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L'intervento (non fatto) in assemblea nazionale PD

Ho partecipato, da invitato permanente in quanto componente della Commissione nazionale di garanzia, all'assemblea nazionale del PD. Non è chiaro però se ho anche diritto di parola, come in Direzione, e nel dubbio, considerando anche le numerosissime iscrizioni a parlare, ho rinunciato. Per i miei accanitissimi lettori, trascrivo di seguito l'intervento che avevo preparato.

40_percento

Buona giornata a voi tutti,
questa assemblea si tiene in un'atmosfera di grande contentezza per il risultato delle elezioni, che abbiamo definito storico, a ragione. Mi sento però di condividere in pieno l'incipit della relazione del segretario, che più di chiunque altro avrebbe motivo di entusiasmarsi ma ci ha richiamato a mettere al primo posto, prima ancora dell'entusiasmo, la responsabilità. La responsabilità che quel voto ci consegna, tanto più per la volatilità del consenso elettorale. Perché i problemi che dobbiamo affrontare sono pesanti, vengono da lontano e hanno prodotto e producono guasti da riparare urgentemente.
Tra questi problemi, intendo parlare di quello che ci riguarda, la nostra vita interna e le regole della nostra convivenza, da collocare all'interno delle regole generali fissate dalle leggi e dalla Costituzione.

Fatemi dire prima, tuttavia, una parola su un passaggio della relazione a cui è stata data grande enfasi, che riguarda anch'esso la nostra vita interna ma tocca la politica più in generale e nel senso più alto, e che non mi ha convinto. Che, anzi, credo sia in grossa contraddizione con quello spirito, quella cautela cui ci ha richiamato per le responsabilità del momento.
Mi riferisco allo spirito “cinese”, se così posso dire, quello un po' “Rodomonte spaccamontagne” con cui dà l'idea di voler procedere nel campo della riforma istituzionale, quello riassunto dal provvedimento applicato prima a Mauro poi a Mineo (al di là delle battute per le quali credo si stia ancora mangiando la lingua e per le quali, anche se si è scusato, sa bene lui stesso che è difficile trovare scusanti).
A questo riguardo, non chiamo in causa questioni regolamentari, le considero assolutamente NON rilevanti, ma esprimo un giudizio in tutto e per tutto politico. Ed è proprio su questo piano che lo considero un grave errore. Perché se si dice “game over” e si chiude la fase di confronto e di dialogo e si costringe a scegliere tra obbedienza e obiezione di coscienza – in aula, sia pure, in aula - quella che il nostro statuto pone al di sopra di tutto, si entra in una logica tutto o niente, o con me o contro di me, che non ha mai portato bene alla politica. E che non appartiene alla sinistra, se non quella dei suoi tempi più bui. E se, come credo sappiamo tutti qui dentro e come ci ha ricordato con parole molto chiare Walter Tocci, quella scatola chiusa non ha nessuna probabilità di passare così com'è, allora si sceglie la strada dell'azzardo puro che è l'esatto contrario delle parole iniziali. Questo è il problema e di questo si dovrebbe parlare. Ma, permettetemi una battuta “politically correct” certe volte ho come l'impressione che non abbiamo eletto un solo segretario premier ma due. Due gemelli che si scambiano di ruolo, come quel film di Andò, uno buono e uno cattivo, come i classici poliziotti. E penso che quando si parla di Costituzione quello cattivo dovrebbe stare in disparte.

Al di là di questo passaggio, riprendo il tema della nostra vita interna e lo faccio partendo dalla mia esperienza in commissione nazionale congresso ed ora, essendo l'unico a cui è toccato l'onore del bis, nella commissione di garanzia.
Di alcuni episodi hanno parlato i giornali a varie riprese, ma al riguardo dico con chiarezza, per l'idea d'assieme che mi sono fatto del nostro partito, che quegli episodi non riassumono quello che noi siamo, sono deviazioni, qua e là più diffuse, al nord al centro e al sud, ma, lo affermo con forza a voi e a chi ci guarda, che il nostro è un partito di gente perbene, un popolo di cui andare fieri.
Però. Però le cose non funzionano come dovrebbero e il problema non è la diffusione del virus ma la debolezza degli anticorpi.
Parliamo delle tessere, come esempio: tesserati per un giorno, un imbroglio da sanzionare, che a volte si verifica; ma anche elenchi di votanti che non hanno mai votato, e qui siamo al falso, sanzionabile non solo dalle nostre regole ma dalla legge; o peggio, somme versate che non figurano a bilancio, o il contrario.
Episodi isolati, lo ripeto. Ma chi si rende responsabile di questi atti è regolarmente, direi necessariamente, inquadrato in una filiera. Uso questo termine e ci capiamo. E ognuna delle filiere era, è, regolarmente rappresentata (funziona così la nostra democrazia) in commissione nazionale.
Non mi chiamo fuori, vale anche per me. Ma non è neppure questo il problema. Il fatto è che i nostri organi di garanzia dovrebbero accertare con cura i fatti e, se verificati, sanzionare con rigore e severità. Mentre la prassi è piuttosto di accertare se, applicando le sanzioni, si potrebbero alterare gli equilibri congressuali. Non va bene, no? Ma ammettiamolo pure. Il guaio è che una volta accertato che la distribuzione dei fattacci è abbastanza equa, la reazione non è quella fisiologica, punire l'uno e l'altro e fare pulizia, ma il contrario. Io copro il tuo che tu copri il mio. Qui sta la degenerazione, e l'errore politico, grave a prescindere dal numero di episodi. Perché quando il caso, coperto e sepolto per un momento, finisce per scoppiare, pesa su tutto il partito come fosse la regola.
Spero che ci si scandalizzi non perché dico queste cose ma perché avvengono. E se le dico qui è perché so di dire il vero, e lo sapete tutti. E guardate che non sono un forcaiolo, piuttosto propendo per il garantismo, ma proprio per questo lancio un monito: perché senza rigore nell'applicare le regole e, prima, nell'accertarle, il garantismo cede all'anarchia o al dispotismo. E so anche che alimentare lo scandalismo può aprire la strada alle persecuzioni e che le minoranze sono le prime a pagarne il prezzo.

Vado anche oltre e dico che sono per il recupero del reo, per la seconda chance. Che non mi piacciono le antropologie negative, tanto meno in politica. Ma credo nel principio alla base di qualunque forma di giustizia: l'uguaglianza di ciascuno fronte alla legge. Dunque la mia denuncia non è per pene più aspre ma effettive, e soprattutto applicate ugualmente a tutti.
E qui vi invito a riflettere su un altro genere di episodi che gettano una pessima luce sulla nostra democrazia, rivelando un uso discriminatorio dello statuto, che ci dice come molte norme siano ancora da rivedere. Lo dico così. A me non sembra normale che venga espulso dal partito un iscritto che, col sostegno di liste civiche e di formazioni di sinistra viene eletto sindaco, solo perché una seduta quasi spiritica dell'organismo dirigente locale ha deciso di concedere il simbolo a un'altra lista di nostri iscritti, alleati del NCD e di Forza Italia in appoggio a un candidato dichiaratamente di centro destra. Non è normale, anche se quel sindaco è stato eletto, formalmente, contro il nostro partito.
E non posso considerare normale che in un altro comune si neghi l'iscrizione a un gruppo di compagni socialisti “perché non ci si iscrive solo per entrare in una lista”, la nostra, per inciso, in cui sarebbero stati certamente eletti, mentre si imbarca nella coalizione (quella per il “nostro” candidato) metà della giunta di centro-destra a cui si dovrebbe subentrare. Per la cronaca, con il risultato di vincere, sì, al ballottaggio (per 400 voti), ma con il PD fermo al 9%.
Non funziona. Non è la fisiologia della nostra vita democratica e, poiché non sono tra quelli che teorizzano una nostra mutazione genetica - il mio giudizio sul corpo del partito è quello che ho detto - penso che dobbiamo rapidamente darci gli strumenti per debellare queste patologie.

Chiudo con l'attualità, due episodi sulle prime pagine in questi giorni.
Il nostro Regolamento per le Commissioni di Garanzia, che serve per applicare lo Statuto e il Codice Etico, con le relative sanzioni, prevede (art. 13 3° c.) la cancellazione dall'Anagrafe degli iscritti di “quanti rechino grave danno all'immagine del partito”. A Torino il compagno G in seguito all'indagine giudiziaria è stato sospeso dall'attività (quale fosse, nel partito me lo domando con qualche angoscia): ma non si è aperta un'istruttoria sul danno di immagine. Sospeso, resta iscritto. Idem a Venezia, non per il sindaco che non è iscritto (ed è stato costretto alle dimissioni), ma per i compagni X di cui parla il sindaco. Perché su quello non è stata nemmeno aperta un'istruttoria interna e dobbiamo leggere le inchieste su La Repubblica. Non c'è stato danno di immagine?
A casa a calci in culo”, ok. Ma chi? Chi ci mandiamo? Non trovo la risposta, se non si apre nessuna indagine, neanche per i fatti di prima pagina.
Direte, pensateci voi, c'è la commissione nazionale, può intervenire d'ufficio. Ma il punto è che la Commissione non c'è. Da quando il Presidente, competente e autorevole, che aveva affrontato l'incarico con molto impegno, è diventato vice-Ministro e non può adempiere come si deve ai due incarichi, siamo in attesa di una valutazione della segreteria che non arriva (ci sono altre priorità).

Ecco, tra le mie maggiori preoccupazioni dopo il voto europeo c'è questa. Che si allarghi, fino a rischiare di diventare un abisso, il solco tra le cose che promettiamo di fare e quelle che facciamo. Esercizio ad altissimo rischio: l'elettore oggi è volatile (e sempre meno credulone). Responsabilità dunque, amici e compagni. L'entusiasmo ci spinga ad agire, ma con questo spirito.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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