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La riforma del lavoro è urgente ... ma stiamo sereni!

La riforma del lavoro è molto importante. Ma non sembra affatto urgente. Torno sull'argomento, mentre altri tre mesi sono passati invano: non possiamo permetterci un simile spreco di tempo.

Nel frattempo, per il governo italiano è diventata una questione di vita o di morte la disponibilità dell'Unione Europea a concedere più tempo per il percorso verso l'equilibrio dei conti disegnato nel Fiscal Compact e nel Six Pack. 
Ed è assodato che quel che si riuscirà a strappare è strettamente condizionato alla capacità di realizzare (non solo promettere, ma realizzare) almeno le più urgenti tra le riforme strutturali. E sappiamo che per l'UE, in tutte le sue varie articolazioni istituzionali, quella del lavoro è la prima nella lista delle priorità. Perché allora si è tornati al “passo dopo passo” di lettiana memoria proprio in questa materia? Perché annunciare, con toni che sembrano addirittura trionfali, che sarà operativa verso la fine del 2015? Incomprensibile, no?
Anche Letta si aspettava di essere giudicato nel 2018. Ma la società italiana non poteva restare immobile, in attesa, così a lungo. C'è bisogno di riforme ora, non domani. Questo diceva, arrivando a Palazzo Chigi, l'uomo della velocità, dei tempi rapidi...

Cerchiamo dunque una spiegazione.
Da più parti si sollevano riserve per l'interpretazione che, della riforma, si dà nei palazzi di Bruxelles. Appare centrata sulla versione tedesca e condizionata dai dogmi del pensiero liberista monetarista. E, si dice, non si può procedere a una riforma che non si condivide. Ma, stando ai trattati, l'interpretazione dovrebbe variare a seconda dei contesti nazionali: saranno i paesi membri a decidere come procedere, l'UE non può andare oltre gli ammonimenti e, in seguito, i giudizi sugli effetti. Di questi, ossia delle conseguenze delle loro decisioni, i singoli Stati porteranno la responsabilità dovendo sottostare all'onere della prova. Ma, quale che sia l'interpretazione dominante nelle istituzioni sovranazionali, quegli ammonimenti non possono essere presi a pretesto per non agire nel caso non siano condivisi (in tutto o in parte).
Allora ciò che ci si deve domandare è, piuttosto, se esiste una visione condivisa della riforma in seno alla maggioranza. Un'interpretazione su cui il governo possa attestarsi, tale cioè da godere dell'appoggio della maggioranza parlamentare che lo sostiene così da poter contare su una sua approvazione spedita.

Se si vuole fare un'operazione di chiarezza occorre partire da qui. Questa è la condizione preliminare che non è affatto data. Così la riforma, per quanto importante in assoluto, finisce per essere misurata in base alle conseguenze che, scegliendo in un verso o nell'altro, si possono determinare sulla tenuta della maggioranza.
E' evidente che questa banale verità può essere molto scomoda quando si deve avallare l'idea che si procederà speditamente sulla strada delle riforme. E' per questo che si sta tentando di dare a credere che un'intesa sia possibile, attraverso un'operazione sistematica di rimozione dello scontro politico che ha segnato gli anni dal 1999 ad oggi: intendo, dal momento in cui la destra si è messa all'opera per costruire un'ipotesi di riforma alternativa a quella fin lì elaborata dal centro-sinistra e poi, vinte le elezioni nel 2001, per realizzarla in Parlamento. Come se fosse roba del passato, da archiviare. Come se si fosse celebrata solo una stanca, rituale dialettica parlamentare su bandierine ideologiche e non uno confronto aspro su uno dei capisaldi di qualsiasi programma politico. Come se non fosse, ancora e in modo sempre più incombente, il vero nodo da sciogliere per uscire dal gorgo della crisi.


Lasciando da parte gli espedienti retorici, basterebbe domandarsi se davvero i cambiamenti rilevanti che abbiamo registrato nell'andamento delle variabili più importanti (occupazione, disoccupazione giovanile, orari, redditi da lavoro, sia pro-capite che come quota parte della ricchezza nazionale) siano stati solo l'effetto di fattori esterni senza alcun nesso con il cambiamento di rotta imposto dalla destra alle politiche del lavoro: un frutto del caso. Se davvero l'andamento negativo dei fondamentali dell'economia (prodotto nazionale e produttività totale dei fattori) non abbia nulla a che vedere con l'andamento di quelle variabili. Se si può davvero sostenere, come fa la destra nell'estremo tentativo di difendere quella politica, che, se un nesso esiste, non è con le politiche che hanno portato avanti ma con quella (minima) parte dei loro programmi che la sinistra ha avuto la forza ostacolare (ossia, libertà di licenziamento senza nemmeno i vincoli elementari rimasti in vigore). Perché un conto è concedere alla destra, doverosamente come democrazia insegna, di manifestare questa convinzione, indimostrata e indimostrabile ma purtuttavia politicamente insindacabile. Ma non si può, in nome dell'intangibilità di un quadro politico scaturito da una contingenza irripetibile, fuori dal quadro democratico ordinario, arrivare ad umiliare e svilire il confronto politico censurando le proprie idee e il patrimonio,culturale e perfino scientifico, di cui sono figlie. Un patrimonio che forse oggi è più solido fuori dai nostri confini che nella sinistra italiana per come sono andate le cose finora, ma è pur sempre piantato su radici storiche cui si deve grande rispetto.

Se ci si chiede quale sia la proposta di riforma alternativa, di cui l'opera di rimozione può aver offuscato il ricordo, non serve andare molto lontano nel tempo, basta risalire ai documenti prodotti dal PD (non dalla sinistra radicale o da movimenti “né-né”) non più di tre anni fa (Conferenza sul lavoro di Genova) o richiamare i punti salienti ripresi nel documento programmatico di Italia Bene Comune su cui si sono candidati e sono stati eletti gli attuali parlamentari del PD.

Senza eufemismi, senza autocensure dettate da un malinteso vincolo di coalizione, diciamo allora che il cammino compiuto fin qui è stato penoso. Che il decreto Poletti è stato una incomprensibile concessione alla destra (sia pure su aspetti marginali, ma senza neppure l'attenuante di una qualche contropartita) e che il disegno di legge delega è incomprensibile e basta. Destinato sin dall'inizio a un binario morto, con il rischio tuttavia che se ne estrapolino elementi parziali, magari secondari, di nuovo, ma sempre ben riconoscibili quanto alla cultura che li ispira e agli interessi che esprimono.

Sarebbe augurabile che la sinistra (di cui il PD è perno centrale in Italia e in Europa) dimostrasse il coraggio necessario a cambiare direzione. Il coraggio, soprattutto, di credere nelle proprie idee.
Perché non si può accantonare un tema come quello del lavoro in nome di un'intesa politica come quella (senza un'anima e senza un programma) su cui oggi si regge il governo. Fosse anche (la sostanza non cambia) per non dover fare ulteriori concessioni.
Non è la destra che fa la destra a dover preoccupare. E' il serpeggiare di questi sentimenti nella sinistra che getta un'ombra sul futuro. Non è ammissibile che esponenti di primo piano del PD, per sminuire l'importanza e l'urgenza della riforma del lavoro, si rifugino nel ritornello che non è da quella che nascono posti di lavoro ma dalla voglia degli imprenditori di investire. Come se fosse la stessa cosa investire sulla borsa, sui prodotti finanziari, o sul lavoro; in Italia o all'estero; su una postazione di call center, sull'infilare volantini sotto i tergicristalli, ovvero sul progetto di un prototipo di robot per una sala operatoria.
Di questo si tratta, con la riforma del lavoro. Di scegliere se imboccare un'altra strada e investire sul valore del lavoro anziché sul suo impoverimento.
Non farla, o aggiungere un'altra forma di contratto (chiamandolo pure, con scarso rispetto per la dignità dei destinatari potenziali, “a tutele crescenti”) al vasto menù della precarietà, non cambia granché, indipendentemente dai tempi. Per non dire dell'ultima trovata, l'overkilling, evocare il “modello tedesco” dei minijob come se se ne potessero creare di ancora più mini di quelli che già imperversano in Italia. Tutto questo significa proseguire sulla strada della destra, continuare ad accanirsi sul lavoro, a svalorizzarlo e impoverirlo, nel reddito e nei suoi contenuti. Significa eludere la necessità e l'urgenza di una riforma che vada davvero nel verso contrario.

Nossignori, non riesco a trovare nessuna giustificazione. Non c'è realpolitik che tenga. Non ho nulla contro chi cambia idea (si dice possa essere segno di intelligenza). Ma tradire le proprie idee...

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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