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Tra il "rispetto" e il "menefrego"


“Lo rispetto, ma non sono più i tempi in cui uno sciopero metteva in crisi un governo”, dice il segretario premier, da Brisbane, Australia. Per dare il senso di una svolta.
Non è la prima volta che ci stupisce con questo genere di affermazioni. Perché le svolte sono un po' la cifra di questo governo, quando si tratta di lavoro, e di sindacato. Tempo determinato, apprendistato (nel decreto Poletti), articolo 18 (annunciato, nel Jobsact). Hai voglia a dire che sono cose che vanno avanti dal 2001, non abbiamo capito niente, continua a spiegarci che così “si cambia verso”.

Ora se ne esce anche con l'idea che la CGIL fa uno sciopero generale per farlo cadere (la Camusso fa il gioco di Draghi o di Visco?). 

Succedeva nella Prima Repubblica, quando c'era ancora il muro di Berlino e la conventio ad excludendum, quando lo sciopero generale era il segnale, da sinistra, che si era passato il limite del compromesso su cui si reggeva la democrazia bloccata, senza alternanza (qualcuno ricorda il fattore K?).
Poi però quel muro è caduto e la sinistra ha governato con Prodi, D'Alema, Amato e di nuovo Prodi. Infine, con Letta e con lui, Renzi, governa nelle larghe intese. E i sindacati anche quando arrivano allo sciopero generale (una volta ogni due cambi di papa) lo fanno per ottenere cose. O per impedire cose. 
Neanche al Circo Massimo nel 2002 quei milioni di lavoratori, che si erano mobilitati per impedire un taglio dei loro diritti e delle loro condizioni di vita e di lavoro (riuscendoci solo in piccola parte, per quanto significativa), pensavano di far cadere un governo dalla solidissima maggioranza parlamentare. Solo che, in genere, i governi (perfino Berlusconi, Maroni e Sacconi) tenevano conto del peso politico e elettorale di quelle persone, in così gran numero.




Forse il segretario premier tende a rappresentarsi un'Italia vecchia, democristiana, consociativa, pre-'89. Forse usa questi schemi così come Berlusconi usava quello della guerra fredda, di Scelba e dell'Azione Cattolica di Gedda (e dei bordelli pre-Merlin), insomma, i tempi della sua gioventù. Che per Renzi sono quelli dell'Agesci (e di Happy days), di Craxi (e di Reagan all'offensiva contro il breznevismo).

Oppure intendeva dire un'altra cosa: che non sono più i tempi in cui un governo si dà pensiero per un calo di consenso tra i lavoratori, i pensionati e, in genere, la parte più debole di questa società.

Infatti, se nella settimana dopo San Giovanni (e la Leopolda) si perdono dieci punti, il vice di Renzi ci spiega che i conti sul consenso si fanno a medio termine. 
Lo diceva anche Letta, e Renzi gli dava ragione, anzi, gli raccomandava di stare sereno. Tanto più che nell'ultimo trimestre del 2013 l'economia italiana aveva rivisto il segno più. Dài che ce la fai, la strada è quella giusta, gli diceva.

In cuor suo, però, Renzi era convinto che si dovesse cambiare verso. 
Intanto, ha cambiato di nuovo segno al PIL. E ha perfino cominciato a spiegarci, dopo tre trimestri in rosso, che era tutto previsto e che non c'è da preoccuparsi. Appena sarà possibile licenziare, anche quando non ci sono ragioni economiche per farlo, vivaddio!, l'economia ripartirà.




Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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