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ANCORA SUL JOBSACT. La "madre di tutte le battaglia" non si risolve con una delega.

Dopo il risultato delle europee l'imperativo per il PD di Renzi è accelerare sulle riforme.

“Madre di tutte le battaglie”, quella sul lavoro. Se non si interviene per tempo, secondo il giudizio unanime di tutti gli analisti, la ripresa, che già si annuncia debole e rallentata in Italia rispetto al resto dell'UE, sarà anche “jobless”: senza creazione di occupazione.

Se non ci si vuole limitare a una politica degli annunci, per quanto solenni, occorre domandarsi come procedere, sul piano pratico. E appare allora come un controsenso che per la legge di riforma sul lavoro, già in discussione in Commissione Lavoro al Senato, sia stata decisa la strada della delega.
Già il suo esame si presenta complesso, dopo la decisione di abbinarlo ad altre 26 proposte di legge di iniziativa parlamentare e di prevedere una serie di audizioni (parti sociali, istituti di ricerca). Il calendario, secondo il relatore (l'ex Ministro Sacconi) sarebbe programmato in modo da arrivare a un'approvazione entro l'estate, che consentirebbe il varo definitivo entro la fine dell'anno. In questo modo, trattandosi di una delega, che dovrà essere esercitata al massimo entro nove mesi dal Governo, ci si augura che le nuove norme entrino in vigore verso la fine del 2015, se non ci saranno intoppi.

Chiunque abbia presente le vicende della politica del lavoro negli ultimi quindici anni, segnate da conflitti connessi a visioni non conciliabili attorno alle ricette per far ripartire, con l'economia, anche l'occupazione, ha tuttavia motivo di dubitare che lungo il percorso non si verifichino intoppi, considerando per di più che si tratta di uno scontro che appare lontano dal potersi dire risolto e che attraversa diagonalmente la maggioranza di governo e il Parlamento.
Ma anche ammettendo che si trovino soluzioni condivise nei tempi previsti, si arriverebbe comunque in grande ritardo. E si perderebbe l'occasione di incidere nel momento in cui prenderanno corpo i processi che determineranno la qualità del futuro, auspicabile, percorso di sviluppo. Nel momento più importante, quello decisivo.

Perché una delega, allora? Perché non procedere con una legislazione di merito? Perché non svolgere il confronto sulle questioni più spinose all'interno del Parlamento? Perché non restituire alla politica la sua funzione essenziale, di decidere operando le scelte necessarie tra opzioni di valore diverse secondo il criterio di maggioranza?
L'espediente di “tecnicizzare” la scelta demandandola alla presunta competenza “neutra” degli uffici, è illusorio o, peggio, autoritario, se serve a tenere quelle scelte al riparo dal controllo pubblico dell'elettore informato.
Se non si tratta di questo, la spiegazione va trovata in una valutazione per cui questa legge non è destinata ad avere effetti e serve solo a soddisfare le richieste che vengono un po' da tutte le parti (comprese le Raccomandazioni della Commissione UE) di fare qualcosa, di cambiare qualcosa, di non restare inerti di fronte al peggioramento progressivo del mercato del lavoro. Comunque la si metta, una scelta sbagliata.
Scegliendo di legiferare nel merito si allungano i tempi dell'approvazione parlamentare? Se ci si basa sui regolamenti, e se si tiene conto che le posizioni in campo sono elaborate e maturate da tempo, non si allungano granché. Si è costretti a scegliere, questo sì, e si accorcerebbero di almeno un anno i tempi dell'entrata in vigore delle norme, e quindi della loro efficacia concreta. Ci guadagnerebbero così sia la democrazia che l'economia. Ottimi motivi, o no?

Indubbiamente le questioni di merito da affrontare non sono poche, né semplici. Ho provato a farne un quadro in un post precedente, all'indomani della presentazione del disegno di legge. Sarà presto il caso di tornarci di nuovo.

L'andamento del dibattito parlamentare nei mesi scorsi attorno alla legge di conversione del decreto Poletti non lascia spazio a molte illusioni. Stavolta però non si tratta solo di questioni al margine, rubricate come emergenza. Se il vento del cambiamento non viene invocato su una questione di questa importanza, su un tema centrale come quello del lavoro, il colpo alla credibilità del nuovo corso può essere letale. Dobbiamo impedire un simile esito.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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