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Scollinare. Va bene, e poi?

La riforma del Senato ha scollinato. Lo dice Matteo Renzi e c'è da credergli. Anzi, c'è da sperarlo.
Nessuno più dei suoi critici (rosiconi, gufi, professoroni, frenatori, a cui mi associo toto corde) ha motivo di sperarlo.
Il treno della riforma del Senato ha scollinato
Perché una riforma del Senato che accentua la subalternità (all'esecutivo) della funzione di rappresentanza (potere legislativo), esercitata non in virtù di una scelta dei cittadini ma come premio di fedeltà, è destinata a far danno al Paese (con molta probabilità): ma il prolungarsi di una “singolar tenzone”, attorno a una bandiera più che a un problema incombente, di danni ne ha già recati ed altri ancora ne recherebbe (senza alcun dubbio).

Non che non sia possibile che il tempo dia torto ai critici.
In una sorta di eterogenesi dei fini, il consesso dei “grandi elettori” potrebbe decidere di destinare al seggio senatoriale i migliori: i più disinteressati (consiglieri regionali che non ambiscono alle prebende spettanti a presidenti di commissioni, assessori, capigruppo) o i più stakanovisti (tra i sindaci) e che costoro rinunceranno ad ogni impegno ulteriore in Regione e in Comune per svolgere al meglio (e con maggiori sacrifici personali, non retribuiti) la funzione di Alta Rappresentanza. Ma quando i gufi insinuano che viceversa il Senato potrebbe risultare il ritrovo, piuttosto, dei Fiorito, delle Minetti, dei Trota, a metà tra il souk e il bordello, potrebbero peccare ma pigliarci, Andreotti docens.
E potrà succedere, perché no?, che nella rappresentanza degli enti territoriali i senatori così prescelti prendano le distanze dagli interessi di chi li ha scelti e sappiano davvero “compensarli” con l'interesse generale dello Stato nazionale. Ma in caso contrario, in assenza di un re Salomone, nessuno potrà garantire che il bambino non sia affidato alla madre sbagliata.

In ogni caso, in base al principio di maggioranza (tralascio la questione se vi siano state forzature regolamentari essendo in discussione la Costituzione) le tesi dei critici sono state respinte. Non sconfitte, con buona pace di chi lo dice, con soave leggerezza. Perché domani le valuterà l'elettorato, ma soprattutto perché della loro giustezza si giudicherà alla prova dei fatti. E se mai si dovessero misurare danni, in un futuro non molto lontano, si potrà solo dire che anche le maggioranze possono sbagliare.
La vera consolazione, per chi prevede danni futuri, sta nel fatto che chi verrà dopo – quando Renzi girerà il mondo tenendo conferenze a 500.000 euro (lui ci scherza su, ma chissà...) – avrà a disposizione una soluzione non molto complicata per evitarli. Basterà compiere, semplicemente e senza troppe lungaggini, un passaggio de plano verso il monocameralismo perfetto. Con i dovuti bilanciamenti, perché risulti indolore e incruento, ma una simile, ragionevole soluzione non faticherebbe a imporsi.

Si archivi dunque, correggendo almeno le storture più clamorose, la pratica-Senato. Purché, chiusa la partita, si passi realmente ad altro, ai temi cruciali. Dall'Europa al lavoro, passando per la prova del fuoco che ci attende, in materia di economia, con il DEF imminente.
Quanto all'Europa, come non dare ragione a Andrea Manzella che parla di un semestre di presidenza che sembra aver esaurito il suo interesse dopo un solo mese? Si risolve tutto nell'ennesima disfida, su Mrs. Pesc? Abbiamo qualcosa da dire a Mr. Juncker e ai capi di governo sul futuro del continente, sulle misure che, al di là degli slogan, possono davvero dare il segno di una svolta rispetto alla politica di austerità? E quale svolta è immaginabile se non si inverte la tendenza attuale, al ritorno dell'Europa intergovernativa e all'esasperazione degli squilibri economico-sociali, e non si riprende il cammino dell'unità politica?
Se abbiamo qualcosa da dire la teniamo gelosamente custodita. Le maratone oratorie e le citazioni classiche non lasciano traccia, a maggior ragione se tutto lascia intendere ai nostri interlocutori che la nostra ambizione, più che di cambiare l'Europa, sia quella di ottenere un po' di flessibilità per alleggerire il peso dell'inevitabile manovra correttiva. Quando dovremmo piuttosto, avendo il potere di fissare l'agenda, sollevare i temi dell'armonizzazione delle politiche fiscali, dell'Unione bancaria, della creazione di un Fondo solidale per una quota di debito comune a tutti gli stati dell'Eurozona e di un Fondo strutturale straordinario di almeno mezzo trilione di euro per progetti di rilancio dell'occupazione. Non utopiche fantasie ma temi in agenda ormai da qualche anno che, alla luce dell'evoluzione della crisi e dei segnali di allarme pervenuti dalle elezioni europee, sarebbero maturi, finalmente, per prendere corpo. Ma hanno bisogno dell'impulso politico decisivo. Quello che ci si poteva aspettare venisse dall'Italia, dopo la larga vittoria del partito della sinistra, in accordo con la Francia socialista e con lo schieramento dei progressisti europei.
Quanto poi all'economia e al lavoro, per quanto potremo ancora stare a guardare? Il nostro sistema produttivo, si sa, in troppe sue parti è invecchiato, frammentato, in ritardo sul mercato mondiale. Non è solo colpa della politica, ma certamente non è venuto dalla politica nessun aiuto perché si ammodernasse scommettendo sull'innovazione e sui saperi, perché si aprisse in un mercato più trasparente, più competitivo, meno corrotto.
Unico indirizzo, unico messaggio, trasmesso da una politica del lavoro di cui non si vede la fine: abbattere la quota di reddito destinata ai salari. Si continua così ad andare nello stesso verso, sbagliato, come con il decreto Poletti. Oppure non si va da nessuna parte. Il Jobsact è impantanato, l'ultimo bollettino del Ministro lo dà in arrivo per la metà del 2015, ossia esecutivo (dopo i decreti delegati che devono riempirlo di contenuti) a metà 2016. Tra ventiquattro mesi!

Sempre che, come paventavo nell'ultimo post, scollinare il Senato, anziché dare impulso a un cambio di passo, non serva a creare le condizioni per una prova elettorale vincente. Non lo si dice per gufare ma, al contrario, per un rito scaramantico, per fare gli scongiuri.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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