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Legge di stabilità e riforma del lavoro. Ancora trucchi e inganni

Una riforma che porterà un aumento dell'occupazione, in particolare giovanile, da cui deriverà una ripresa dei consumi e quindi del PIL.
Così il governo italiano ha presentato a Bruxelles gli interventi sul lavoro, fatti (decreto Poletti) o in programma (Jobs Act). Secondo il documento trasmesso alla UE, si avranno questi effetti perché si restituirà centralità al contratto a tempo indeterminato eliminando, con un opera di semplificazione, gran parte dei contratti precari e concedendo benefici economici a chi assumerà in pianta stabile.
Come abbiamo visto in un postprecedente, queste affermazioni sono smentite dai fatti e dagli atti.
Il decreto Poletti ha reso più facile un contratto precario come quello a termine.
Il Jobs Act annuncia, in termini generici, una semplificazione: in concreto, però, prevede in modo circostanziato che l'uso dei voucher (lavoro “occasionale” pagato mediante buoni acquistabili in tabaccheria, finora previsto per l'agricoltura) sia esteso alle imprese familiari del commercio, turismo e servizi e a chi assume studenti nei periodi di vacanza; inoltre introduce un contratto di inserimento (a tutele crescenti) che si aggiunge a quello a termine e a tutti quelli che saranno semplificati (ma non abrogati) e dunque non restringerà ma allargherà il menù della precarietà.
I contratti “parasubordinati” (autonomi “atipici”) saranno aboliti solo se finti (come distinguere?).
Quanto infine all'articolo 18, se venisse di fatto abrogato, come annunciato, rendendo insindacabili i licenziamenti per motivi economici, si determinerebbe un'ulteriore pressione al ribasso dei salari, continuando su questa strada per abbassare il costo del lavoro, con un ulteriore effetto negativo sui consumi. Il documento presentato a Bruxelles però non ne parla: “L'Europa lo vuole” lascia il posto a “meglio che l'Europa non sappia”.

Ora, dopo il Jobs Act, è arrivata la legge di stabilità, che dovrebbe stanziare le risorse necessarie per completare la riforma: per incentivare i contratti a tempo indeterminato e per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali che dovranno dare tutela, fiducia nel futuro, sicurezza, a chi perde il lavoro.

Andiamo allora a verificare qui di seguito come stanno le cose.

1 – Incentivi a favore delle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella legge di stabilità (articolo 12) ai datori di lavoro privati, con esclusione del settore agricolo,
che assumano con contratto di lavoro a tempo indeterminato è riconosciuto, per un massimo di tre anni, l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro (senza che diminuisca la pensione futura del lavoratore), esclusi quelli dovuti all’INAIL, nel limite massimo di 8.060 euro su base annua (non cumulabile con altre forme di finanziamento).
Per misurare la possibile incidenza di questa norma, a cui è affidata tutta la scommessa per una ripresa dell'occupazione stabile, a tempo indeterminato, dobbiamo considerare i seguenti dati:
la normativa vigente già prevede incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato. L'osservatorio del Ministero del Lavoro ne conta 41 al 2012 (l'elenco è qui di seguito). Si devono aggiungere gli incentivi introdotti dal governo Letta (D.L. 76/13): bonus per chi assume giovani fino a 29 anni e beneficiari di ammortizzatori sociali. Arriviamo così a 43.


Di questi, però lo stesso articolo della legge di stabilità ne abolisce uno (quello al n. 11 delle tabella). Si tratta dell'incentivo (art. 8 comma 9 della legge 407/90) destinato a chi assume lavoratori disoccupati da almeno 24 mesi e assimilati.

Lo stanziamento previsto per questa misura è di un miliardo all'anno fino al 2017 (per il 2018 cala a 500 milioni). La copertura finanziaria è assicurata da una riprogrammazione delle risorse destinate a cofinanziare i fondi strutturali comunitari (non ancora spese). Saranno i tecnici del Ministro della coesione territoriale a decidere (nei 60 giorni successivi all'approvazione della legge) quali progetti di sviluppo ne faranno le spese. In tempi di ristrettezze, i fondi europei possono far comodo per incentivare la stabilizzazione.
Peccato che la manovra nasconda un trucco contabile.
Se andiamo a vedere la spesa per incentivare le assunzioni negli anni passati, scopriamo che la misura che “tirava” più di tutte, quella a cui le imprese hanno preferito attingere per le assunzioni era esattamente quella che è stata abrogata. E sapete quanto “tirava”? Ve lo mostra la tabella qui di seguito, reperibile sul sito del Ministero del Lavoro (il dato è in migliaia di euro):

MISURA
2008
2009
2010
2011
2012
Assunzioni agevolate di lavoratori disoccupati da almeno 24 mesi e assimilati (L. 407/1990, art. 8, co. 9)
1.373.989
1.289.603
1.074.467
994.654
1.135.776

Parliamo dunque di qualcosa in più (mediamente) del miliardo di euro che verrebbe stanziato.
Conclusioni: le assunzioni a tempo indeterminato non vengono in alcun modo incentivate dalla legge di stabilità. Si modifica solo la normativa, aggiungendo un'ennesima misura al posto di quella che le imprese prediligevano, che viene abrogata.
Se si considera che quelle già in vigore non hanno dato grandi risultati (in particolare le ultime due introdotte da Letta sono state giudicate un flop) tutto lascia ritenere che la nuova non avrà lo stesso successo di quella che viene abrogata e che pertanto il saldo netto finirà per essere negativo. Per dirla in altre parole, non si stanzia neanche un euro in più e, anzi, si fa un po' di cassa a spese degli incentivi alle assunzioni e dei fondi strutturali, per i progetti comunitari.
Se poi mettiamo in conto il fatto che i fondi strutturali sono destinati in prevalenza alle regioni “in ritardo di sviluppo”, ovvero al Mezzogiorno, mentre le assunzioni si concentrano nel Nord del Paese, si completa il quadro di una manovra che toglie ancora qualcosa a chi ha di meno.

2 – Fondi per l'estensione della indennità di disoccupazione

La legge di stabilità prevede inoltre (articolo 11), un apposito fondo per l’attuazione della riforma degli ammortizzatori sociali, inclusi gli ammortizzatori sociali in deroga (oltre ai servizi per il lavoro e le politiche attive, al riordino dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione), nonché per la riduzione degli oneri diretti ed indiretti sui contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti, che dovrebbe essere introdotto dal Jobs Act. La dotazione ammonta a 2 miliardi di euro annui dal 2015.
Il conto è presto fatto: nel 2013 il solo fondo per gli ammortizzatori in deroga (lasciamo perdere tutto il resto) è stato (così come nel 2012) di € 2.118 milioni e per il 2014 siamo a m€ 1.720.
D'altronde nel Jobs Act è previsto che la platea dei destinatari dell'indennità di disoccupazione si estenda ai soli parasubordinati. Di cui, nel capitolo semplificazioni, si prevede un taglio (drastico?).

3 – Altre misure che hanno un impatto sul mercato del lavoro

Ci si dovrebbe fermare qui, alle misure di finanziamento del Jobs Act. Ma non è possibile, perché nella legge di stabilità sono contenute altre norme destinate ad avere ripercussioni sul mercato del lavoro, se approvate. Esaminiamo quella di maggiore rilevanza, che riguarda l'area del lavoro autonomo (o indipendente): le “persone fisiche che esercitano attività di impresa, arti e mestieri”.
Per questi soggetti è prevista la possibilità di applicare un regime forfetario, al posto del regime agevolato (dei “minimi”) che era stato introdotto con la Finanziaria 2008 dal governo Prodi (imposta del 5% per ricavi non superiori a 30,000€ in un anno).
La novità consiste in questo: i titolari di partita IVA, che abbiano ricavi modesti (nel nuovo sistema si va dai 15.000 ai 40.000 a seconda delle attività) non detraggono più i costi sostenuti (né scaricano l'IVA sugli acquisti) ma pagano un'imposta del 15% su un reddito determinato forfettariamente (applicando ai ricavi, al netto dei versamenti per i contributi previdenziali, un coefficiente di redditività che varia dal 40% all'86%, in base all'attività), che sostituisce Irpef, addizionali regionali e comunali e Irap (nel regime precedente vi era esenzione dall'Irap), oltre all'IVA, non più dovuta.

Proviamo ora a esaminare gli effetti che questa novità può avere sul mondo delle partite IVA. Per quelle “vere”, che ancora oggi sono la grande maggioranza di quelle individuali (l'80% secondo l'Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato, ACTA) la convenienza può variare a seconda dei casi, in base al confronto tra i costi effettivamente sostenuti e il coefficiente forfettario. Il quadro delle detrazioni e il calcolo per alcuni casi tipici ce lo fornisce la tabella qui di seguito, tratta dal Sole – 24 ore


E' facile constatare che ci si può guadagnare o perdere qualcosa, ma in entrambi i casi le differenze sono poca cosa.
Immaginiamo invece che si tratti di una finta partita IVA (ad esempio, del settore del commercio con un contratto da 15.000 euro più IVA) che non dovrebbe avere, in questo caso, molti costi da dedurre (poniamo, 1.500 euro): con il regime attuale sostiene un carico fiscale (tra imposta agevolata e contributi) attorno ai 3.500 euro e ne mette in tasca all'incirca 11.500. Con il nuovo regime, il suo reddito netto aumenterebbe all'incirca di 1.300 euro. Dunque l'aiutino è decisamente più consistente per le finte partite IVA. Ma lo sarebbe ancor più per il suo datore di lavoro, che si risparmierebbe di versare 3.300 euro di IVA.
Mettiamo ora il caso che si tratti di un commesso che si vede proporre di passare a partita IVA da un datore di lavoro per il quale sta lavorando a tempo indeterminato. Se oggi guadagna gli stessi 11.500 euro netti dell'esempio precedente, al datore di lavoro costa (grosso modo, a seconda delle detrazioni a cui ha diritto) di nuovo una cifra un po' al di sopra dei 18.000 euro. Con il nuovo regime il carico fiscale diminuirebbe ancora di più perché scatterebbe la riduzione di 1/3 prevista per chi apre una nuova attività: diciamo, 1700-1800 euro, che si aggiungerebbero ai 3.300 del mancato versamento IVA. Proviamo a immaginare con quali argomenti il datore di lavoro potrebbe convincere il commesso a fare questo passo. Potrebbe magari dimostrarsi generoso e spartire un po' di quei 5.000 euro (circa) di beneficio.

Ecco, la conclusione è che, in aggiunta alla maggiore precarietà indotta dalle misure previste dal Job Act e non contrastata dalle misure che la legge di stabilità doveva prevedere e non prevede, dobbiamo constatare anche questo: un incentivo molto allettante per indurre i lavoratori dipendenti, specie in piccole e piccolissime aziende, a passare alla partita IVA (finta).

C'è poi chi, maliziosamente, aggiunge un ulteriore elemento. Quel datore di lavoro, abbattendo il costo del suo commesso (che oltre tutto non figurerebbe più come costo di personale ma come acquisto di un servizio) potrebbe riuscire a restare nel limite dei 20.000 euro di costi all'interno del quale si può adottare il regime agevolato, proprio come il suo commesso. Pensate, dichiarando ricavi entro i 40.000 euro avrebbe anche, all'incirca, il suo stesso carico fiscale. E poi c'è chi vuol mettere datori di lavoro e lavoratori uno contro l'altro, quando sono praticamente alla pari... "committenti" e "fornitori". Che potranno avere anche, finalmente, la soddisfazione di diventare imprenditori di se stessi!

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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