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Europa e riforme. Senza inganni

Ho dedicato l'ultimo post al tema dell'uso massiccio delle cosiddette “armi di distrazione di massa” nel nostro paese, prendendo spunto dal modo con cui è stata trattata, più o meno in tutti gli organi di informazione, la sentenza di appello del Rubigate.
Al di là di questo esempio, il tema si ripropone più in generale per una serie di questioni di peso politico anche maggiore. Tanto più se ci confrontiamo con il mondo intorno a noi, come mi sono trovato a fare nel corso di un viaggio compiuto nei giorni scorsi, nei cinque paesi fondatori, con l'Italia, dell'Unione Europea.

Premetto che l'impressione più forte che ho tratto, dallo sguardo gettato nella realtà di questi paesi, è la stessa descritta dagli osservatori che se ne sono occupati, rivelata del resto dall'esito delle elezioni europee: una notevole caduta di tensione sull'obiettivo della costruzione dell'Europa (quella di Ventotene, per capirci senza farla troppo lunga).
Ma andando oltre questa constatazione, che accomuna i paesi che dell'Europa dovrebbero essere il motore principale, ciò che più colpisce è la distanza crescente, giunta a un livello che definirei quasi abissale, tra l'Italia e gli altri.

Si sta creando una frattura Nord Sud che attraversa non solo i paesi fondatori ma tutta l'Unione a 27 e che, in particolare nell'area Euro, non nasce spontaneamente ma è alimentata da forze potenti che lavorano per scindere in due l'attuale Unione Monetaria e archiviare ogni velleità di unione politica.
La Francia è l'obiettivo centrale di questa offensiva. Ma il fatto che l'Italia abbia perso contatto in modo così evidente con gli altri paesi guida (e che anche per questo non possa più rappresentare una sponda valida, per una sinistra francese in enorme difficoltà) rende quell'offensiva particolarmente dura ed efficace. Che la sinistra italiana abbia superato il 40% non pesa assolutamente niente in questo scontro quando la nostra economia è allo stremo e il nostro modello di società viene visto come un polo negativo, da cui differenziarsi.

Il nostro premier ce la mette tutta per dare del nostro Paese un'immagine positiva, dinamica, attraente, ma la realtà dei fatti lo smentisce. Paradossalmente, anzi, il suo punto di forza interno, la capacità di utilizzare al meglio il gioco dello sviamento nel sistema della comunicazione, finisce per essere il suo tallone d'Achille nella dinamica, cruda, dura come un blocco di marmo, dei rapporti tra i partner europei alle prese con il mondo globalizzato. Ha ragione da vendere Renzi a evocare lo spirito dei padri fondatori, a chiedere uno sguardo verso il futuro più alto dell'orizzonte miope degli egoismi nazionali: ma non ha la forza di imporre le sue ragioni e, quel che è peggio, non è consapevole della fragilità delle sue basi.

E' anche per questo che, per tornare sul tema del post precedente, al ritorno in Italia, il mainframe che mette al centro il futuro di Berlusconi dopo l'ultima puntata del Rubigate provoca, più che sconforto, vera e propria indignazione.
Ma come? Si deve o no rimettere in moto l'economia cambiando verso a una politica fallimentare? Una politica che, in materia di lavoro, ha premiato l'imprenditoria incapace e minato le basi della coesione sociale; che, in materia di legalità e di fisco (altro che “compliance”) ha premiato i disonesti e arricchito la criminalità organizzata; che in materia di semplificazione e liberalizzazione ha scaricato sulle spalle del lavoro dipendente e dell'imprenditoria capace (e perciò competitiva) il peso del sovvenzionamento di tutte le corporazioni più egoiste, più arcaiche, più inutili e più inefficienti. E' il fallimento di questa politica che dovrebbe essere al centro dell'attenzione, è sulla ricerca di una via alternativa che si dovrebbero esercitare le energie migliori. E invece si parla d'altro. E si cerca di restituire dignità di statista al responsabile primo (che non significa certo unico, intendiamoci!) di quel fallimento.
Il jobsact, che vorrebbe conciliare politiche del lavoro (quelle portate avanti dalle forze che compongono la coalizione di governo) dimostratesi inconciliabili, procede stancamente: ci si esercita sulle incongruenze e gli eccessi che abbondano nelle pieghe della produzione normativa degli ultimi quindici anni, ma appare destinata comunque, per il meccanismo della delega, alle calende greche. Falso in bilancio, autoriciclaggio, misure anti-evasione, vanno e vengono, rischiando ogni giorno di “spiaggiare” nelle secche della paralisi parlamentare, senza che nessuno si lamenti di simili “massi sui binari”. E le uniche corporazioni che sono state messe nel mirino sono quelle del sistema camerale (per quattro quinti autofinanziato) e dei segretari comunali (con centinaia di comuni destinati al dissesto finanziario). Da riformare, non c'è dubbio: ma qui si parla solo di un ceffone dato ai piccoli, sperando di intimorire i grandi e grossi (che invece se la godono).

Colpa della Merkel, che prima si lasciava andare a risolini parlando di Berlusconi e ora tratta Renzi da “bravo ragazzo volenteroso” (mentre dietro ai panzer tedeschi si scavano trincee tra nord e sud Europa)? Raccontiamo pure questa favola sui settimanali di gossip e sulla grande stampa embedded.
Fatto sta che, persa l'Italia, l'Europa rischia di perdere l'anima. Sono in molti, anche fuori d'Italia, a sostenerlo, credo con ragione. Ma se l'Italia non ritrova un'anima l'Italia è persa, Merkel o non Merkel, con le conseguenze che dobbiamo paventare. Chi ne è convinto non può permettersi di voltare la testa dall'altra parte.
Il fatto che fuori d'Italia mi sembra esserci questa consapevolezza nella sinistra più lucida dovrebbe darci forza e farci sperare. A condizione di saldare un legame, di fare fronte comune. Sta succedendo davvero? Non so dire, ma in verità non mi sembra.
E' legittimo dubitarne anche nel campo della sinistra, dove non sempre si coglie una piena consapevolezza della linea di demarcazione che dovrebbe dividerla dal fronte vandeano e ultramontano su cui sta facendo leva l'offensiva dei “poteri forti” del Nord (del mondo) contro un'unità politica dell'Europa fondata sul modello sociale solidaristico, che la doveva caratterizzare e valorizzare nel mondo globalizzato.

D'altra parte è ancor più difficile sostenere che le mosse di Renzi vadano in questa direzione. Può bastare una telefonata al sempre più debole Hollande? L'adesione al PSE poteva essere un passo nella giusta direzione, se si fosse continuato con la massima decisione su quella strada, allargando il campo degli interlocutori e portando nel conflitto in atto tutto il peso di una sinistra politica riunita attorno a un progetto comune per il futuro dell'Europa.

Quello sì, nel semestre di presidenza, poteva essere un atto degno di un leader politico di statura europea. Quello, ben più che le riforme istituzionali promesse. Che poi dovevano ridursi, per dirla tutta, al superamento del bicameralismo perfetto e al ripristino di un sistema elettorale coerente con la Costituzione. Mentre sono diventate una sorta di Campo di Marte in cui misurarsi in tornei cavallereschi e giostre del saracino attorno a bersagli mobili, nelle versioni destinate al vasto pubblico. Ovvero, nelle versioni hard, l'ennesimo tentativo di lucrare benefici “privati” con norme che di riformatore non hanno nulla ma sono uno sfregio alle istituzioni (e alla Costituzione).
Cosicché, mentre si complica il percorso verso il risultato più largamente condiviso (e più importante), per l'appunto il superamento della doppia lettura obbligatoria, si puntano i piedi su quello meno convincente, l'elezione indiretta da parte del ceto politico più screditato del momento. Un consesso assai poco onorevole, a cui verrebbe fornito uno strumento micidiale di pressione sul sistema istituzionale per la difesa del suo “particulare”. Quello che, quando si è manifestato in tutto il suo spessore, ha scandalizzato il paese.


Ecco, entrare davvero, fino in fondo, in un percorso di costruzione della sinistra politica europea potrebbe essere la soluzione. Avendone l'ambizione ma, soprattutto, la convinzione. Ma è quella che manca, è inevitabile constatarlo, nell'attuale vertice del più grande partito della sinistra italiana (e europea, o no?), la cui cultura ha altre radici e altri riferimenti. Nel costatarlo non c'è ostilità. Non è un anatema. E' piuttosto, o deve tornare ad essere, un programma politico. Sovranazionale.

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Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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