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Il partito dell'impossibile


Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un'offensiva particolarmente intensa dei guardiani dello status quo. Di quelli che un tempo (quando c'era il Muro) dovevano dimostrare che a sinistra c'era il pericolo e la malvagità e ora invece vogliono convincere che a sinistra non c'è niente. Se c'è qualcosa, è un'illusione perché non esiste alternativa. A sinistra dello status quo nulla è possibile.

Per l'establishment economico-finanziario nord-europeo (e le sue propaggini meridionali) non c'è alternativa alla politica del rigore. Non c'è alternativa neppure al metodo di calcolo dell'”output gap” (non domandatevi di che si tratta, se non dovete sostenere un esame di economia: basti sapere che è un modellino per stabilire il massimo di spesa pubblica che un Paese si può permettere). Poi magari succede che anche al salvataggio delle banche con i soldi (pubblici) degli Stati membri non c'è alternativa. Così uno Stato membro (l'Italia, per dire) che non può spendere soldi pubblici per il risanamento della più grande acciaieria del continente o per mettere in sicurezza il territorio, può essere costretto (malauguratamente, s'intende) a spenderli per il salvataggio di una banca di un altro Stato membro. Perché se un'alternativa è a sua volta senza alternativa, allora sì … oppure no? Belle contraddizioni!
Del resto, anche per l'establishment economico-finanziario nord-americano non c'era alternativa alle enormi disuguaglianze sociali e alla povertà estrema di larga parte delle popolazioni, al di là del confine meridionale degli States, giù giù fino alla Terra del Fuoco. Se un'alternativa appariva all'orizzonte era il male (se ne occupavano quindi i militari). Eppure qualcosa si è messo in movimento, lungo strade diverse da quelle tracciate dal cosiddetto Washington consensus.

Esempi recenti dalle nostre parti.
C'è chi è talmente convinto che a sinistra non possa esserci niente che neppure si prende la briga di documentarsi. E condanna senza appello i dirigenti PD che muovono critiche alle scelte politiche del governo: “Che cosa farebbero, insomma, se fossero loro a governare? Nessuno lo sa: sospetto perché non lo sanno neppure loro. Il sospetto è che, se qualche idea alternativa sul da farsi ce l'hanno, a non conoscerla sia innanzi tutto lui. E dire che il codice deontologico di un giornalista, top opinionista imbarcato sulla corazzata di via Solferino, dovrebbe contemplare il dovere, prima di esprimere giudizi, di attenersi ai fatti.

Istruttivo anche il quadro che emerge dal ritratto (sull'Espresso) della responsabile, di fresca nomina, dell'Agenzia delle Entrate in merito alla lotta all'evasione fiscale. Sembrerebbe che Renzi ogni volta che qualcuno parla di evasione si volta dall’altra parte” visto che “è stata proprio la capacità di attrarre per la prima volta il consenso della piccola borghesia urbana a regalargli il successo delle europee”. Cosicché il nuovo (?) indirizzo sarebbe quello di “convincere gli italiani a pagare le tasse, perché può costare elettoralmente meno che costringerli a farlo”. Mentre Prodi, che “aveva fatto della lotta all’evasione una delle sue priorità, e qualcosa era pure riuscito a portare a casa, proprio per questo alla fine gli italiani l’hanno fatto cadere. Bisogna evitare di ricadere nello stesso errore”. Si poteva pensare che combattere l'evasione fiscale fosse un'alternativa non solo possibile ma obbligata per risalire il baratro del debito recuperando un po' della montagna di risparmio privato accumulato con l'evasione. Invece no, vince il partito del “no tax day” (a cui però non si iscrivono quelli che le passe le pagano fino all'ultimo centesimo). Per abbandono. Perché non ci sono alternative.

Perfino il mostro sacro del giornalismo, il fondatore della Repubblica, si aggiunge al partito dell'”impossibile alternativa”. Che l'Europa possa assumere il debito italiano, come richiesto da Tsipras per la Grecia in caso di vittoria (possibile) nelle elezioni imminenti “è assolutamente impossibile: le dimensioni del nostro debito sovrano sono preclusive e per di più si scatenerebbe un'ondata speculativa di lunga durata che porterebbe al default l'Italia e con essa il sistema bancario mondiale”. Eppure due righe dopo sostiene (a ragione) che si debba percorrere con celerità la strada dell'”Europa unita e sovrana” per affrontare i nodi alla radice: ma se quella strada non passa per la messa in comune di una parte almeno dei debiti sovrani sarà impossibile la stessa unità politica dell'Europa... L'alternativa impossibile risorge dalle ceneri, se non nasce da sinistra.

Per finire, è davvero difficile accettare l'idea che non ci siano alternative nemmeno a una politica del lavoro che ha come unica stella polare, per abbassare il costo del lavoro per unità di prodotto, la compressione di salari, condizioni di lavoro e diritti. Che se non si fa così gli imprenditori non ritrovano la voglia di investire.
E' una favola degli anni Ottanta a cui non crede (quasi) più nessuno fuori dal nostro Paese: se hai voglia di investire, la prima cosa su cui investi è il lavoro di qualità, sin dal momento in cui cerchi qualcuno (molto professionale e, di solito, ben pagato) che ti butti giù un piano industriale solido e affidabile per mettere in pratica l'ideuzza con cui vorresti far fruttare il tuo capitale. O quando, appena dopo, cerchi un “recruiter”, anziché un caporale un po' negriero, che scelga il personale migliore per portare avanti il progetto in cui credi e su cui stai puntando.
Eppure abbiamo passato gli ultimi mesi ad ascoltare il ritornello degli imprenditori che “ora non hanno più alibi” perché da domani potranno licenziare chi vogliono, come e quando vogliono (purché raccontino una piccola bugia al giudice, a cui sarà impedito di cercare la verità).
La burocrazia lenta, la concussione, il “mi facci causa” per non onorare un contratto, i servizi e le reti da anni ottanta (come la cultura politica), anche tutto questo è dunque senza alternative. Ci si deve affidare all'intimidazione e al ricatto nei confronti dei lavoratori e delle loro rappresentanze.

Mette tristezza pensare che il “cambio verso, cambio tutto, non mi fermeranno, vado per la mia strada” abbia ceduto così rapidamente il passo al “non ci sono alternative”. Non ci sono e non voglio neppure perdere tempo ad ascoltarle.
E sì che non c'è davvero più un minuto da perdere! Che non solo si deve cambiare senso di marcia, ma si deve anche fare attenzione ai tempi perché non sempre i movimenti della storia sono reversibili; perché talvolta si creano fratture che minano le fondamenta e richiedono a quel punto tempi lunghi, anche molto lunghi, perché il declino sia arrestato e si innesti la marcia in avanti.


Il partito dell'impossibile, della mancanza di alternative (condita però da grande entusiasmo) deve essere sconfitto e può esserlo. Un'altra soluzione è possibile. Un'altra politica è possibile. Un altro futuro è possibile

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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