Passa ai contenuti principali

Dopo la Direzione PD sul lavoro

Proviamo a metterci nei panni di uno di quelli (sembra siano stati tanti) che hnno seguito in streaming la Direzione del PD. A parte gli interventi, più o meno graditi, quale può essere stata la reazione al momento finale? Non dico al risultato del voto (non credo siano rimasti sorpresi in molti) ma al suo significato. Sarà stato possibile raccapezzarsi?
Vediamo.
Il documento finale approva la relazione di Renzi. Che aveva spaziato come temi e come toni, dipinto scenari e tratteggiato orizzonti, esprimendo opzioni di valore e scelte di campo. Ma solo qua e là si è spinto a frasi più nette, di taglio operativo. Non ha certo costruito un'ipotesi di riforma del lavoro strutturata, dettagliata, comprensibile e immediatamente traducibile in atto di legge. Nè lo ha fatto in conclusione.
Dopo di che sono elencati pochi punti di merito su cui ci si doveva esprimere con il voto (un voto d'assieme, una volta respinta la proposta di votare per parti, invero poco comprensibile). Questi:
  • rete più estesa di ammortizzatori sociali rivolta in particolare ai lavoratori precari, con una garanzia dil reddito per i disoccupati proporzionale alla loro anzianità contributiva e con chiare regole di condizionalità conferendo risorse aggiuntive a partire dal 2015
  • riduzione delle forme contrattuali, a partire dall’unicum italiano dei co.co.pro., favorendo la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti, nella salvaguardia dei veri rapporti di collaborazione dettati da esigenze dei lavoratori o dalla natura della loro attività professionale
  • servizi per l’impiego volti all’interesse nazionale invece che alle consorterie territoriali, integrando operatori pubblici, privati e del terzo settore
  • disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca l’incertezza e la discrezionalità di un procedimento giudiziario con la chiarezza di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità, abolendo la possibilità del reintegro. Il diritto al reintegro viene mantenuto per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie.
Ora, una domanda può venire in mente sui primi tre punti, che sembrano corrispondere a richieste avanzate anche da quelli che hanno votato contro e, in particolare, contenute nel documento dell'associazione “E' possibile” (area Civati, da cui provengono la maggior parte dei voti contrari). Se fosse così, perché votare contro?
E sull'articolo 18, cosa cambia davvero se resta in piedi la nullità (con reintegrazione) per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari la cui motivazione si rivela insussistente? Se davvero non cambia (quasi) nulla, perché votare contro?
La risposta è importante. Civati ha spiegato sul suo blog, con grande chiarezza e in termini sintetici, il senso del voto contrario. Merita comunque di essere approfondita per evitare in ogni modo che i motivi del dissenso finiscono sopraffatti dalle descrizioni dei calcoli di schieramento e delle trame dei protagonisti della vita politica. Perché è nella risposta a queste due domande, non nelle evoluzioni del gioco politico, che sta lo sviluppo futuro di questa vicenda. Sia quanto alle conseguenze che potrà avere sulla vita interna del PD che quanto alla stabilità del quadro politico del nostro paese. Per chi avesse la pazienza e la curiosità di andare più a fondo, ecco allora qualche ulteriore risposta a quelle due domande.
1) Sui primi tre punti del documento.
Quanto agli ammortizzatori sociali per il lavoratori precari, non sono una novità: li prevede la delega ma esistono già per alcuni aspetti (tra cui maternità e disoccupazione) dai tempi del Prodi2 e poi della Fornero. Si tratterebbe perciò di un'estensione: della platea (altri tipi di contratti precari), della misura del sussidio, dei rischi coperti (a partire dalla disoccupazione). Si pone però il problema delle risorse, che saranno definite solo con la prossima legge di stabilità. In ogni caso non si dà risposta all'esigenza fondamentale, cui vanno indirizzate tutte le risorse disponibili: estendere il sussidio a tutti i maggiorenni, privi di reddito, in stato di disoccupazione, cioè alla ricerca attiva di un lavoro: questo del resto proponeva (reddito minimo garantito) la mozione congressuale di Civati.
La riduzione delle forme contrattuali è evidentemente cosa ben diversa dall’unicità del contratto di ingresso a tutele crescenti. L'abrogazione dei rapporti di collaborazione viene presentata come un atto rivoluzionario, ma non lo è. Innanzi tutto perché contraddetta dalla classica formuletta della “salvaguardia”, beninteso, di quelli “veri” (aggettivo-spia). Il riferimento poi alle esigenze dei lavoratori è perfino un po' offensivo. Più in generale, perché la prova del nove doveva essere l'abrogazione del tempo determinato “à la Poletti” quello senza causali e reiterabile per tre anni. Altrimenti si aggiungono altri tre anni di limbo alla piaga della precarietà, quando l'anomalia del mercato del lavoro italiano (non è la sinistra barricadera a dirlo ma perfino l'OCSE) è quella che i tecnici chiamano la “trappola della precarietà”: un seguito di contratti temporanei che, da passaggi transitori nella fase di ingresso al lavoro, si trasformano in status prolungato, per anni e anni.
Sui servizi per l'impiego da tempo (la riforma è del '98) si doveva provvedere. Nei primi mesi di vita del governo Renzi non si è mosso assolutamente nulla. E sì che per la maggior parte si tratta di atti amministrativi. Si muovono le Regioni, non come sistema ma in ordine sparso. Insomma, è una promessa e niente altro. Se almeno, toccando il tema dei servizi attivi, si spendesse una parola per la formazione, che doveva rappresentare il primo investimento cui richiamare gli imprenditori, la grande scommessa per l'intervento publico? Nossignori, non se ne parla: piuttosto, “demansionare”.
Non si è trattato dunque di pretendere “ben altro” (anche se i punti mancanti non sono pochi) ma di volere davvero quello che vien fatto balenare come promessa allettante ma non ha alcuna credibilità e non risponde a nessun disegno organico. Spunti isolati, a macchia di leopardo (in inglese si dice spot, senza offesa), che non muovono né cambiano un bel niente.
2) Quanto all'articolo 18 siamo al pasticcio degli equivoci. Qualcuno infine si è accorto che da due anni il reintegro (obbligatorio) esiste solo per i licenziamenti discriminatori. E' poi una possibilità che il giudice può valutare (discrezionalmente) nel caso in cui non sussistano i motivi dichiarati come “giusta causa”, che possono essere disciplinari ovvero economici. Qui alla fine, stando al testo un po' esoterico del documento, dovrebbe stare la modifica. Se l'imprenditore dichiara un motivo economico, e il giudice lo riconosce inesistente è obbligato a risarcire e non può reintegrare. Questo significa la frase che Renzi ha spesso usato di recente, “togliere la decisione dalle mani del giudice”. Senonché il giudice deve appurare se dietro la mancanza di giustificazione si nasconda una discriminazione: la prova è “al contrario” (diabolica, secondo i giuristi) e richiede così al giudice uno sforzo in più per acquisire gli elementi necessari a decidere secondo coscienza.
In conclusione: si depotenzia il deterrente dell'articolo 18 ma non si snellisce il lavoro dei giudici (primo argomento che si rivela infondato); la cosiddetta “apertura alla minoranza”, ossia lasciare in piedi una delle due fattispecie (la mancanza di motivazione disciplinare) è inconsistente: per l'imprenditore, un solo motivo da addurre per non correre il rischio dell'annullamento (in questo caso quello economico) è più che sufficiente. Poter scegliere tra due è un lusso superfluo.
Per questo risultato si è battuto con accanimento il premier-segretario. Potrebbe bastare, insieme con l'evanescenza degli altri punti, a motivare il dissenso.
Ma la questione politica, detto tutto questo, non è ancora chiarita in tutto il suo spessore. Perché dobbiamo chiederci quale sia il cambiamento che si realizza con questa riforma.
Non si estendono le tutele (se non in misura risibile per estensione e quantità), non si disbosca il precariato, non si investe sul potenziamento del fattore umano, si aumenta il potere di ricatto della parte imprenditoriale (che non sarà il caso di chiamare padronato, che sa di altri tempi e fa offendere Poletti, ma è pur sempre una parte, non meno dei dipendenti) in modo da deprimere ancor più i salari. Che c'è di nuovo rispetto alla politica che va avanti dal 2001 (con la parentesi troppo breve di Prodi)? E perché dovrebbe finalmente dare i risultati che non ha dato finora?
La risposta non può essere che finalmente i sindacati saranno chiamati a pentirsi dei loro peccati e la sinistra del PD ridotta a bitume. O che i casi di reintegro scenderanno da 3000 a 1500 e i salari scenderanno ancora. Soprattutto, non può essere la risposta del segretario del PD.
Gli spettatori attenti potrebbero perciò domandarsi, dopo la Direzione, se il Paese si sta mettendo alle spalle la politica della destra o se è passata l'idea che non ce ne possa essere nessun'altra. Se la destra tedesca ultraliberista ha trovato in Italia un fiero oppositore o un docile esecutore.

Matteo Renzi si è proposto alla guida del Paese per condurlo fuori dalla crisi in base alla prima opzione, in entrambi i casi. Deve sapere che se la lascerà cadere ci sono milioni di persone che non ci hanno rinunciato. E sapranno sempre trovare qualcuno in grado di interpretarla e guidarla. 

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…