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Ancora sulla seconda fase del governo Renzi

Ritorno sul tema del post precedente: quale sarà il profilo politico programmatico della fase 2 del governo Renzi che si aprirà il primo settembre?
Beninteso, sempre che avvenga quanto annunciato dal Presidente del Consiglio presentando alle Camere la linea del Governo per il Semestre europeo: che sia cioè presentato un programma, definito fin nei dettagli, per il triennio che ci separa dalla fine della legislatura.
Chiederò agli amici che mi leggono di accompagnarmi in un percorso che tende a cercare una risposta a quella domanda. Ovvero, a comprendere se, nel caso il programma veda la luce, sarà finalmente marcata una discontinuità rispetto alla linea che ha fin qui prevalso. Perché, se prescindiamo dal “colpo ad effetto” degli 80 euro in busta paga e da qualche segnale inviato attraverso alcune nomine, gli atti di governo si sono collocati nel solco della politica portata avanti dapprima dal governo di centro-destra e quindi, da Monti in poi, da quelli di coalizione con il centro-destra. Quanto meno, su temi cruciali come quello dell'economia, del lavoro, della legalità (alle riforme istituzionali va dedicato un discorso a parte), dei diritti.
Come sta spesso accadendo di questi tempi, porsi queste domande suscita avversione, in particolare se il dubbio viene avanzato dentro il PD. Mi è sembrato perciò opportuno arricchire per quanto possibile le argomentazioni per non dare adito al sospetto di essere mossi da ostilità pregiudiziale.

Le questioni mi sembra siano due: il peso da attribuire ai “segnali”, il grado di novità / discontinuità negli atti di governo. Partirei dai primi.
Quanto ai segnali in materia di legalità, dopo la nomina, unanimemente apprezzata, di Cantone è stata sollevata, dal diretto interessato per primo, la questione dei poteri e degli strumenti. La risposta è venuta dal decreto n.90/14 quanto a poteri e prerogative. Il problema è di verificare se le Amministrazioni cui quei poteri spettavano fin qui (e in gran parte continuano a spettare) assicureranno una stretta cooperazione o si faranno da parte. O, peggio, se si sovrapporranno con il loro operato, creando ostacoli, perché da qui dipende in buona misura se i mezzi saranno adeguati allo scopo: se dovesse remare contro una forte corrente conservatrice la sola Autorità sarebbe sconfitta in partenza. E il rapporto con il corpo, con le strutture portanti della Pubblica Amministrazione è tutto da scoprire e, in attesa del disegno di legge delega (per sua natura non immediatamente operante ma a carattere programmatico), da valutare nella sua forza di impatto.
Indagine sul ventennio
In ogni caso, per rispondere a questa domanda, che si pone anche per le misure adottate nel campo della lotta all'evasione fiscale (dove pure si è registrata una nomina di segno innovativo, alla testa dell'Agenzia delle Entrate) si può riprendere una considerazione di Romano Prodi su un episodio della sua esperienza di governo. Si trova nell'intervista che ha rilasciato di recente a Enrico DeaglioiDopo pochi mesi del mio primo governo il Ministro Visco mi segnalò un improvviso forte aumento degli introiti fiscali senza che avessimo ritoccato le aliquote. Vi era un'unica spiegazione: i contribuenti si stavano convincendo che il governo era serio nella politica di disciplina fiscale e, per giunta, che sarebbe durato nel tempo. Il governo Berlusconi ha rovesciato queste aspettative”.
Ecco, sull'efficacia delle misure adottate in questi campi (lotta all'evasione fiscale e alla varie forme di illegalità in campo economico) si può disquisire a lungo (e si deve prendere atto che finora hanno prestato il fianco a critiche severe e argomentate) ma, ci insegna Prodi, più delle ipotesi avrà valore la percezione che ne avranno gli italiani. Che hanno avuto modo di conoscere bene il centro-destra (e i suoi molti esponenti di governo transitati nel NCD) e hanno anche inquadrato il profilo del premier. Misureremo nel tempo (settimane, non anni) come avranno tirato le somme.

Quanto al lavoro e all'economia, ho avuto modo in altre occasioni di analizzare il decreto Poletti, da poco approvato, e il disegno di legge delega sul lavoro (Jobsact) in discussione al Senato che, pur non potendo raggiungere lo stadio operativo prima del 2016, dovrebbe costituire il biglietto da visita del governo quanto alle annunciate riforme di sistema.
Per il primo il giudizio è stato di stretta continuità con la linea che ha caratterizzato le riforme in materia di lavoro del centro destra, di cui, per semplicità, si può riconoscere una sorta di paternità all'ex Ministro Sacconi, con cui l'attuale Ministro ha dimostrato fin qui un'ottima sintonia.
Per l'altro (il cosiddetto Jobsact), i tempi previsti e il contenuto delle deleghe fanno pensare, per dirla in termini calcistici, al rinvio della palla in tribuna, in attesa di tempi migliori. Oltre che per vedere nel frattempo “l'effetto che fa” la continuità e l'assenza di mutamenti di rotta che non siano del tutto marginali.
Domandiamoci allora se è prevedibile un cambio di rotta in materia di lavoro e l'abbandono della linea fin qui seguita. O, quanto meno, se un compromesso sia possibile.
Partiamo dunque da qui. Qual'è stato il centro di gravità della politica del lavoro del centro-destra? Credo si possa dare, senza esitazione, una semplice risposta: contrastare la rigidità del mercato del lavoro, cui si attribuisce un'incidenza negativa sulla produttività in quanto impedirebbe di ricollocare il lavoro verso settori e imprese più produttive.
Questa dottrina, molto in voga per un lungo periodo nel pensiero economico dominante, è però sottoposta a critiche sempre più forti anche sul piano teorico. Voci sempre più numerose, e molto autorevoli, si levano a segnalare come questo, della rigidità del mercato del lavoro, sia “un aspetto sul quale l'Italia è intervenuta in modo sostanziale negli ultimi venti anni. Secondo gli indicatori OCSE la rigidità del mercato del lavoro è costantemente diminuita dalla metà degli anni '90, cioè esattamente nel momento in cui è iniziata la caduta progressiva della Produttività Totale dei Fattori, ed è ora inferiore rispetto a Germania e Francia. Dunque è proprio improbabile che questo fattore possa essere la causa principale del calo di produttività.” [il grassetto è mio]. Ho ripreso qui un passaggio di due economisti della London School of Economics (Fadi Hassan e Gianmarco I.P. Ottaviano) che, avendo entrambi studiato e fatto ricerca in Italia, si sono occupati recentemente delle cause del declino della competitività del nostro paese e in particolare della caduta di quell'indicatore sintetico cui si tende a dare grande importanza, la Produttività Totale dei Fattori (PTF)ii
Non sono i soli a sostenerlo e va detto, del resto, che queste considerazioni si trovano diffusamente nei documenti prodotti dai partiti di centro-sinistra nel corso di questi ultimi venti anni. Ma è interessante la conclusione cui arrivano questi due autori: Il modo di gestire le imprese da parte del management in Italia è proprio quello che, come dimostrano nei loro studi Bloom, Sadun e Van Reenen, ostacola la penetrazione e lo sfruttamento ottimale delle nuove tecnologie (in particolare le ICT). Considerando il ruolo preminente che le ICT hanno avuto per la crescita della produttività negli ultimi 20 anni, da questo dato si può ricavare una spiegazione rilevante per la stagnazione italiana. Ridurre la rigidità del mercato del lavoro non è sufficiente in presenza di pratiche di gestione rigide e non meritocratiche. L'Italia sta disimparando a produrre perché non sembra capace di gestire correttamente il cambiamento.” (dall'insieme dell'articolo è chiaro come in quest'ultimo periodo non si stia parlando genericamente del popolo italiano ma di una parte consistente della sua imprenditoria).
In sostanza, il verdetto è chiaro: quella politica, rivolta in modo quasi esclusivo e comunque ossessivo a rendere sempre più facile l'entrata e l'uscita dei lavoratori nelle e dalle imprese, non ha aiutato la crescita e si è associata a un calo della produttività. Che ha bisogno, per crescere, di un diverso modello di gestione da parte degli imprenditori.
Ascoltiamo a questo proposito la voce di una delle massime e più autorevoli istituzioni nazionali, la Banca d'Italia. L'attuale Governatore, Ignazio Visco, nell'occasione solenne delle Considerazioni Finali all'Assemblea Annuale nel 2014, si esprime in termini non molto diversi, a parte il linguaggio paludato: “In passato, recessioni profonde si sono associate ad ampie ristrutturazioni del sistema produttivo che hanno dato luogo all’introduzione di nuove tecnologie e modelli organizzativi che
risparmiano lavoro. Ma la crisi può essere per le nostre imprese l’occasione per attuare ed estendere quello che fino ad oggi in molti casi ha tardato: un profondo rinnovamento del modo di produrre di fronte alla rivoluzione digitale, in grado di generare nuove forme di impresa e di occupazione, in nuovi ambiti di attività.
Ed ecco, di nuovo, Romano Prodi nell'intervista a Enrico Deaglio con un concetto quasi identico: “[Prima dell'euro] la competitività della nostra struttura industriale era sostenuta non dal progresso tecnologico ma dalle svalutazioni monetarie: negli anni sessanta il cambio tra lira e marco era a 145, al momento dell'entrata nell'euro era 990: una svalutazione del 600% in poco più di 30 anni rispetto al nostro principale concorrente. L'euro si presentava quindi come la grande occasione per adattare le nostre strutture produttive alla nuova concorrenza, approfittando del drastico e rapidissimo abbassamento del tasso di interesse del debito pubblico. La grande occasione è stata sprecata da una successiva politica economica [del centro-destra] del tutto incoerente con gli obiettivi assunti in precedenza.

L'altro aspetto di questa politica che sta richiamando un'attenzione sempre maggiore è il fatto che la costante, ostinata, ricerca di una maggiore flessibilità in entrata e in uscita, traducendosi in un abbassamento dei costi relativi a vantaggio esclusivo dell'imprenditore, se non ha giovato alla produttività si è però accompagnata a un aumento rilevante delle disuguaglianze basilari nella distribuzione del reddito: tra profitti (e rendite) e salari; tra detentori di grandi ricchezze (che si sono ulteriormente arricchiti) e ceti medio bassi, che sono andati incontro a un declino; tra gli occupati ai massimi livelli (manageriali) e quelli a più basso reddito, che hanno conosciuto la povertà, non solo relativa (rispetto alla media dei redditi) ma anche in termini assoluti (capacità di garantirsi un tenore di vita minimamente degno e decente).
Negli ultimi anni è stata un'istituzione come l'OCSE, che può essere considerata una colonna del capitalismo, a mettere in luce la rapida crescita delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito nei paesi che raggruppa al suo interno (quelli maggiormente sviluppati)iii. Ultimamente poi l'attenzione al tema ha ricevuto un grande impulso su scala mondiale per la pubblicazione da parte dell'economista francese Thomas Piketty del suo volume “Capital in the 21st Century” (Harvard University Press, 2014) in cui esamina attraverso una mole di dati imponente la crescita delle disuguaglianze nel corso della storia del capitalismo e arriva in conclusione a formulare proposte per un'impostazione della politica economica. Dall'analisi dell'andamento della distribuzione dei redditi e delle sue ripercussioni sullo sviluppo dell'economia trae motivo per ricercare soluzioni, su presupposti radicalmente diversi da quelli fin qui dominanti, per una crisi altrimenti destinata a produrre effetti ancora più catastrofici di quelli cui abbiamo assistito fin qui. Un'idea tra tutte, un'imposizione incisiva, rilevante, sulle successioni, tornando a una ricetta cui si attenevano saldamente i governi borghesi della prima fase del capitalismo.
E' dunque questo, una politica fiscale che redistribuisca dagli alti redditi (e patrimoni) verso il basso, il secondo caposaldo dopo quello che porta a dare impulso all'investimento nel progresso tecnologico.
Ma un altro aspetto occupa sempre più spazio nella ricerca delle soluzioni alla caduta della produttività, che rende gli effetti della crisi così pesanti, nel nostro paese più che altrove. Si tratta dell'investimento nel capitale umano, nella formazione, nei saperi. 
Chiamo di nuovo in causa Ignazio Visco che si domanda, in un'occasione creata proprio dagli imprenditoriiv come mai in Italia si investa in capitale umano meno che negli altri paesi.v “L’anomalia italiana può essere ricondotta a vari fattori che richiedono politiche coordinate che agiscano su molteplici fronti: sistema di istruzione scolastica e universitaria, flusso informativo fra università e mondo del lavoro (anche nel quadro del piano Youth Guarantee).Vi è infine la responsabilità del sistema produttivo, il quale sembra continuare a prediligere – pur con importanti eccezioni – tecnologie e settori che non richiedono competenze elevate. Una domanda di lavoratori qualificati relativamente contenuta emerge anche dalla cosiddetta “fuga dei cervelli”. L’Italia è sesta per numero di ricercatori che hanno vinto un ERC (borsa di ricerca finanziata dalla Commissione europea), tuttavia è l’unico, tra i principali paesi, per cui la maggioranza dei vincitori risiede all’estero.

Ho passato fin qui in rassegna posizioni espresse da alcune personalità della cultura economica mondiale e da esponenti di istituzioni internazionali e nazionali che dovrebbero garantire la necessaria autorevolezza e, se non proprio la “terzietà” (impossibile in queste materie), almeno una visione priva di faziosità. Ma ora mi verrebbe da chiedere a quei commentatori che, anche dal campo della sinistra, hanno lodato il decreto sul lavoro prodotto da Renzi e Poletti, o minimizzato le possibili obiezioni: a quale logica risponde l'intervento d'urgenza per rendere più fluido e meno costoso per l'imprenditore il ricorso al contratto a termine e all'apprendistato? E quanto dovremo aspettare per un intervento organico che usi la leva fiscale per ridurre le disuguaglianze aumentando il carico sulle grandi ricchezze e sui più alti redditi? Che attui il principio secondo cui la flessibilità deve avere un costo maggiore, oltre che per ragioni (costituzionali) di equità, per selezionare le imprese nelle quali viene introdotta per migliorare la produttività da quelle per le quali abbassare il costo marginale del lavoro è l'unico modo per evitarne l'espulsione dal mercato stante l'incapacità di investire? Che promuova e faciliti l'investimento sul capitale umano per massimizzare gli effetti dell'innovazione tecnologica e/o della scelta di fasce di prodotto (o di sistemi di produzione) che abbiano caratteristiche di unicità sul mercato mondiale?
C'è stata traccia di queste ricette fin qui? E' possibile che se ne trovi nel programma che ci sarà proposto il 1 settembre (se ci sarà proposto)? Sono domande che denotano un sentimento antinazionale o sono le domande che si dovrebbe porre chiunque abbia a cuore il destino della grande maggioranza dei cittadini del nostro paese?

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NOTE
i “Inchiesta sul ventennio”, Feltrinelli, 2014.
ii Il brano è tratto da “Productivity in Italy: The great unlearning” del 30/11/13, reperibile sul sito www.voxeu.com
iii A questo riguardo si possono vedere, ad esempio, le pubblicazioni del 2008 (“Growing Unequal?: Income Distribution and Poverty in OECD Countries”, OECD Publishing) e, da ultimo, del 2014 (“Society at a glance”, curata dal Direttorato per l'Impiego, l'Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell'OCSE)
iv Si tratta dell'appuntamento biennale del Centro Studi Confindustria su “Capitale umano, innovazione e crescita economica”, che nel 2014 (il 29-03) si è tenuto a Bari

v Nell’ultimo rapporto sull’istruzione (2013) l’OCSE ha calcolato che in Italia l’acquisizione di istruzione universitaria renderebbe l’8 per cento, un valore inferiore di quasi 5 punti percentuali a quello registrato nella media dei paesi dell’OCSE e di quasi 6 a quello dell’area euro. Un paradosso: a una più bassa dotazione di capitale umano dovrebbe infatti corrispondere un rendimento più elevato, trattandosi di un fattore relativamente scarso.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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