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Partita chiusa?


La Commissione Lavoro della Camera conclude l'esame del Jobs Act con un emendamento “unitario” sull'articolo 18.
Capisco che gioisca la Di Girolamo e che Sacconi dica che finalmente ce l'ha fatta. Nel 2002 ci aveva provato senza riuscirci e nel 2012 ne aveva dette di tutti i colori su Monti e la Fornero perché non erano andati fino in fondo (!). Del resto, a Ferragosto l'NCD (forte del suo 3,..% stabile nei sondaggi) si era intestato questa bandiera. Per chi non lo ricordasse, 3 obiettivi per cambiare l'Italia: pagare i debiti della PA (invece del classico “mi faccia causa”), sferzata anti-burocratica (l'obiettivo più proclamato e meno praticato degli ultimi 40 anni) e, la vera ciccia nella fuffa, abolizione dell'articolo 18. Bingo! Quello che Sacconi non fece con Berlusconi ora lo fa con Alfano.

Ma per chi ha passato una vita nel sindacato, per chi sa che cosa ci sia in quell'obiettivo, come sostanza e come segnale, che c'è da festeggiare? Ci si spiega che dobbiamo essere soddisfatti perché quel che prima nella delega non c'era, ora c'è: così non si possono permettere scherzi o colpi di mano. Ma se non c'era, come facevano a metterlo nei decreti attuativi? Su una esternazione del Ministro? Eppoi, non dovevamo fidarci di Renzi e Poletti che i decreti li faranno loro?

Il disastro peggiore è che cadranno tutti gli emendamenti presentati. L'”accordo” sull'articolo 18 lascia infatti sostanzialmente inalterato, per tutto il resto, il testo uscito dal Senato. Così, avendo restituito al giudice la funzione che la Costituzione gli assegna (e nulla più) in tema di licenziamenti, ora ci dovremo rassegnare a un contratto a tutele crescenti che farà crescere solo il numero delle tipologie precarie; a un sussidio di disoccupazione esteso solo ai parasubordinati (che si dovrebbero estinguere); a un lavoro autonomo condannato a essere sfruttato, se non dal committente (spesso = datore di lavoro), dall'INPS e dal fisco. E se qualcuno dice che si continua nella politica fallimentare del centro-destra, è uno che non vuol bene al partito, e neppure all'Italia.

Ora, secondo la stampa, lo scontro si sposterà sui decreti attuativi. E Sacconi minaccia sfracelli.
Sacconi e i decreti attuativi. Sul lavoro. Mi ricorda qualcosa.
C'è già stata una legge di riforma (epocale) sul lavoro i cui decreti attuativi sono stati opera di Sacconi, allora sottosegretario con delega al lavoro: la n. 30/03, che molti ricordano come “legge Biagi” in ricordo del consulente di Sacconi che l'anno prima era stato assassinato dalle BR.
Un dettaglio mi è rimasto impresso. Si parlava anche allora di contratto di inserimento (doveva sostituire i contratti di formazione/lavoro che l'Europa aveva bocciato come aiuti di stato). Anche allora, prevedeva tutele ridotte (e non era “unico”) ma almeno era fondamentale che conservasse un contenuto formativo (del resto lo pretendeva anche l'Europa). Così fu introdotto, come uno degli “speciali rapporti di lavoro con contenuti formativi da riordinare (articolo 2, comma 1, lettera b).
Venne poi il decreto attuativo. E il contenuto formativo (lontano da occhi, europei, indiscreti) divenne “eventuale”: bastava un “piano di inserimento” che poteva prescinderne (art. 55, comma 4).
Ma a Confindustria (quella di D'Amato, tifoso di Berlusconi) non bastava. E il Ministero del Lavoro, sotto la guida di Sacconi, dirama una circolare che serve a togliere ogni dubbio: Nel contratto di inserimento la funzione formativa perde la sua natura caratterizzantein quanto il decreto attuativo “precisa che la formazione è solo eventuale”.

Voilà, il gioco è fatto, la legge delega è aggirata. Anche allora, se uno cercava un operaio non si poteva poi ritrovare un intellettuale. Magari gufo e brontolone.
Ma ora dobbiamo fidarci, a far la guardia a Sacconi ci sono Renzi e Poletti.

Partita chiusa dunque. Questo vuole la democrazia, la ferrea legge dei numeri.
Ma è davvero così? Davvero la democrazia si eserciterà nelle stanze del ministero, tra i funzionari che hanno scritto le leggi del 2003 e del 2012 (Fornero), spesso con le stesse identiche locuzioni?
No, la partita resta aperta. E lo sarà finché non si avrà davvero la forza, e la visione, necessarie per imboccare un'altra strada. Finché i giovani non cominceranno ad avere le risposte che pretendono. I diritti che spettano loro, come spettavano alle generazioni che prima di loro hanno lottato per conquistarli. Non solo per se ma per i loro figli.

Questa riforma non li aiuta. Allarga anzi il solco che li separa dalla politica.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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