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Decreto Poletti: diabolica perseveranza

Camera, sì al dl Poletti. Ora tocca al Senato

Il decreto Poletti ha passato indenne (se così si può dire) l'approvazione in Senato, con fiducia annessa. Presumibilmente, concluderà il suo iter alla Camera senza ulteriori intoppi. Peccato.

Confesso che non mi straccerò le vesti. Nella situazione in cui siamo, peggiorare ancora un po' le condizioni di lavoro, con un ulteriore perdita di competitività della parte più debole del nostro sistema produttivo, come è scontato che accadrà, non modificherà più di tanto il quadro.
Peccato, però. Perché un cambiamento di rotta appare ancora lontano, e il tempo passa. Ormai è stata perfino ammainata la bandiera dell'ottimismo ufficiale: era solo di facciata, ma a qualcuno poteva tenere su il morale. Ha lasciato il posto a tetre previsioni di sconfitta: la ripresa si intravede, fiacca (nel 2014 appena percettibile e nel 2015 a malapena sopra il punto percentuale), ma per l'occupazione niente: per quella si deve attendere, c'è un ritardo inevitabile, si sa, (inevitabile!) rispetto alla risalita del PIL, se va bene tra il 2016 e il 2017 ricominceranno a crescere, moderatamente, i posti di lavoro.

Non è dunque un decreto miserello che ci deve mettere tristezza. Certo, cadono le braccia a pensare che l'unica mossa, nel campo del lavoro, del governo a trazione PD-Renzi sia l'ennesimo prodotto dell'accanimento ideologico di quei politici che da un quindicennio hanno fatto della lotta alle regole sul lavoro la loro bandiera. Per semplificare, da diligenti thatcheriani, sia pure un po' tardivi? Nossignore, è ormai acclarato che la deregolamentazione all'italiana ha dato, sì, molto lavoro a giudici e avvocati, ma non ha prodotto posti di lavoro nel sistema produttivo. E' dalla fine degli anni '90 (ricordate la Confindustria di Antonio D'Amato e il Libro Bianco?) che va avanti l'offensiva demolitrice, per reagire al giacobinismo (!) dei governi di centro-sinistra “fiancheggiatori della CGIL”, in un susseguirsi di (sedicenti) riforme e guerre di religione. E le statistiche registrano impietosamente gli effetti: l'occupazione non cresce, si trasforma da buona in cattiva, da stabile in precaria e in parallelo la competitività declina, declina. Il sistema si fa duale, non più nord e sud ma, da una parte, gli esportatori, forti (e indifferenti alle riforme), dall'altra gli altri, che sul mercato interno devono arrangiarsi per reggere la concorrenza mondiale senza investire e senza crescere, sempre più marginali e sempre più accaniti nell'invocare precarietà e nel produrre precarietà.

Si poteva cambiare e si doveva. E Renzi aveva promesso di farlo: “non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro.”, “la priorità va data, piuttosto, alla voglia di investire, e alla semplificazione delle norme.” Lo scriveva a gennaio, eletto da poco segretario del PD, nelle anticipazioni sul “JOBS Act” in preparazione. Ha tradito clamorosamente le attese.
Ci sarebbe davvero da alzare i toni, da chiederne conto, senza sconti. Incombono però le elezioni europee e, stretti nella morsa dei due comici prestati alla politica, occorre dare la priorità alla difesa, in trincea, dello spazio elettorale del PD rinviando di qualche settimana la messa in chiaro delle posizioni e delle scelte di prospettiva. Ma si dovrà pur cancellare ogni dubbio che si stiano proclamando cose in cui non si crede, o cose che poi non si è in grado di realizzare! Si dovranno pur accantonare, una buona volta, gli accomodamenti e le concessioni ai luoghi comuni del peggiore conformismo conservatore, di cui è profondamente intrisa la pancia del nostro paese.
Perché davvero, se si doveva cambiare verso, si è invece deciso di partire con il piede sbagliato.

Mettere mano per prima cosa ai contratti a termine, si poteva anche fare. Si poteva anche procedere per gradi, partendo col toccare il tema della precarietà. Magari, prendendo sul serio il Ministro del Lavoro quando dichiara che per risolvere il problema del peso eccessivo dei contratti a termine la soluzione va cercata, anziché nei vincoli giuridici, nel costruire un sistema di convenienze che porti quei contratti a costare il 10% (almeno) in più rispetto a quelli a tempo indeterminato. E', del resto, quello che afferma da qualche anno il PD (dalla Conferenza sul lavoro del 2011) ed è in linea con le direttive europee che definiscono come normale il rapporto di lavoro stabile, a tempo indeterminato.
Invece no. Invece il decreto sul lavoro è andato nella direzione opposta. E quando i paladini della deregolamentazione, quelli che raccontano che abolire le tutele giuridiche per i lavoratori accresce la competitività delle imprese sul mercato, hanno gridato allo scandalo per qualche ritocco alle prescrizioni normative più oltranziste, non si è colta la palla al balzo per fare la mossa più ragionevole: ritirare il decreto e rinviare il tutto a una reimpostazione radicale del disegno di legge sul “JOBS Act”. Si è preferito mediare, con qualche concessione di bandiera al NCD perché potesse dire che la sostanza, obbrobriosa, del decreto era salva.
E' proprio vero che quando si insiste nell'errore c'è sotto uno zampino diabolico.

Neanche i quattro emendamenti al decreto Poletti presentati in Senato dai i senatori civatiani (quelli ormai etichettati come dissidenti per il solo fatto che tentano di tener ferma una linea di ragionevole coerenza, Albano, Casson, Mineo, Ricchiuti, Tocci) per tentare di andare in una direzione diversa, sono stati presi in considerazione. Eppure potevano almeno rappresentare un passo verso la semplificazione normativa e, insieme, verso la costruzione di un sistema di convenienze a favore del lavoro stabile, con l'effetto non secondario di spingere ad investire sulla cosiddetta “via alta” alla competitività.
L'idea è stata di consentire maggiore flessibilità nelle fasi iniziali di un rapporto di lavoro, riprendendo l'ipotesi di un contratto di inserimento “a tutele crescenti”. Senza prevedere l'istituzione di un ulteriore, nuova tipologia (come lascia intendere il disegno di legge sul Jobs act) ma agendo sul contratto “tipico” esistente, quello a tempo indeterminato. Un po' come l'uovo di Colombo: si concede alla contrattazione la possibilità, semplicemente, di estendere il periodo di prova fino a tre anni (eliminando così alla radice la ragione stessa di un contratto a termine senza causali) e, nel caso si scelga, in accordo, questa strada si stabilisce un contrappeso, già sperimentato. L'azienda, quando la durata del periodo di prova dovesse superare i sei mesi (il termine previsto dalla normativa ora vigente) dovrà sopportare un maggiore onere, consistente nell'estensione al lavoratore in prova, per il periodo massimo dei trentasei mesi, del prelievo attualmente in vigore per i lavoratori somministrati. Un 4% della retribuzione lorda, destinato a programmi di formazione (di base, trasversale, on the job, esterna) e a tutele di natura assistenziale (congedi, garanzie per mutui, contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione). Un istituto che, nella esperienza quasi ventennale di applicazione, è stato regolato nei contratti via via rinnovati, con successivi aggiustamenti quanto alle possibili destinazioni, con reciproca soddisfazione delle parti in causa. (1)
E' stata invece suonata un'altra musica, perché non si deve dare troppo spazio alla contrattazione con i sindacati e perché si deve “fare la faccia feroce” con i lavoratori per accontentare i piccoli padroncini in difficoltà e per continuare a illuderli.

Ma dopo le elezioni si tornerà a parlare di Jobs Act. E ci si dovrà cimentare di nuovo con questi argomenti. Il disegno di legge sul lavoro sarà l'occasione, partendo dal fatto che si dovrà parlare di merito, lasciando cadere l'ipotesi di procedere attraverso una delega (che significherebbe un rinvio “sine die”, alimentando speranze destinate ad essere frustrate). Si può fare diversamente, è un impegno solenne per le persone di buona volontà che intendono cambiare per davvero.

(1) Per chi volesse approfondire, questo è il testo degli emendamenti:

RELAZIONE
Gli emendamenti presentati di seguito sono volti, nel loro assieme, a sostituire i rapporti di lavoro a termine privi di causale, non rientranti nella stagionalità, nella sostituzione o nelle specifiche previsioni di cui all'articolo 10, al comma 7, del decreto legislativo 6 settembre 2001 n. 368 e ss. mm., con un contratto di inserimento a tutele crescenti attraverso la modifica del regime del patto di prova. Alla contrattazione collettiva viene nel contempo demandata la facoltà di regolare con appositi accordi le fattispecie rientranti nella stagionalità, a modifica e/o sostituzione di quanto previsto dal DPR 7 ottobre 1963 n. 1525.

EMENDAMENTI

01.
All'articolo 1, comma 1, lettera a) il primo capoverso è sostituito dal seguente:
1) il comma 1 è sostituito dal seguente:
Non è consentita l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato salvo che per i contratti di somministrazione di lavoro di cui al titolo III capo I del decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276 e successive modificazioni nonché per quelli già disciplinati da specifiche normative, di cui al successivo articolo 10.

02.
All'articolo 1, comma 1, la lettera b) è sostituita dalla seguente:
b) Gli articoli 2 e 3 sono abrogati

03.
All'articolo 1, comma 1, la lettera b-bis) è sostituita dalla seguente:
b-bis) All'articolo 4 comma 1 dopo le parole “tempo determinato” sono inserite le seguenti “nei casi in cui l'apposizione è consentita ai sensi dell'articolo 1, comma 1”

04. Dopo l'articolo 1 vengono inseriti i seguenti:
Articolo 1-bis)
(Regime del periodo di prova)
1.La legge 15 luglio 1966 n. 604 all'articolo 10 viene così modificata: “Le norme della presente legge si applicano nei confronti dei prestatori di lavoro che rivestano la qualifica di impiegato e di operaio, ai sensi dell'articolo 2095 del Codice civile e, per quelli assunti in prova, si applicano dal momento in cui l'assunzione diviene definitiva e, in ogni caso, quando sono decorsi tre anni dall'inizio del rapporto di lavoro.”
2.Nei casi in cui i contratti collettivi applicabili consentano una durata del periodo di prova superiore a sei mesi, entro il limite massimo di tre anni di cui al precedente comma 1., per il lavoratore trattenuto in prova oltre il sesto mese si applicano, fino al momento dell'assunzione, le previsioni di cui all'art. 12 del decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276 e successive modificazioni e integrazioni. L'utilizzo del fondo così costituito è regolato dagli accordi contrattuali applicabili all'unità produttiva in cui si svolge la prestazione ovvero, in mancanza di tale disciplina, dal contratto collettivo dei lavoratori in somministrazione a tempo determinato.
Articolo 1-ter)
(Elenco dei lavori stagionali)
Ad appositi accordi interconfederali, stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi, di norma con cadenza biennale, è riservata la facoltà di apportare modifiche all'elenco delle attività stagionali di cui al D.P.R. 7 ottobre 1963 n. 1525 al fine di aggiornarlo alla luce dell'evoluzione dei sistemi produttivi e dei mercati. I medesimi accordi potranno prevedere di demandare, ulteriori modifiche specifiche in sede di contrattazione di categoria ovvero di territorio fissandone limiti e modalità.  

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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