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La seconda fase del governo Renzi

Tra le giornate di martedì 24 e mercoledì 25 giugno le cronache hanno registrato la nascita del governo Renzi-due.
Nessun effetto speciale, nessun valzer di poltrone (ci sarà, probabilmente, a seguire), un po' di sorpresa (solo un'anticipazione sul Financial Times). Toni bassi e commentatori riflessivi. Eppure il fatto politico non era di secondo piano, i cambiamenti sono di un qualche rilievo. Vediamoli.
Maggioranza e profilo politico.
La maggioranza di governo resta (almeno apparentemente) la stessa.
Il cambiamento di profilo politico è invece netto.
Gli impegni sulle cose da fare (a parte quelle sul piano istituzionale/costituzionale che fanno storia a sé) sono cancellati. Viene annunciato un impegno del tutto diverso: entro il 1 settembre ci sarà un programma; che avrà un respiro temporale di tre anni (la legislatura dovrebbe terminare sei mesi più tardi). Assistiamo dunque a un nuovo passo nello slittamento progressivo della natura della maggioranza di governo.

Dapprima le larghe intese si erano ristrette, con l'uscita di Berlusconi, ai tempi di Letta.
Successivamente, con il passaggio a Renzi, avevano acquistato un profilo politico. Ma non programmatico (lo scopriamo oggi, in realtà era chiaro sin dall'inizio).
Ora che assume questo profilo (o si impegna a farlo in sessanta giorni) diventa una maggioranza politica a tutto tondo. E il programma che viene annunciato non è uno qualsiasi, non uno di quelli cui ci ha abituati lo stanco rituale degli avvicendamenti tra governi dello stesso colore. Sarà un programma “fin nei dettagli”, fino al “fine tuning” - dice e fa intendere il premier, mimando il gesto del cacciavite, davanti alle Camere riunite.

Trovo singolare che per un simile passaggio politico si sia scelta, nello spartito, la sordina. Ci si poteva aspettare il crescendo, se non la marcia trionfale, invece no. Se andate a spulciare negli “house organs”, tra le penne “embedded”, militanti, si è preferito di sorvolare. Si mettono in risalto aspetti esteriori come i 100-1000 giorni o il cambiamento di tono (dagli effetti speciali alla riflessività pensosa, segno distintivo del dopo-europee) mentre la novità politica (che potrebbe a buon diritto essere definita clamorosa), di una maggioranza che si unisce attorno a un programma politico di legislatura precisato fin nei dettagli, resta in ombra. Inspiegabile (a meno di non scadere nello sciovinismo antinazionale, che suscita le ire delle persone perbene).

Da registrare anche, per gli appassionati della cronaca politica minore, un qualche movimento nella maggioranza (passaggi di parlamentari dal centro al PD) e ai suoi confini (in questo caso modificandone i contorni).
A quest'ultimo riguardo colpisce un fatto. Si va costituendo un'area parlamentare, di sinistra, di opposizione “non pregiudiziale”: ovvero, ispirata a una cultura di governo, pronta a confrontarsi, stimolare e, in base ai risultati del confronto, ad approvare (ogni volta che si verifichi una base di condivisione). Bene. Come mai – mi domando però – questa novità non si iscrive in un processo che miri a realizzare una sintesi tra le diverse espressioni di diversità (se non le vogliamo chiamare di dissenso) che nel PD e fuori, nella società, si muovono con il medesimo intento e su ipotesi politiche, al fondo, coincidenti? Al contrario, sembra quasi che il costituendo gruppo di “dissenzienti responsabili” punti a una legittimazione che provenga prima dalla leadership renziana che dalla società. Mentre è lì che si dovrebbe guardare, alle sue articolazioni, a quel mondo che non trova nell'offerta politica della attuale maggioranza di governo le risposte che cerca (o, quanto meno, non tutte le risposte che cerca). Detto in altre parole, a quella parte della società a cui dovrebbe rispondere, per prima, la parte dell'offerta politica con un profilo più nettamente di sinistra. Singolare, anche questo, ma ne riparliamo in conclusione.

Riforme istituzionali/costituzionali e rapporto con l'opposizione.
Mentre la maggioranza si stringe attorno a un programma politico (sia pure solo annunciato), l'arco di forze coinvolto nel percorso di riforme istituzionali si allarga.
Dopo i contatti PD-Lega, la virata strategica dei 5stelle. Forte del risultato delle europee, Matteo Renzi occupa il centro della scena e offre aperture di credito a 360 gradi per una riforma che goda del massimo consenso disponibile, entro alcune coordinate poste come condizioni irrinunciabili.
Oddio, non è che l'irrinunciabilità sia un pilastro rigoroso e immutabile nel tempo. Tant'è che quelle coordinate restano difficili da decifrare con chiarezza: proviamo tuttavia a fissare lo stato dell'arte su questa agenda, quale appare al termine del primo semestre del 2014 ovvero (per chi preferisce toni più enfatici) nel momento in cui all'Italia tocca la responsabilità e l'onore di assumere la Presidenza dell'Unione Europea per il successivo semestre.
Esaminiamo distintamente le due partite, della legge elettorale e delle modifiche alla Costituzione.

Legge elettorale (per la Camera).
Questi i principi enunciati:
(1) Deve permettere di “sapere chi ha vinto dalla sera delle elezioni”. Da qui non si recede. Se la soluzione sia il ballottaggio o il premio, o il collegio uninominale, si deve ancora mettere a punto, ma il principio è quello.
Significa però anche che (2) l'elettore deve sapere in anticipo quali alleanze intende fare la formazione che sceglie di votare. Stare in coalizione tuttavia non può essere un obbligo: è una scelta che al più può essere incentivata, differenziando le soglie di sbarramento.
Senonché viene affermato anche il principio per cui (3) si deve impedire un potere di interdizione dei piccoli partiti: soprattutto, in questo caso, se in coalizione. Lo si può fare solo imponendo soglie di sbarramento alte anche per chi appartiene a una coalizione. E' evidente che questi due “principi” sono in netto contrasto tra loro e la soluzione di innalzare ancora di più le soglie per i non coalizzati porta a fissarle a livelli tali da violare apertamente il principio costituzionale di uguaglianza oltre che il criterio della ragionevolezza.
Tanto più se si mette in conto l'ulteriore “paletto”: (4) la legge deve garantire un rapporto più immediato tra elettore e eletto: attraverso una riduzione della dimensione dei collegi, ma anche – altro elemento di incertezza – attraverso le preferenze (o forse no).
Tirando le somme, i punti da chiarire e le contraddizioni da superare non sono poche. Certo, la via del collegio uninominale, da sempre assunta come “prima scelta” dal PD, risolverebbe tutti questi problemi (non a caso uno dei sistemi più diffusi). Ci sarebbe anche una maggioranza, sulla carta, per approvarlo in Parlamento, se non fosse che è apertamente osteggiata dalla destra (sia berlusconiana che “nuova”) e sarebbe segretamente impallinata da una parte consistente dello stesso PD. Poiché però il decisionismo non è senza un verso, ma agisce – per l'appunto, con decisione – solo in un verso politico e non nel suo opposto, ci vorrà del tempo per venirne a capo.

Riforma del Senato e del Titolo V
La frazione jihadista del renzismo proclama la fede incrollabile nella vittoria imminente della guerra santa contro il Senato, che deve diventare Senato delle Regioni non elettivo, ma anche contro le Regioni, che devono cedere potere allo Stato in cambio della possibilità di nominarsi i senatori in una sorta di “giurisdizione domestica” (volgarmente “io mi faccio i fatti miei e voi vi fate i vostri”). Certo, fa pensare (se le persone perbene me lo consentono) che nel panorama politico mondiale in questo momento stiano conducendo una campagna a favore di una “Camera alta” di nominati il governo italiano, a trazione PD, e il Tea Party negli USA. A proposito di maggioranza di governo a base politico-programmatica.
A chi annuncia tempi stretti e trionfi inarrestabili porrei tuttavia una domanda, visto che abbiamo per le mani una modifica della Costituzione: siamo sicuri che ai cittadini chiamati a confermarla per referendum piacerà l'idea che, per ottenere finalmente la tanto desiderata fine del bicameralismo perfetto (fiducia e leggi di bilancio riservate a una Camera soltanto), si debba concedere talmente tanto potere a chi lo conquisterà? (non ho usato il grassetto per questo verbo a caso). Siamo davvero sicuri che crederanno alla storiella per cui se i senatori saranno scelti dai consiglieri regionali al loro interno, se saranno solo rimborsati (proprio loro, i protagonisti di “rimborsopoli”) e magari resi immuni, ci guadagneranno le finanze pubbliche? E che se tutto ciò avverrà, finalmente, grazie al taglio di lacci e laccioli, si avrà una concessione edilizia in una settimana, per di più bribe-free (per i non anglofili, esente da mazzette)?
Anche qui, un'ampia maggioranza parlamentare (mi sento di aggiungere, in sintonia con una gigantesca maggioranza del paese) sarebbe pronta ad andare in un altro verso: non per mantenere in piedi le duplicazioni inutili ma per tenere in equilibrio un sistema di poteri e contropoteri che è il fondamento di tutte le democrazie (liberali, non proletarie) del mondo. Ma si insiste ad andare nel verso opposto.

Conclusione: aspettando il programma

Fin qui per le riforme istituzionali. Per tutto il resto, il tempo, il poco tempo che ci separa dal 1 settembre dovrebbe fare chiarezza sul profilo programmatico.
Il condizionale è d'obbligo perché il rischio che le carte in tavola cambino di nuovo non si può escludere (viene da chiedersi se Renzi abbia messo in conto l'azzardo insito nel concentrare gli annunci e le promesse in una sola che le riassume tutte e così le annulla). Ci sarà un programma, e si svelerà la composizione chimico-fisica di questo amalgama? O continueremo a vedere approvate leggi e leggine di paternità incerta e con una forte impronta di continuità col passato? Non il passato prodiano, quello di Sacconi (il riferimento, intenzionale, è alla riforma del lavoro, che dovrebbe chiarire meglio di ogni altra il profilo politico della maggioranza).
Comunque la si guardi, si ripropone la stessa domanda: era questo il verso da scegliere per il cambiamento annunciato?
Ecco, su questo concluderei. È lecito dubitare che si stia andando in direzione opposta, per le riforme istituzionali, per le più importanti riforme economico-sociali, rispetto a quella che ci si poteva e doveva aspettare da un partito, riformatore, certo, ma di sinistra. Si pone allora un'altra domanda. Senza un'opposizione chiara, convincente e unita, che non si ponga come pregiudizialmente ostile né, tanto meno, come estranea a quel popolo (“di sinistra”) che intende rappresentare, come si potrà mai imporre di cambiare verso?
Quella condizione oggi non è data. Eppure, andare in un altro verso, andare a sinistra, è senz'altro possibile. Si, #èpossibile.



Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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