in scadenza. E la giostra si arresterebbe solo davanti al caso di un paese troppo grande per fallire. Quando ci si dovrà domandare se per caso non sarà anche troppo grande per essere salvato.
Il rischio che a quel punto si materializzerà non sarà la tenuta dell'Euro ma la sopravvivenza dell'Unione Europea.
Vale la pena di correre questo rischio? Inutile girarci intorno, si può rispondere di sì, in una situazione cieca, per un futuro non prevedibile, solo se si ritiene reversibile anche l'unità europea. Ovvero, per dirla con maggiore precisione, se si ritiene di dover anteporre l'interesse di un singolo stato (il potere politico connesso alla sua difesa, entro i confini interni) a quello dell'unione. Un dilemma non molto diverso da quello che hanno affrontato, e risolto con spargimento di sangue, gli Stati Uniti d'America circa un secolo e mezzo fa.
C'è una destra estrema che ha fatto di questo obiettivo la sua bandiera e la sua ragion d'essere. Ma c'è anche una destra benpensante e beneducata che si oppone a qualunque ulteriore cessione di sovranità e di potere politico nazionale, potendo disporre di ben altro “volume di fuoco”. Che aspira a mantenere l'Unione Europea rigorosamente entro l'ambito economico. Che immagina di veder così realizzato il sogno dei liberisti: l'economia sia tutto, lo stato sia ridotto al minimo.

Non ci dovrebbe essere bisogno di aggiungere da quale parte dovrebbe stare la sinistra. Trovo perciò sconcertante che il leader di quello che dovrebbe essere il maggiore partito della sinistra italiana (sinistra, per quanto moderata) abbia definito “opportuna” la decisione della BCE (non legittima, come afferma Hollande, o comprensibile), mentre il suo ministro dell'Economia aggiungeva che non ci si può sottrarre alla Troika. Ma soprattutto che abbia rilasciato, a conclusione dell'incontro con Tsipras, una dichiarazione degna di un falco della destra nordeuropea: “daremo una mano alla Grecia ma non diamo loro ragione”.
Avrebbe dovuto affermare il contrario. “Diamo ragione alla Grecia perché sta dando una mano all'Europa (e a noi). Perché, o la Grecia ha ragione, e allora si deve dare impulso all'unità politica dell'Europa e ciò potrà servire a dare una mano all'Italia e all'Europa tutta, oppure ha torto. Ma in quel caso non è solo la Grecia ma soprattutto l'Italia ad aver bisogno di una mano.
Ci si aspettava che questo, prima ancora che votassero i cittadini greci, fosse il tema del semestre di presidenza italiano. Che invece vanta, a consuntivo, qualche “suggerimento” a Juncker, che lo ha ben accolto avendolo soppesato come privo di qualunque influenza sull'attuale equilibrio dei poteri tra Unione e stati nazionali e dunque del tutto marginale. E un “Ministro degli Esteri” dell'Europa.
A proposito di cui c'è da domandarsi se, nel momento in cui c'è da tentare una mediazione per la crisi in Ucraina, la più grave e potenzialmente pericolosa per l'Unione, non dico partecipi ma venga consultata o, come minimo, informata dalla Merkel e da Hollande che ne sono i protagonisti. Con tanti omaggi al “collega italiano”, il leader del terzo grande paese fondatore, che resta a casa dove ha problemi più importanti da affrontare: Berlusconi minaccia di rompere il patto.

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