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Articolo 18. Ritornano sul luogo del delitto

Non contenti di aver inferto con le loro politiche un colpo mortale al lavoro nel nostro paese, gli artefici di questa politica fallimentare tornano sul luogo del delitto. Annunciano perfino la data (il 29 agosto) in cui piazzeranno il loro colpo: abolizione dell'articolo 18.

Al sodalizio Alfano Sacconi è andata male una dozzina di anni fa, quando Berlusconi era al 63% dei consensi, ma fiutano che potrebbe essere di nuovo il momento giusto. In ogni caso, approfittano per farne il tratto distintivo della loro identità politica in questa maggioranza larga, variabile e proteiforme. I tre comandamenti di questa ennesima intervista di Alfano, come ho già avuto modo di dire commentando la precedente (praticamente identica) si riducono in effetti a quello soltanto, essendo gli altri due (pagamento dei debiti arretrati della PA e “sferzata” anti-burocratica) già alle spalle (almeno sulla carta).
Potevano pensarci, si potrebbe dire, al momento del varo del decreto Poletti e della riforma lavoro (Jobsact), ma vuoi mettere l'impatto mediatico di un'intervista a Ferragosto quando i giornalisti vanno a caccia di code in autostrada e scontrini folli nei bar per riempire le pagine dei quotidiani!

Questa è la destra che siede stabilmente in maggioranza. La stessa che ci ha regalato leggi come la n.40 (fecondazione eterologa) o la n. 148 con il famigerato articolo 8 (contratti “di prossimità” autorizzati a non rispettare le leggi sul lavoro), per dire solo le prime che vengono in mente, esempi che non sfigurano nel confronto con le leggi ad personam dell'ex Cav. La stessa che non si fa scrupoli di usare termini razzisti doc (rilanciandoli su Twitter, per chi non avesse colto), forse per festeggiare la concomitante elezione di uno come loro alla guida del calcio italiano.

Stavolta però Alfano modera i toni: cominciamo con l'abolizione per i nuovi assunti, dice. Notevole. Dopo aver liberalizzato del tutto il ricorso al contratto a tempo per i primi tre anni con il decreto Poletti (80.000 posti di lavoro in meno, secchi, nel mese successivo alla sua entrata in vigore, 175.000 in meno rispetto all'aprile 2013), adesso bisogna dar modo di licenziare liberamente anche dopo (quelli che alla fine dei tre anni riescono a restare al loro posto).
E' una politica che dura da dodici anni. La resistenza vincente sul “totem” dell'articolo 18, si deve ammettere, non ha impedito l'ondata di precarizzazione, che ha significato anche svalorizzazione del contenuto del lavoro e della sua funzione sociale. Ma almeno è stato preservato un fondamento di civiltà in un pezzo del sistema produttivo. E non sarà certo un caso se quel “quarto capitalismo” che ha retto nella crisi e si è affermato sul mercato mondiale, non si è mai posto il problema della libertà di licenziamento quanto piuttosto quello di non perdere per strada i “campioni fatti in casa”.
Quelle imprese, oltre tutto, senza preoccuparsi dell'articolo 18 sono riuscite a crescere, tant'è vero che sono collocate più o meno tutte nella dimensione media, comunque oltre i 50 addetti.

Questo concetto va affermato con chiarezza, perché ora è l'argomento della crescita che viene portato a sostegno del revival dell'articolo 18. Come se davvero fosse il licenziamento libero, anziché il potere di ricatto consentito dai contratti “anomali” (precari) resi legittimi dal 2003, a muovere le imprese del capitalismo marginale, corteggiate dalla nostra destra (ma anche da non pochi esponenti della burocrazia di sinistra). Quelle imprese, invero, si sono fatte scudo dell'articolo 18 per giustificare la scelta di rimanere nane, quanto alla dimensione regolare, emersa, domestica (mentre tra rapporti precari, o in nero, o all'estero hanno potuto raggiungere ben altre dimensioni).
Oltre tutto la questione degli ostacoli alla crescita era stata già accantonata a suo tempo, quando si discuteva la riforma del lavoro di Sacconi, in base alle ricerche che l'ISAE (l'istituto di ricerche del Ministero dell'Economia) aveva condotto, con estremo rigore scientifico, sull'argomento(1). Ma tant'è, chissenefrega delle evidenze statistiche se c'è da lanciare una nuova guerra di religione a sostegno del capitalismo di rapina che imperversa nel nostro paese, ai margini del mercato e della legge (con non poche contiguità e sovrapposizioni con l'economia criminale).

Potremmo archiviare anche questo replay di intervista come un marcare il territorio senza conseguenze pratiche. Non fosse che, mi scuso per essere ripetitivo, sulla politica del lavoro espressa finora da questo governo (nel decreto già in vigore e nella legge delega in discussione) l'impronta della destra, ossia la continuità con la politica di Maroni e Sacconi, è incontestabile. E che da parte del premier e del Ministro del Lavoro non ne viene proposta, neppure a pezzi e bocconi, o in slide, o in tweet, una qualunque altra. Anzi, si spara la creazione di centomila posti di lavoro per dire della bontà della politica che si sta seguendo.
Non volendo credere che si raccontino bugie agli scout, deve trattarsi di un colpo di sole ferragostano, o più probabilmente del suggerimento di qualcuno che ha scoperto che tra aprile e giugno gli occupati sono cresciuti di 83.000 unità. Peccato che, se di questo si tratta, non si sia accorto che (vedi sopra) aprile aveva fatto segnare un calo di 85.000 occupati sul mese di marzo, tanto per salutare il primo mese di vita del decreto Poletti, e che ci sono voluti due mesi, con l'aiuto dell'estate, per recuperare quel tonfo.
Di cifre sull'occupazione sarebbe consigliabile che il governo tacesse. Anche perché nonostante la sbandierata priorità ai giovani e i successi vantati sul progetto europeo “Garanzia Giovani” (che in realtà garantisce solo l'apparato dei centri attuatori senza che ai destinatari arrivi alcun beneficio tangibile) a giugno si è toccato il minimo storico di occupati under 24 (la fascia cui è rivolto il progetto europeo). Sarà che si tratta di un progetto fortemente voluto dal predecessore, Letta …

Insomma, senza cedere al panico, c'è però da tenere gli occhi aperti. E magari, visto che Alfano chiede di inserire nello Sblocca-Italia di fine agosto una norma sul lavoro, si potrebbe approfittarne per fare qualcosa di positivo. Come un sussidio a chi cerca lavoro (se non vogliamo chiamarlo reddito minimo) o il contratto unico, dando per ampiamente fallito l'esperimento del decreto Poletti alla luce dell'ulteriore calo di occupati stabili.
Non sto fantasticando. Lo considero il minimo che si possa pretendere da un partito come il PD, che aderisce all'Internazionale Socialista.

(1) ISAE Istituto di Studi e Analisi Economica, REGOLAZIONE DEL MERCATO DEL LAVORO E CRESCITA DIMENSIONALE DELLE IMPRESE: UNA VERIFICA SULL’EFFETTO SOGLIA DEI 15 DIPENDENTI (di Sergio de Nardis, Massimo Mancini, Carmine Pappalardo), Roma, 11/03. Lo studio arriva a quantificare, in base all'applicazione di sofisticati metodi statistici, il possibile effetto soglia dovuto alla regolazione relativa ai licenziamenti, in un range compreso tra l'1,5% e il 5%

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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