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Il DEF di Renzi. Svolta o continuità?

La presentazione del DEF 2015-2018 è stata caratterizzata dai soliti toni enfatici nello stile del premier, stavolta però all'insegna del “vi stupiremo con l'assenza di effetti speciali”. Dopo aver alzato la temperatura dell'attesa, attorno alla promessa dei 10 miliardi nelle buste paga dei lavoratori e al rebus delle coperture, il “trailer” serviva a smorzare: “abbiamo lavorato seriamente, con molta prudenza, sulle cifre” (con le quali è sempre un po' pericoloso prendersi eccessive libertà). Anche se poi non è mancata l'esaltazione della “più grande manovra redistributiva” della storia dell'umanità, o giù di lì

Sta di fatto che con un documento come il DEF è difficile fare fuochi di artificio. Con il suo corposo contenuto (circa un migliaio di pagine compreso il Piano Nazionale delle Riforme) sarà oggetto di un serrato confronto politico e sarà sottoposto a analisi di dettaglio nelle molte sedi internazionali, istituzionali e non, che attendono di trarne lumi sul futuro politico-economico del paese.

Era ancora fresco di stampa, a tre giorni appena dal varo, quando è stato sottoposto a un esame rigoroso e severo, in una sala degli Uffici della Camera, in un incontro promosso dalle associazioni “Le belle Bandiere” e “Re-Vision”, su sollecitazione di parlamentari del PD, Civati e Fassina, e di SEL Airaudo e Marcon.
Le relazioni sul quadro macroeconomico, accurate e dense di argomenti , e gli interventi dei partecipanti, per la maggior parte studiosi (“impegnati”, si sarebbe detto un tempo, oggi si rischia l'etichetta di “professoroni”) di varia provenienza (Sbilanciamoci, CER, diverse università), hanno avuto tutte, al di là della varietà di argomenti trattati, un tratto comune. Non c'è una svolta, l'impianto generale, le singole misure, si collocano perfettamente nel solco dello schema Letta, e prima di Letta, Monti. Prevale dunque un sostanziale continuismo.
A dispetto delle tante parole spese sin dalle prime settimane dal nuovo premier, al termine dell'altalena di annunci e retromarce che ha segnato la campagna “abbasso il 3%”, il Documento varato, nero su bianco, torna ad essere impostato sul modello dettato dai criteri europei. Se con una mano si spostano risorse in favore dei redditi da lavoro per dare fiato alla domanda, dall'altra si contrae (non si riqualifica, non si rende più efficiente e funzionale alla ripresa produttiva, ma si taglia) la spesa pubblica con un effetto nullo sulla andamento del pil rispetto al tendenziale attuale. Il +0,1 attribuito al bonus fiscale è controbilanciato da un -0,1 sul lato dei tagli nel 2014. La speranza di un'inversione di rotta che modifichi l'andamento tendenziale del pil si affida tutta agli effetti delle riforme del mercato del lavoro (+0,1) e delle liberalizzazioni (+0,2) per un modesto +0,3 totale nel 2014 che diventa +0,6 nel 2015 in base agli stessi presupposti (DEF, tavola III.8, pag. 34).

D'accordo con gli amici del blog www.newnommics.it, su invito di Pippo Civati, abbiamo ritenuto di portare un nostro contributo di riflessione, iniziale, su cui avevamo avuto un primo confronto. Partendo dal condividere il giudizio sulla mancanza di una svolta, anche se è giusto rimarcare le novità del documento che meritano apprezzamento, spogliate dall'enfasi e senza tacere i problemi irrisolti.
E' il caso della redistribuzione verso i ceti medio-bassi, per la quale i dubbi riguardano le modalità e quindi la platea (detrazioni e/o taglio dei contributi a carico dei lavoratori, per comprendere gli incapienti), nonché l'onere (che dipende dalla presenza o meno degli incapienti nella platea), e le fonti di copertura (parte strutturale e parte una tantum a fronte di onere strutturale).
Ma va accolto come positivo anche il tetto agli stipendi: è una battaglia storica dell'area Civati (unica mozione che conteneva la proposta esattamente nei termini ora previsti), che però darà meno risorse di quanto non si sia detto e scritto finora. In ogni caso, rapporto 1 a 10 tra chi guadagna meno e chi guadagna di più nella P.A. è obiettivo serio, che da tempo caldeggiamo.

Più in generale, il nostro contributo al dibattito ha inteso rimarcare come il giudizio di continuismo debba riguardare anche le componenti più strettamente nazionali dell'impianto politico del DEF. Nella maggior parte degli interventi l'enfasi principale era stata posta sui condizionamenti derivanti dalla sciagurata politica europea, a trazione tedesca, di austerità imposta ai paesi più deboli aumentando una spirale recessiva deflattiva. Il nostro richiamo, assumendo in pieno la rilevanza del tema europeo, è stato quello di non trascurare l'importanza di quelle scelte per le quali esiste (ancora) una titolarità nazionale. Vi sono decisioni politiche per la quali si potrebbero prospettare soluzioni alternative, ferma restando la necessità di recuperare l'Europa intera a una strategia di segno radicalmente diverso. Senonché il quadro politico nazionale esercita condizionamenti che il PD e la sinistra in genere stentano a rimuovere o hanno perfino difficoltà a prospettare.
Gli esempi possono essere svariati. Sul fisco si continua ad eludere una scelta coraggiosa di tipo strutturale, in direzione di una revisione della progressività delle aliquote e del peso fiscale (1), anche sui rendimenti e sui patrimoni. Ci aspettavamo, in base agli annunci durante la campagna delle primarie, un passo verso il reddito minimo, appena abbozzato in via sperimentale dal governo Letta, anziché una “minaccia”, come quella del DEF, di un salario minimo che si preannuncia al di sotto dei minimi salariali.
Quanto alla parte riguardante il lavoro, in cui ci si limita a esaltare i provvedimenti di legge adottati (decreto Poletti e disegno di legge sul Jobsact), abbiamo ribadito la nostra contrarietà oltre alla delusione (2) rispetto a quanto era stato annunciato a gennaio da Renzi appena eletto segretario del PD. Non solo perché gli effetti sulla crescita, come si è già detto, sono tutti da dimostrare (le evidenze statistiche, depurate dalle distorsioni indotte dall'ideologia, dimostrerebbero il contrario) ma perché quello che traspare è di nuovo l'orientamento, che è stato del centro-destra dal 2001 in poi, secondo cui le imprese vanno aiutate a stare sul mercato abbassando progressivamente il costo del lavoro: abbassando le tutele, in nome della semplificazione, consentendo il sottosalario, in nome della flessibilità, tollerando la mancanza di interventi formativi, per una sottovalutazione miope dell'importanza strategica delle competenze nel mondo globalizzato (3). Con il risultato, se resta solo una manovra di governo incentrata sulla riduzione lineare della spesa, di procedere inesorabilmente verso una minore occupazione e una scarsissima crescita del Pil.

Per il resto le riforme strutturali, semplicemente, non ci sono. Si annunciano per i prossimi mesi interventi su burocrazia, fisco, giustizia, ma nel DEF sono indicate solo i tagli destinati a coprire una parte del bonus per la seconda metà del 2014, per la maggior parte finanziato da interventi una tantum. Non c'è enfasi sui fenomeni che sottraggono enormi risorse alla finanza pubblica: la criminalità economica, l'evasione e la corruzione. Sulle leggi che le favoriscono, sugli indirizzi amministrativi inadeguati e inefficaci (quando non sono corrivi). Le risorse che si potrebbero ricavare, con misure efficaci per contrastarli, sarebbero paragonabili alle ipotesi più ottimistiche di spending review.

In definitiva, quello che manca, e non può più attendere, è uno sguardo sul futuro. Quello che era stato preannunciato dal segretario del Pd, quando non era ancora premier, all'atto della presentazione del cosiddetto Jobs Act. Non c'è un progetto sull'innovazione del sistema produttivo, sulla ricerca e lo sviluppo, sulle scelte strategiche di politica industriale.
A questo riguardo, il Partito Democratico dovrebbe proporsi, recuperando un rapporto sano, fisiologico, con il governo come istituzione, come veicolo per convogliare idee progettuali, per raccogliere le istanze di chi si cimenta con le sfide del futuro, per individuare le criticità, per mettere in rete. Se si continua a eludere questo impegno e a rinviare questo appuntamento con la parte più viva della società si fa venir meno una delle ragioni fondamentali della sua esistenza.

Un'altra risposta è possibile. Si può uscire, in conclusione, dalla logica delle mancanze di alternative e della politica guidata dal “pilota automatico” (che nelle parole di Draghi non si faceva fatica ad identificare con la troika europea). Quella che vediamo ancora prevalere, che concepisce il riequilibrio dei conti aziendali in termini solo quantitativi e di breve periodo, senza guardare alla qualità del lavoro e della produzione. Ignorando i giovani, (quelli fino a 24 anni) sulla cui sorte (più occupazione, più formazione) l'Europa chiede di investire, col rischio così di perdere i relativi finanziamenti. L'impegno del PD deve tendere a una diversa strategia di sviluppo basata su un modello alternativo di competitività, che sempre più viene invocato, non solo dalla sinistra ma da ampi settori della cultura economica e perfino del mondo imprenditoriale, come il solo in grado di far uscire l'Italia dalla spirale di bassa competitività, stagnazione e mancanza di investimenti.


Visto in questa ottica, quello che si è realizzato nell'incontro sul DEF deve essere considerato un inizio. Un lavorio promettente, se si sceglierà di insistere sulla strada di un confronto tra espressioni diverse, dentro e fuori il PD, di una sinistra che si ritrova dispersa, alla ricerca di un profilo unitario, credibile. E che, sia lecito dirlo, avrebbe una grande esigenza di strutturarsi. In termini nuovi, senza ripetere le esperienze di disaggregazione del passato ma puntando ad aggregare. Guardando al tempo lungo ma senza perdere tempo.

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