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Sul 25 ottobre. Lettera al segretario PD.


Caro segretario,
fattelo dire: che delusione!
Stavi collezionando un po' di errori, mi sembrava. Ma la giornata del 25 ha emesso una sentenza. Di fallimento della tua strategia.
Non sto vaticinando la caduta del tuo governo, o un calo verticale di consensi. Neppure, per ciò che riguarda il partito, la tua messa in minoranza. Dico che da oggi il tuo futuro non sembra possa più essere quello su cui avevi scommesso e per il quale avevi lavorato.

Quando hai messo in piedi con Civati la prima Leopolda, pensavate che se le vostre idee e il vostro modo di fare politica si fossero imposte nel Partito Democratico si poteva riaccendere una luce nel buio di allora, con Berlusconi regnante per la quarta volta. In molti vi guardavamo con non poche speranze, convinti che per il partito, per la sinistra, per il Paese, ci fosse proprio bisogno di nuove visioni e di nuovi schemi politici, per correggere gli errori che avevano impedito al partito e alla sinistra di condurre il Paese fuori dalla crisi, verso un futuro migliore.

La giornata del 25 ha certificato che non ce l'hai fatta, che in quel tentativo hai fallito. Tu alla Leopolda parli a un tuo mondo, un mondo che ti sei costruito (e che è pure diverso da quello della prima volta). Ma non parli al mondo, di sinistra, che è sceso in piazza a San Giovanni.

Non è la prima volta che un segretario del PD non partecipa a una manifestazione come questa. Le altre volte mi è sembrata un'anomalia: come può non essere in quel posto, il suo posto naturale, il leader del maggiore partito della sinistra? Stavolta però, per la prima volta, una mobilitazione generale, indetta dal più grande sindacato, aveva il maggiore partito della sinistra, e in particolare il suo leader, come bersaglio della protesta. Personificazione di una politica sentita come ostile, avversa. C'è sempre una prima volta? Sì, ma in certi casi è inevitabilmente anche l'ultima. Un punto di non ritorno è stato varcato.
 
I tentativi dei tuoi più stretti collaboratori di minimizzare, di ricondurre la vicenda a normale dialettica, il vocabolario scelto, il rispetto, l'ascolto, l'”andare, in fondo, nella stessa direzione”, diciamolo, appaiono un po' patetici. Suonano stonati, falsi, anche sulla bocca di chi magari li pronuncia in buona fede. Nossignore. Si è scavato un solco che le parole non bastano a riempire.
Per riempirlo ci vorrebbe altro.

Un'altra legge elettorale e un'altra riforma costituzionale, per promuovere la partecipazione dei cittadini, non per tenerli lontani dalle istituzioni.
Un'altra legge sul lavoro, per valorizzare il lavoro, non per continuare a impoverirlo e intimidirlo.
Un'altra legge di bilancio, che non distribuisca un po' di risorse a chi ha la forza per farsi sentire e a chi ha gambe per andare a votare, ma segni una chiara inversione di tendenza. Che redistribuisca, per spingere chi ha di meno a credere nel futuro, a buttarsi nella mischia, a creare ricchezza con l'energia che viene dal sentirsi pienamente cittadino, riconosciuto nei suoi diritti fondamentali e nella sua dignità di persona.
Un'altra legge per sbloccare l'economia, che porti alla luce le ricchezze del paese, il valore della sua bellezza, della sua storia, delle sue capacità creative. Non un “libera tutti” per chi lo ha rapinato, cementificato, inquinato. Che aiuti chi costruisce il futuro, imprenditori e lavoratori, non chi fa affari a spese del futuro.

Forse ti eri convinto che bastasse togliere il partito dalle mani di quelli che allora lo guidavano. Ovvero, il che è lo stesso, portarne il più possibile dalla tua parte. E' stato fin troppo facile, ma questo anziché insospettirti ti ha fatto perdere il senso della realtà. A quel gruppo dirigente e a quell'apparato avevi rimproverato la mancanza di coraggio e di fiducia in se stesso e la crescente autoreferenzialità, ma hai preferito dimenticarlo. Dicevano di non poter fare a meno di un'alleanza con il centro moderato, che gli elettori avevano invece condannato alla marginalità? Ti sei presentato come colui che poteva realizzare la sintesi all'interno: ma non era una sintesi, hai solo spostato il baricentro. Sulle orme, più che di La Pira, di Cossiga, a cui era riuscito un giochino simile con D'Alema quando era stato fatto lo sgambetto a Prodi.

Ora riesce più facile capire dove hai sbagliato sin dall'inizio. Dove portava quel binario che, dopo la Leopolda, la n. 1, hai imboccato al primo scambio.
La visita ad Arcore preludeva a un patto per riformare la Costituzione, il sistema parlamentare, il decentramento istituzionale, la legge elettorale, con quella destra, “tecnicamente eversiva”. Sei arrivato dove D'Alema non aveva osato.
Anche l'endorsement a Marchionne ha avuto un seguito: ti sei fatto scrivere le leggi sul lavoro (decreto e legge delega) da chi per l'allora ad Fiat (oggi traslocata in altri lidi, sotto altre spoglie) aveva già scritto il ben noto “articolo 8”. Ora, grazie a te, pensano di completare l'opera.

Per qualcuno però la giornata del 25 ottobre potrebbe aprirti gli occhi e farti tornare indietro.
Faresti il bene del Paese. Ma ne usciresti ridimensionato. Umano, capace di errore. E tu forse sei convinto che il Paese abbia davvero bisogno di crederti sovrumano per farsi guidare verso un futuro migliore.

Se davvero fosse così, sarebbe il segno che disprezzi questo Paese. Che non lo merita, proprio come non lo merita quella bellissima gente che in così gran numero ha invaso Roma colorandola di rosso. Non è un altro Paese, né un altro popolo. Prova a pensare che deve essere proprio il tuo popolo. Finché sei in tempo.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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