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UNA STORIA DA NON ARCHIVIARE

Tra le pieghe delle cronache sull'arresto di Scajola, nei giorni scorsi è comparsa su qualche quotidiano una notizia “a margine”. Un procuratore di Bologna, ha riaperto il caso della revoca della scorta al professor Marco Biagi appena prima che fosse assassinato dalle Brigate Rosse, quando Scajola era Ministro degli Interni di Berlusconi. E' successo che la procura di Roma ha trovato, tra le carte sequestrate al suo segretario di allora, per un'altra indagine, elementi di un qualche interesse in merito a quella vicenda.
E' stato un flash, durato solo un solo giorno. Succede. A distanza di tempo, alcune storie dimenticate riaffiorano, come ombre del passato che sembrano rivendicare un'esistenza nel presente, come se si ribellassero a chi vuol negare loro un diritto alla memoria. Il procuratore che ha riaperto il caso, tanto per dire, è lo stesso che dieci anni fa lo aveva archiviato, lasciando così che gli interrogativi che portava con sé restassero in sospeso, senza una spiegazione logica. Avvolti in un'ombra che ora forse potrebbe diradarsi.

LA SVOLTA DEL CENTRO-DESTRA SUL LAVORO. QUANDO TUTTO E' COMINCIATO
Sarebbe un bene, perché quella non è una vicenda come tante. Parla di quando tutto è cominciato, nel conflitto ancora in corso attorno alle regole del lavoro, di quando ha preso corpo un'offensiva in grande stile per riscriverle cambiando i rapporti di potere, la distribuzione del reddito e il sistema di convenienze alla base delle scelte di investimento. Mica poco.
Di quella vicenda ho qualcosa da raccontare, che riemerge dai ricordi di quei giorni. La dedico a quelli, tra gli amici che mi leggono su questo blog, che alla storia di quel conflitto guardano con interesse e con passione, magari per continuare ad esserne partecipi.

Riassumo i fatti di allora, per chi, per il molto tempo passato, non ricorda o non può sapere. Marco Biagi era l'ispiratore e il responsabile del gruppo di stesura del Libro Bianco da cui aveva preso le mosse la legge del governo Berlusconi (n.30 del 2003) di riforma del lavoro, varata dopo un lungo conflitto attorno all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sui licenziamenti. Quella norma non fu abrogata, ma la riforma approvata delegava il governo a introdurre una serie di nuove forme contrattuali all'insegna della flessibilità, con un cambiamento di indirizzo che ha resa famosa quella legge, divenuta la bandiera che ha contrassegnato l'intera esperienza di quel governo.
Il disegno di legge, che si basava su quel Libro Bianco, era stato presentato a fine 2001 (due mesi dopo le Torri Gemelle, per intenderci) ed era subito partita la mobilitazione contraria della CGIL (CISL e UIL avrebbero invece trattato con il governo Berlusconi e con le associazioni degli imprenditori arrivando nel luglio 2002 ad un'intesa sull'impianto della legge, il “Patto per l'Italia”).
Per il 23 marzo era stata convocata una manifestazione al Circo Massimo, che si annunciava imponente (i partecipanti sarebbero stati 3 milioni secondo le stime degli organizzatori).
Il professore Marco Biagi era particolarmente esposto, anche perché era stato un interlocutore privilegiato della CGIL quando collaborava con i Ministri del Lavoro di centro-sinistra, Treu e Bassolino, ed ora il segretario, Cofferati, lo chiamava in causa criticandolo aspramente per il ruolo che aveva avuto nell'elaborazione della riforma. Il terrorismo, che si era riaffacciato due anni prima con l'omicidio D'Antona, rappresentava in quel clima un pericolo concreto.
Eppure il Ministro dell'Interno gli aveva revocato la scorta. Le richieste pressanti del professore perché fosse ripristinata erano rimaste lettera morta.
Il 19 marzo 2002 il professore viene assassinato sulla soglia di casa mentre scendeva dalla bici con cui era solito percorrere il tragitto dalla Stazione ferroviaria a casa.

QUELLA FRASE INFELICE DI SCAJOLA... 
Una pesante campagna, sui media vicini alla destra e all'area cosiddetta moderata, arriva a insinuare una responsabilità della CGIL come “mandante morale” dell'omicidio.i Al punto che sembra in forse perfino la manifestazione del 23 marzo, infine confermata anche per respingere in modo risoluto le aggressioni politiche di cui la CGIL era oggetto.
Col passare dei giorni emerge però, con un certo rilievo, la questione della revoca della scorta e delle pressioni inascoltate della vittima, che si sentiva minacciata e abbandonata . Il 28 giugno uno scoop della Repubblica rende note le email indirizzate a Maroni, Sacconi, Casini, al direttore di Confindustria Stefano Parisi e al prefetto di Bologna, in cui Biagi raccomandava, in tono quasi supplichevole, di non abbandonarlo a quello che sentiva, lucidamente, il suo destino.
Scajola, che dopo l'omicidio aveva promesso provvedimenti esemplari contro chi si era reso responsabile di quella colpevole inerzia, senza che le minacce avessero alcun seguito, si trova così al centro delle polemiche.
Due giorni dopo, a Cipro in missione ufficiale, si lascia andare a un fuori sacco con i giornalisti per giustificare il suo operato. A proposito delle fonti dello scoop di Repubblica gli scappa una battuta sui servizi deviati. E poi, a chi gli ricorda il ruolo centrale avuto dal professor Biagi per l'opera del governo, risponde con una frase che gli sarebbe costata la poltrona ministeriale, una frase rimasta famosa al pari di quella sulla casa “a sua insaputa” su cui sarebbe scivolato una seconda volta. “Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenzaii.
Fin qui i fatti. Per quella frase, riportata da tutti i media, il Ministro dell'Interno, costernato, dovette dimettersi. Ma si fece presto a archiviare quell'episodio e nessuno (davvero, nessuno) ha ritenuto che meritasse un qualche approfondimento.

... CHE SI DIMETTE MA NON SMENTISCE
Eppure qualche domanda elementare sarebbe stata legittima. Proviamo a ragionare. Il primo a chiedere le dimissioni di Scajola fu, inevitabilmente, il Ministro Maroni, chiamato in causa. “O smentisce o si dimette”. Scajola si dimette e dunque non smentisce ma conferma. Nessuno però ne chiede conto al Ministro del Lavoro, le cui dimissioni, secondo logica, dovrebbero far seguito a quelle del collega di governo. Nossignore, il gesto di Scajola chiude la vicenda. Ma allora, come gli è venuta in mente quella frase? E perché mai l'autore del Libro Bianco, il protagonista della riforma che il governo Berlusconi, e tutta la coalizione attorno a lui, ha esaltato fino ai nostri giorni come il più importante atto di governo compiuto dal centro-destra, proprio lui veniva dipinto dal Ministro Maroni come un rompicoglioni? Proprio colui, pensate, il cui nome si è voluto associare a quella legge. E, pensate, quando a sinistra qualcuno osava sostenere che fosse più corretto intestarla al Ministro Maroni, che la legge aveva firmato, difeso, contrattato e infine, a un anno di distanza dall'omicidio, fatto approvare, il centro-destra, Maroni in testa, gridava alla provocazione.
Solo perché uno bussa a quattrini, con tutti i meriti che gli andavano riconosciuti, lo si lascia esposto a un pericolo così serio? Così serio che in una relazione al Parlamento, che aveva preceduto di appena tre giorni l'omicidio, la Digos individuava in Marco Biagi la persona più esposta in Italia al pericolo di attentati terroristici.

Pensateci. E pensate che fino alla frase di Scajola la versione che era stata universalmente accettata era quella della ottusità burocratica: colpevole sottovalutazione, rimpallo di responsabilità tra il comitato provinciale di Bologna e il Ministeroiii. Perché sgretolarla accreditando una versione diversa, così imbarazzante (e compromettente)? Perché aprire la strada al sospetto di un'omissione scientemente decisa? Suggerita, per di più, proprio dal Ministero a cui Biagi aveva dedicato il suo lavoro e infine la sua vita?
Riesce difficile immaginare una spiegazione diversa da quella più semplice, confermata dalla mancata smentita, con annesse dimissioni. La spiegazione è che quella versione non era altro che la verità. Era esattamente quello il motivo per cui la scorta era stata tolta. Il professore Marco Biagi era diventato una figura scomoda per chi comandava al Ministero, per chi voleva condurre in porto la guerra totale contro la CGIL, contro il diritto del lavoro allora in vigore, contro lo Statuto dei Lavoratori. E al Ministro dell'Interno dover coprire quella verità caricando tutte le responsabilità sulle spalle dei suoi uffici, centrali o periferici che fossero, aveva fatto saltare un po' i nervi.

MARCO BIAGI, UN PERSONAGGIO SCOMODO. PER CHI?
Per dirla tutta, gli amanti dei complotti, con propensione all'occulto, hanno anche avanzato il sospetto che la morte di Marco Biagi servisse alla causa: un eroe da sacrificare per mettere nell'angolo quei conservatori di sinistra che non volevano saperne di demolire l'impianto (costituzionale, non dimentichiamolo) del diritto del lavoro nel nostro Paese. Per quel che può valere, non trovo molto convincente questa tesi, anche se la battuta di Scajola a Cipro sui servizi deviati può insinuare qualche dubbio.

Racconterò tuttavia, a coronamento di questo racconto, le voci che, a proposito di Marco Biagi, giravano nel Ministero del Lavoro, che in quei giorni frequentavo con una certa assiduità a motivo del mio incarico, nelle settimane che precedettero l'omicidio.
Secondo quelle voci il professore non condivideva il fervore (furore) ideologico che aveva portato a inserire l'articolo 18 tra le questioni prioritarie, centrali, di tutta la riforma. Non solo, ma intendeva porre un argine molto drastico all'utilizzo dei co.co.co. e in genere delle varie forme utilizzate per mascherare la subordinazione e per eludere così i vincoli (contrattuali e legislativi) che ne derivano.
In sostanza, questa intransigenza un po' professorale (che forse tradiva un po' troppo la sua vicinanza, fino all'epoca di Bassolino, con l'impostazione di sinistra) rompeva proprio i coglioni.
In particolare (così si diceva) alla Confindustria, molto berlusconiana, di D'Amato e in genere al mondo delle imprese che avevano deciso, unitariamente, di schierarsi al suo fianco. Tutte, senza distinzione di colore o dimensione, da Confcommercio e Confartigianato (tradizionalmente vicine alla destra) fino alla galassia “collaterale” alla sinistra (compresa Legacoop da poco passata sotto la guida di Giuliano Poletti).

"LA POLITICA HA PREVALSO". QUALE POLITICA?
Voci, come ho detto. Ma vorrei concludere con il testo di una email che il professore aveva indirizzato a Sacconi e ai suoi collaboratori appena due giorni prima di essere assassinato:
La politica ha prevalso; non ci resta che accettarne i risultati pur sapendo di aver fatto il possibile per evitare lo scontro. Ora cominciano tristi conseguenze per me in quanto dei colleghi con vari pretesti stanno prendendo le distanze. Seppure con profonde riserve sulle decisioni adottate ho un senso di profonda lealtà nei confronti di Maroni e Sacconi e mi sentirei un vigliacco a stare dalla parte di Cofferati dove si adagia la maggior parte dei giuslavoristi per conformismo e tranquillità personale. Ti ho scritto queste cose perché tu sai quanto nella nostra materia costano queste scelte, quanto costa stare dalla parte del progresso anche quando non si è capiti”iv.
Questa email è stata diffusa da alcuni dei destinatari. Potrà sorprendervi ma è stata oggetto di molti commenti da destra e (quasi) ignorata da sinistra. E questo è, lo confesso, uno dei motivi che oggi mi spingono a raccontare.
Perché dalla destra, e in particolare da Sacconi, si è dato molto risalto al giudizio di conformismo rivolto ai giuslavoristi che stavano “dalla parte di Cofferati” piuttosto che “dalla parte del progresso”. Io invece mi domanderei in che senso, secondo Biagi, la politica aveva prevalso nonostante avesse “fatto il possibile per evitare lo scontro”. Quale politica voleva dunque lo scontro? Solo la CGIL, come hanno lasciato intendere tutti i commenti di destra? Ma allora perché le “riserve sulle decisioni adottate”? E perché allontanare come vigliacca, e però esplicitare, l'ipotesi di “stare dalla parte di Cofferati”?


Purtroppo nessuno dei destinatari ha ritenuto di rendere pubblico il testo integrale. Peccato. Può darsi che non avrebbe aggiunto nulla. Può darsi che qualche spiegazione sulle “riserve” non avrebbe modificato il quadro. Può darsi che quello sfogo non alludesse in alcun modo a un divorzio imminente, pur senza passare “dalla parte di Cofferati”. E che non fosse un commiato dallo staff dei collaboratori di Sacconi. Che dunque io abbia sbagliato a prestare ascolto alle voci di allora e a riferirle oggi. Ma preferisco che a giudicare siano gli amici che mi leggono. E che in ogni caso sia onorato il diritto alla memoria di ciò che allora fu lasciato in ombra.
Anche perché le ombre talvolta ritornano. E, materializzandosi, si ritrovano insieme, una dozzina di anni dopo, a scrivere decreti sul lavoro.
E perché la storia che ha avuto inizio allora ha avuto e ha ancora un grande peso. Non solo perché ha inciso sugli equilibri interni alla nostra società, tra le classi sociali e tra i gruppi di interesse, ma perché ha ostacolato lo sviluppo economico del Paesev.

i Sul rapporto tra Sergio Cofferati e Marco Biagi ha scritto una pagina istruttiva Gianni Barbacetto, sul “Diario” del 05/07/2003, Il sindacalista e il professore, http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=5385ii Il resoconto più dettagliato della chiacchierata “fuori sacco” si trova sul “Corriere della Sera di allora: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2002/06_Giugno/30/scajola.shtmliii Anche su questi aspetti si sofferma Gianni Barbacetto nell'articolo già citato.iv La lettera è stata resa pubblica, oltre che dallo stesso Maurizio Sacconi, da vari destinatari come Paolo Reboani, ora Presidente di Italia Lavoro, Giuliano Cazzola, deputato PDL nella scorsa legislatura, Gian Paolo Sassi, poi nominato presidente dell'INPS (di quest'ultima lettera parla Bruno Vespa alla fine del capitolo XI del suo “Vincitori e Vinti”, Mondadori, 2010). Il testo reso pubblico è sempre lo stesso qui citato, Anche se non è dato saperlo con certezza, dalla sua forma si deve presumere che non si tratti della versione integrale ma di uno stralcio concordato.
v Degli effetti della politica del centro-destra in materia di lavoro sullo sviluppo economico ho scritto ancora, da ultimo in http://www.newnomics.it/2014/04/24/lurgenza-di-una-svolta/

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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