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LO STRABISMO DEL MINISTRO POLETTI

Mentre la Camera si accinge a votare il suo decreto, il Ministro Poletti si incarica di disegnare, in un intervista alla TV di Repubblica, la futura manovra sul lavoro, andando ben oltre (“benoltrismo”?) lo stesso contenuto del disegno di legge (JOBS Act) da poco presentato.
E' un caso singolare di strabismo: se, come molti avevano notato, il decreto va in senso contrario a quello del programma annunciato a gennaio da Renzi e il JOBS Act autorizza a dubitare anche della direzione che sarà intrapresa a tempi più lunghi, il Ministro invece prende lo slancio e, come linea di sviluppo, ripropone una sorta di ritorno alle origini: il contratto a termine deve costare il 10% in più di quello a tempo indeterminato, il problema degli esodati va risolto in chiave strutturale ritornando alla flessibilità per l'età pensionabile, tanto per dire.

Un Ministro della Repubblica che rilascia un'intervista al maggiore quotidiano nazionale deve essere preso sul serio, per definizione. Così come non si può sospettare che un Presidente del Consiglio cambi verso e vada in direzione opposta a quella annunciata come segretario di partito.
Proviamoci dunque, a prendere sul serio entrambi, sottoponendo, con spirito propositivo e costruttivo, qualche modesto suggerimento. Operativo. Coerente con i ragionamenti di lungo termine di Premier e Ministro del Lavoro. In più, se la cosa dovesse apparire di qualche interesse, immediatamente cantierabile.
Si, perché dover aspettare giugno 2015 per vedere approvata una legge delega che richiede nove mesi (6 + 3) per diventare operativa (primavera 2016, almeno) mentre per decreto si distribuisce qualche picconata qua e là, non è una prospettiva allettante.
I suggerimenti che seguono presuppongono viceversa una legislazione di merito, anziché una delega. Come quando, in un'altra era, il governo si prendeva qualche mese in più per presentare leggi di merito e accettava il confronto del Parlamento come momento di costruzione anziché come fastidioso passaggio di ratifica di una delega (quasi) in bianco.

Andiamo per capitoli.
1) Partiamo dai CONTRATTI A TERMINE.
a) Vogliamo farli costare di più? Senza aspettare un lontano futuro in cui la differenza raggiunga il 10%, possiamo procedere subito introducendo un prelievo del 5% del monte salari sui dipendenti a tempo determinato. Qualcosa del genere era stato fatto per i lavoratori somministrati quando fu introdotta questa tipologia e resta tuttora in vigore (4% della retribuzione, destinato a interventi di formazione e riqualificazione professionale, nonché a misure di carattere previdenziale e di sostegno al reddito). Niente di rivoluzionario, poi si potrebbe arrivare gradualmente al 10%. La destinazione potrebbe andare in due direzioni: verso un fondo per la formazione inteprofessionale, con contabilità separata dedicata ai tempi determinati e verso un fondo di assistenza, per costituire una previdenza complementare, o per finanziare la contribuzione figurativa dei periodi di disoccupazione o sussidi di altro genere, già in vigore per i somministrati. La destinazione potrebbe essere stabilita, alla stipula del contratto, su indicazione del dipendente nelle piccole imprese (fino a 5-10 addetti) o in base alla contrattazione aziendale nelle più grandi.
b) Per il resto, visto che già se ne parla in sede di modifica del decreto, si potrebbe regolamentare un diritto di precedenza, quanto meno in forma di obbligo di motivare il mancato ricorso alla medesima persona per medesime mansioni entro i successivi 12 mesi.
c) Se infine si procedesse a demandare ai contratti aziendali (per le imprese oltre i 10-15 addetti) la regolamentazione del lavoro stagionale, ancora ferma a un decreto preistorico, mi sentirei di azzardare che, forse, molte delle questioni che oggi si agitano (proroghe, rinnovi, causali, contingenti) potrebbero essere delegificate (visto che si parla di semplificazione) e contrattualizzate.
N.B. Queste misure sono a costo zero per la finanza pubblica.

2) Quanto al SALARIO MINIMO, perché attendere una delega? Si può fare da subito, ma in senso esattamente opposto a quello indicato nella legge delega. Deve essere fissato, con le procedure previste (abolito il CNEL è d'obbligo il parere delle parti sociali), per tutte le forme di prestazione lavorativa regolate contrattualmente in termini DIVERSI dal lavoro subordinato e NON per il lavoro subordinato per il quale continuerebbero ad applicarsi i minimi contrattuali.

3) Si pone però a questo riguardo il problema dell'attuazione dell'articolo 39 della Costituzione per la validità erga omnes, per legge, dei contratti di lavoro e dunque della RAPPRESENTANZA. Nel manifesto di Renzi di gennaio il tema era presente ma ora è stato declassato come “non prioritario”. Invece lo è. Che sia stato raggiunto un accordo tra le parti sociali rende più facile (una volta risolto il problema sollevato dalla FIOM) recepirlo in legge, anziché rinviarlo per motivi di opportunità.

4) Quanto poi alla previsione contenuta nella delega di una maggiore compartecipazione da parte delle imprese per il ricorso all'ASPI da corrispondere dei lavoratori in esubero, la norma può essere adottata senza indugio prevedendo in aggiunta (se ne parla da tempo) ulteriori forme di PRESA IN CARICO da parte delle imprese eccedenti per la ricollocazione presso altre strutture lavorative, anche utilizzando (a carico delle imprese) strutture professionali accreditate per l'outplacement.

5) Quanto all'APPRENDISTATO e al CONTRATTO UNICO, che vanno e vengono, ora come UNICA VIA DI ACCESSO, ora come alternative a basso costo per arricchire il menù della precarietà, sarebbe il caso di compiere una scelta netta a favore di un unico contratto di ingresso, obbligatoriamente con un contenuto formativo, ossia sull'APPRENDISTATO (che è già costruito su una previsione di tutele crescenti). Una volta sgombrato il campo dalle alternative precarizzanti (da rendere meno convenienti) il vero tema dovrebbe essere quello di incentivare il ricorso alle due forme oggi totalmente neglette: quello inserito nel percorso dell'obbligo scolastico e quello per l'alta formazione.
N.B. Anche tutte queste misure sono a costo zero per la finanza pubblica.

6) Ci sarebbe infine da dire sulla “Garanzia Giovani” e sulle intenzioni, enunciate a più riprese e presenti nella legge delega, di procedere a un cambio di passo nelle politiche attive del lavoro e nel loro intreccio con le misure di sussidio alla disoccupazione, UNIFICANDO le strutture coinvolte.
In sintesi.
a) Quanto ai giovani, potrebbe essere il momento giusto per prevedere la DETASSAZIONE DEI REDDITI DELLE PERSONE FISICHE UNDER 24 (eccettuati i soli redditi da capitale), da finanziare con l'applicazione a tutti i redditi superiori a 90.000 euro annui delle aliquote già previste per i pensionati con la misura di Berlusconi-Tremonti che la Consulta ha bocciato ponendo come condizione, perché rientrasse nell'ambito costituzionale, l'estensione a ogni altra forma di reddito. La copertura sarebbe perfino in eccesso (ma in prospettiva potrebbe aumentare l'occupazione dei giovani e quindi l'onere (virtuale) del mancato gettito) e la misura potrebbe entrare in vigore subito.
b) Quanto alle politiche per il lavoro, su questa strada occorrerebbe procedere con coraggio. In queste operazioni può essere utile una delega che permetta di gestire in modo sapiente i processi di ristrutturazione ma la direzione di marcia deve essere chiara e deve prevedere un raccordo, sul territorio, dove si trova il lavoro concreto - il lavoratore in carne e ossa -, con una GESTIONE UNIFICATA di tutte le funzioni. Oltre a politiche attive (Centri per l'Impiego) e passive (INPS) anche le funzioni ispettive della stessa INPS, degli Ispettori lavoro, dell'Agenzia Entrate, dell'INAIL e delle ASL per la regolarità contributiva, salariale, fiscale e in materia di salute&sicurezza, tenendo conto della possibilità, già oggi, di incrociare le banche dati del Fisco e delle Comunicazioni Obbligatorie (CPI, INPS, INAIL).
c) Infine, se qualche passo concreto fosse compiuto in queste direzione, si creerebbero le condizioni per sperimentare un REDDITO MINIMO GARANTITO condizionato alle azioni di ricerca attiva di lavoro. In relazione agli oneri prevedibili, potrebbe essere destinato in una prima fase ai NEET (non in formazione, né istruzione, né lavoro) fino a una certa età (29 anni, realisticamente). Sarebbe così più agevole anche la strada per l'introduzione di un REDDITO DI ULTIMA ISTANZA per TUTTE le situazioni di indigenza, in progressivo, drammatico aumento.

7) Ultimo argomento, le misure per fronteggiare la disoccupazione strutturale prodotta dall'innovazione tecnologica e organizzativa. Questi processi “risparmiano” più lavoro di quanto ne creano, almeno nel medio periodo. Occorre redistribuire il lavoro che c'è, non solo in termini difensivi, per limitare i danni, ma in modo aggressivo su progetti di sviluppo (territoriale, soprattutto) che incorporando innovazione prevedano contestualmente una redistribuzione. Occorre dunque una revisione della normativa sui CONTRATTI DI SOLIDARIETA' che li irrobustisca, in questo caso anche con maggiori incentivi fiscali (un credito di imposta o una moratoria contributiva potrebbero essere le soluzioni, in vista di un ritorno indotto dalla maggiore occupazione) ma accanto a questi con una gestione attiva, e collettiva, dei processi in loco.


Prendendo spunto da queste ultime considerazioni, si deve ricordare in conclusione che resta senza risposta, dopo questo elenco di proposte, il tema del RILANCIO DELLA DOMANDA a cui era dedicato un intero capitolo del manifesto di Renzi sul lavoro. Vi si annunciava una ricognizione che avrebbe riguardato i settori (prodotti) innovativi, su cui fare leva per rimettere in moto la voglia di investire degli imprenditori. Basti dire che il tema deve essere messo al centro, all'ordine del giorno senza ulteriori indugi. E che, però, al di là dell'appello alle energie individuali degli imprenditori, è sempre più chiaro che occorre far leva sulla ATTIVAZIONE DEL CAPITALE SOCIALE, tornando a investire sul territorio per rilanciare il tema dei DISTRETTI, per i quali l'Italia era stata presa a modello come caso di successo. Significa anche tornare a parlare di CONCERTAZIONE. Non quella, burocratica, rituale e spesso inconcludente cui ci si era abituati nella Sala Verde di Palazzo Chigi, ma un processo (“BILANCIATO”) cooperativo e non corporativo, tra i soggetti direttamente investiti, con al centro il progetto – MEGLIO SE COLLETTIVO – di impresa.

Commenti

  1. Caro gianni concordo su tutto tranne che sulla concertazione. Consultazione sì, concertazione no. Soprattutto quando si vogliono realizzare grandi cambiamenti.

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Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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