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Lavoro. I nodi vengono al pettine


La nebbia si è diradata, come ci si attendeva, e si comincia a veder chiaro sulle questioni al centro del dibattito in Direzione PD. Dopo le bandierine e gli slogan il merito dei problemi torna ad imporsi nella sua durezza. Le scelte che un'abile oratoria riesce a dissimulare o nascondere si ripropongono senza poter essere scansate, eluse.
Lo aveva detto con grande chiarezza nel suo intervento Pippo Civati. Riguardo alle opzioni, sbandierate sui media e trasferite nell'arena della direzione, ci si deve dire “dove e quando prendono una definizione compiuta, altrimenti restiamo nell'incertezza e dovremo attendere la prossima intervista”.
Non ci è stato detto ed ora, anzi, appare più che probabile che nessuna di quelle votate in Direzione prenderà corpo in Parlamento.
Vediamole una per una:
  • risorse aggiuntive per gli ammortizzatori da estendere (punto 1. dell'odg conclusivo): se non si modifica il vincolo (art. 6, comma 3) per cui “ dall’attuazione delle deleghe non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica” resta lettera morta
  • riduzione delle forme contrattuali, “a partire dall’unicum italiano dei co.co.pro.” (p.2) e riforma dei servizi per l'impiego (p. 3): se non viene modificata di nuovo la riscrittura dell'art. 4 che il governo ha fatto approvare in chiusura dei lavori in Commissione, saranno demandati ai decreti attuativi, sottraendo così al Parlamento il potere di esprimersi su aspetti così importanti della riforma, sui quali è stata chiamata a esprimersi la Direzione del PD
Resta  il punto finale sull'articolo 18. Di licenziamenti la legge delega non parla. Che una modifica di questa entità possa essere introdotta dai decreti attuativi senza nessun indirizzo specifico nella legge è semplicemente impensabile. L'idea di affidarsi a un o.d.g. non risolve un bel niente (se un testo può essere portato all'approvazione è più logico che entri nel corpo della legge). Come procedere? Come emendare?
L'aver scelto di farne la “madre di tutte le battaglie”, nel modo in cui è stato fatto, sta portando in un vicolo cieco. La “mediazione” con una parte dell'ex minoranza cuperliana (non rispetto al testo della legge ma rispetto agli annunci di Renzi che facevano seguito agli annunci estivi di Alfano) non cambia la sostanza, come ho cercato di spiegare in precedenza, ma scontenta l'NCD (“ohibò, contiamo meno dei giovani turchi?”). Tanto più che FI è intenzionata a farla passare come una marcia indietro per rafforzare la pressione (o OPA che dir si voglia) sugli incerti di quel partito.
Ecco allora la tentazione di “fare gli stupidi” ventilando ugualmente l'o.d.g. per un futuro di là da venire. Andiamo avanti così, nell'incertezza, un'intervista via l'altra come paventato da Civati, per approvare (quando sarà) la legge delega. Intanto il can can mediatico sarà servito (spera qualcuno) per accontentare Bruxelles mentre va in discussione, tirata fuori dal cilindro, la legge di stabilità.
Insomma, il funambolismo appare sempre più un esercizio ad alto rischio. Se si avesse chiaro il quadro e la direzione di marcia entro cui collocare la riforma del lavoro, la soluzione sarebbe semplice (e democratica). Si tirerebbero fuori dalla legge delega i punti di merito su cui è urgente intervenire e si andrebbe in chiaro, con il Parlamento e con il Paese.
Ma salterebbero i patti palesi (le larghe intese) e quelli “secretati” (Nazareno). Salterebbe il quadro politico. E si cambierebbe (davvero). Servirebbero coraggio e autorevolezza (politica).

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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