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Sulla riforma del lavoro si dovrà scegliere


C'è una sindrome che attanaglia quella che fu un tempo la sinistra (nel PD e nella CGIL). E' quella della non-vittoria (ricordate? anche se vinceremo ci comporteremo come se avessimo il 49%), non riuscire a tagliare il filo di lana (sindrome Dorando Pietri). Vorrei ma non posso, ci credo ma non ci credo. Massimo risultato, la riduzione del danno. Il compromesso come antidoto al dover scegliere.

Sulla riforma del lavoro, scegliere si deve. O si continua sulla strada di Sacconi e Brunetta, precarizzando e svalorizzando il lavoro per inseguire la concorrenza dei paesi emergenti, o si cambia. Cambiare significa promuovere l'innovazione, la creatività, la non replicabilità; investire, perciò, sulla qualità, sulle persone, scrivere regole che promuovano la partecipazione anziché la sottomissione. Non sono due vie conciliabili, sono alternative.

Invece si va alla ricerca disperata di una mediazione. E la disperazione prende il sopravvento.
Si minaccia di passare dalla tutela reale (nullità e reintegro) al risarcimento anche in caso di licenziamento discriminatorio? Vediamo, forse si può distinguere tra le discriminazioni. Che vuol dire? Se hai la pelle nera ti reintegro e se sei al secondo mese di gravidanza ti risarcisco? E a quante settimane di gravidanza scatta il reintegro? Se sei musulmano ti reintegro ma se al ritorno dal viaggio di nozze trovi la sorpresa ti risarcisco?
Oppure. Si aggiunge un contratto a tutele crescenti alla pletora di contratti precari? Invece di abolire il Poletti a termine e il Sacconi a voucher, l'accessorio, la chiamata, lo staff leasing e via elencando fino ai para-subordinati (cocopro, cococo) e ai finti autonomi, vediamo cosa si può fare per trovare un accordo. Che vuol dire? Mediamo sulla durata del periodo a tutele ridotte? Sugli incentivi che scattano il giorno della stabilizzazione, se mai dovesse arrivare?

Così facendo, l'accusa di voler restare fermi e di ostacolare il cambiamento ha gioco facile. Perché si sta al gioco del cambiamento senza colore, cambiare come valore in sé.

Non ci vorrebbe molto invece a uscire dal gioco. A dire che si deve proprio cambiare, invertire senso di marcia. Abbandonare la politica con cui il centrodestra ci ha portato in questa situazione, di recessione e povertà, di aumento delle disuguaglianze e perdita di competitività. Che non ci stiamo a andare avanti con gli errori del passato, perché vogliamo bene al Paese, prima ancora che alla nostra storia. Che è comunque una storia che deve, sì, meritare rispetto per il suo passato ma soprattutto attirare consenso per il futuro che costruisce. Ossia, per ciò che distingue la sinistra dalla destra.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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