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Perorazione all'assemblea del PD. E al segretario


L'assemblea nazionale del PD era chiamata a pronunciare parole chiare all'indomani dell'inchiesta sulla mafia nella capitale.
Il segretario nella sua relazione ha voluto rivendicare con orgoglio alcuni atti di governo contro la corruzione, ma non ha risposto alla domanda che i nostri elettori e i nostri iscritti ci pongono attorno a quello scandalo. Non ci chiedono che cosa fa il governo. Né se abbiamo paura dei magistrati o se siamo anche noi collusi. Chi ha la nostra tessera e ci ha votato sa che “il nostro è un partito di gente perbene, un popolo di cui andare fieri”, ma ci chiede tuttavia come il nostro partito si difende dai mascalzoni, da quelli che ci dovrebbero fare schifo, un po' prima che arrivino i magistrati.
Ho messo una frase tra virgolette perché l'ho ripresa da un intervento “virtuale” che avevo pubblicato qui in occasione della precedente assemblea nazionale. E che avevo dedicato, da componente della Commissione nazionale di garanzia (e, prima, di quella per il Congresso 2013), a questo tema.

A sei mesi di distanza mi vedo costretto a ripetermi. Non è bello, rendersi conto che non è cambiato niente e che, semmai, sono emersi fatti ancora più gravi. Episodi isolati, rispetto all'insieme della nostra “gente perbene”: d'accordo. Tuttavia resta il problema. Che consiste, dicevo sei mesi fa, “non nella diffusione del virus ma nella debolezza degli anticorpi”. Perché il principio di legalità cede il passo troppo spesso a quello di opportunità politica (che si può tradurre, senza falsare il senso, nel puro e semplice calcolo di convenienza).
Porto di nuovo un esempio, sull'argomento primarie, tesseramenti anomali e file al seggio inconsuete, tornato d'attualità dopo le intercettazioni pubblicate.
Sono disponibili i dati finali del tesseramento (con annessa anagrafe degli iscritti) degli ultimi anni. Un confronto tra quelli del biennio 2011-2012 e quelli del 2013 (anno del congresso) era già stato effettuato dalla Commissione per il Congresso per evidenziare su scala provinciale tutte le anomalie nel tesseramento 2013 rispetto alla media dei due anni precedenti. Facile facile.
Già l'anno passato quel lavoro poteva essere preso come base per scandagliare più da vicino le situazioni anomale, senza grande impiego di mezzi e senza analisi troppo sofisticate. Non sarebbe stato difficile convocare gli uffici adesioni delle province eccessivamente “sbilanciate”. Verificando, con l'occasione, che quegli uffici fossero costituiti (e funzionanti) e pretendendo che adottassero lo stesso metodo per indagare sulle anomalie nei singoli circoli.
Si poteva fare, nel corso delle primarie stesse. Si poteva fare subito dopo. Si può fare ora, aggiungendo i dati del 2014, con relativa, vistosa contrazione. Senza lasciar cadere l'argomento. Perché difronte allo schifo si può essere schifiltosi. Mentre si deve essere coraggiosi, nel senso di avere il coraggio di mettere le mani dentro lo schifo.
Non si fa. 
E a Roma, dove lo scandalo scoppiato ci fa indignare, si potrebbe perfino fare qualcosa in più, oltre all'analisi statistica aritmetica. 
Si potrebbero esaminare i ricorsi presentati durante le primarie e seguirne l'iter e l'esito, nelle Commissioni ai diversi livelli. Perché molti episodi erano stati denunciati, riportati fin dalla stampa locale, tra cui (lo dice al “Corriere” uno dei candidati di allora) quelli di cui si sta parlando: non solo per Mafia Capitale ma anche per l'affaire Di Stefano, emerso subito prima e ora “silenziato” dallo scandalo successivo. 
Invece si affida a Fabrizio Barca l'incarico di fare una ricerca al riguardo. Non un'inchiesta (che la Commissione nazionale di garanzia, per dire, avrebbe il potere di fare per statuto) ma uno studio. E il tempo passa.

Perché non si fa? 
La mia risposta resta la stessa di sei mesi fa: perché chi si rende responsabile di questi atti è regolarmente, direi necessariamente, inquadrato in una filiera”. Che, risalendo per li rami, arriva al gruppo dirigente nazionale. 
Non sarà un caso se la proposta avanzata da Civati durante le primarie a Renzi e Cuperlo, di un patto d'onore per procedere con la massima severità sui casi che emergevano, è stata fatta cadere nel vuoto. Salvo poi sospendere per due settimane il tesseramento quando nella stalla la razzia era ormai compiuta.


Ora, mettere le mani nello schifo significherebbe questo. Dichiarare che i tesseramenti fasulli, a pacchi, le iscrizioni all'insaputa e quelle “a ore”, come certe camere d'albergo, non possono essere tollerate perché sono sempre il terminale ultimo di una degenerazione della politica e quasi sempre associate a fatti criminali. Di questi ultimi si occupa la magistratura, magari aiutata nel suo lavoro (“chi sa parli”...). Ma della degenerazione della politica si deve preoccupare il nostro partito. Facendone un tema prioritario. Anche nel rapporto con l'elettorato e l'opinione pubblica.

Vorrei non aver mai sentito le due obiezioni che invece sento circolare: “i panni sporchi si lavano in casa, sennò si danneggia la reputazione del partito”; “non si raddrizzano le gambe ai cani, certi fenomeni non sono eliminabili”. Se il segretario avesse speso due parole per dire la sua opinione su queste posizioni, mi avrebbe convinto di più. Perché sono talmente diffuse che non può non sapere quanto influiscano sulla vita del partito e sulla sua “costituzione materiale”. E se sono sulla bocca di gente perbene, dovrebbe preoccuparsi perché ci sarebbe un problema di orientamento e di lotta politica. Che non è certo cosa che spaventi Matteo Renzi.

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