Passa ai contenuti principali

LA SINISTRA ALLA PROVA DELLA POLITICA DI RENZI

La politica di Renzi punta molto sull'effetto di spiazzamento. La ricerca del nuovo, nuove modalità di comunicazione, nuovi paradigmi per definire sinistra e destra, mostra di cogliere impreparata la sinistra tradizionale, intellettualmente pigra e culturalmente statica. Il moto perpetuo, lo spostamento dell'attenzione da un tema all'altro senza nessi di continuità, gli obiettivi in continua evoluzione, sembrano inibire qualunque tentativo di catalogazione, di inquadramento politico o anche solo di analisi metodica su basi razionali.Ma la sospensione del giudizio politico non è ammessa, il vuoto va colmato. Per cogliere i caratteri di fondo della dinamica che Renzi sta mettendo in atto e per disegnare, a partire da lì, un'idea di futuro. Perché la storia non finisce con Renzi e non si esaurisce nella sua avventura, comunque si sviluppi.Ragionare presente e sulla prospettiva è la ricetta. E farlo insieme, aprendo un discorso collettivo, è anche la risposta all'esaltazione dell'individuo che sta accompagnando l'impresa di Renzi. Per aiutarlo a farcela, pensano in molti. Ma è lecito il dubbio che si tratti davvero di un aiuto.Le considerazioni che seguono sono proposte con l'intento di contribuire ad imbastire questo discorso collettivo di cui si sente l'esigenza.


Premessa.
E' la grande occasione di Renzi, ma non l'ultima spiaggia. Se sbaglia non ci sarà la fine del mondo ma un'altra sinistra


Lo show di Renzi, il suo “mercoledì da leone” ha fatto colpo. Aveva promesso che si sarebbe scatenato e lo ha fatto.
L'Italia lo guarda col fiato sospeso e anche l'Europa sta studiando con molto interesse le sue mosse.

Quella che gli viene riconosciuta unanimemente è la notevole capacità comunicativa. In genere, si dà anche poco peso al fatto che non sia rivolta né a spiegare, rendendo chiare le sue mosse e i suoi obiettivi, né a persuadere della loro bontà, ma serva principalmente ad alimentare aspettative e consenso per la sua persona indipendentemente, per quanto possibile, da una valutazione razionale e informata sui risultati effettivi del suo operato.
La "manovra più di sinistra" che sia mai stata fatta in Italia. Una rivoluzione. Questo l'annuncio, che non ha però riscontro in alcun fatto concreto. I (pochi) provvedimenti adottati dal Consiglio dei Ministri vanno anzi in direzione opposta.
Con uno dei due decreti approvati si rende il contratto a termine la forma basilare (se non unica) di assunzione (non incentivata), relegando a pura eccezione, per imprenditori compassionevoli, il contratto a tempo indeterminato, con buona pace delle chiacchiere sul contratto unico.
Quanto alla forma incentivata, riservata ai giovani, l'apprendistato, con l'altro decreto approvato se ne rende ancora più evanescente di quanto non sia già ora il contenuto formativo, tanto per scommettere sulla conoscenza e sulla formazione.
Infine si ritira il decreto sulla voluntary disclosure, ovvero lo strumento per portare allo scoperto i capitali che si sono ammassati nelle casseforti estere (e in particolare nella Svizzera con cui si va cercando, o minacciando, un accordo), cancellando così con un solo colpo anche l'emendamento, che sembrava raccogliere un'ampia maggioranza, sull'introduzione del reato di auto-riciclaggio.

L'attenzione su questi atti è però ai minimi termini. Che le misure adottate sul lavoro fossero il pallino, una vera e propria fissazione, del centro-destra di Sacconi, che non era riuscito finora a farle passare, resta in ombra. Le obiezioni degli ex dirigenti del PD (Fassina, Damiano) o della CGIL appaiono quasi di circostanza per quanto sono remissive (“diminuiremo il numero di proroghe concesse per i contratti a termine”).
Inevitabilmente, ciò su cui si fa un gran parlare sono i “10 miliardi per 10 milioni di lavoratori”. Difficile restare indifferenti quando viene promessa una redistribuzione significativa del reddito a favore di quelli (medio-bassi) da lavoro dipendente. Tanto più che ci si gioca la reputazione: “se non sarà effettiva entro 50 giorni - la distanza dalle europee - sarò un buffone.” Non resta che attendere.

Lo stesso schema lo ritroviamo per le riforme istituzionali. “Se non sarà superato il bicameralismo perfetto considererò conclusa la mia esperienza politica”. Svanisce dunque la scadenza per l'approvazione della riforma elettorale, prima fissata per gennaio (subito dopo la nomina a segretario), poi spostata a febbraio (da premier), poi ancora a marzo, e solo in prima lettura. Ora che è subordinata alla riforma costituzionale, è materialmente impossibile che arrivi prima del 2015. In compenso cambia il gioco e si alza la posta: se va male sul Senato vi trovate un altro premier.

Insomma, misurare Renzi sui fatti è fatica inutile. Del resto, è trascorso troppo poco tempo, occorre aspettare, lo dicono tutti. Eppure, a ben vedere, i messaggi sono fatti concreti e si può partire da lì per un giudizio. Anzi, da Mcluhan in poi, il medium è il messaggio. Se poi un leader politico si propone proprio per la modalità comunicativa e in certo qual modo ci si identifica, parlarne non è solo un ricamo, una nota di colore, ma una necessità sul piano squisitamente politico.

Nel proporre un'analisi dei significati politici del messaggio di Renzi, si affaccia la seguente ipotesi di lavoro, che merita di essere esplicitata in partenza: che il messaggio contiene un'intuizione che può essere feconda e che ha radici nel pensiero di sinistra più attuale; che però resta racchiusa in una modalità comunicativa che ne distorce il senso e conduce a effetti che vanno in direzione contraria, difficilmente riconducibile alla sinistra. Fino a collocarsi nello stesso solco in cui si è mossa la destra (o, se si preferisce una connotazione più ampia e più comprensiva, il potere costituito) negli anni post guerra fredda, portando la nostra società nella situazione in cui si trova e da cui ora lo stesso Renzi dichiara di volerla far uscire.
Le caratteristiche specifiche della comunicazione di Renzi, se queste ipotesi si dimostrano vere, non solo non vanno esaltate, ma neppure prese come una sua peculiarità personale, a se stante rispetto alla posizione politica. E con quelle caratteristiche occorre misurarsi, proponendo alternative. Fino a costruire un'alternativa.
Non solo perché può rendersi necessario costruirla. Ma anche perché sia chiaro, ora come in ogni momento, che un'alternativa è sempre possibile. Che in politica l'ultima spiaggia non esiste (o, semmai, è sempre la penultima). Che, per uno che vuole cambiare verso perché sia la svolta buona, il ritornello della mancanza di alternative dovrebbe essere indigeribile. E se lo propongono in coro proprio quelli che lo sostengono con maggiore entusiasmo, la circostanza dovrebbe, anziché inorgoglire, suscitare qualche serio sospetto.
  1. L'attenzione di Renzi (e di Berlusconi) per gli aspetti extra-economici dello sviluppo. Un'intuizione da prendere sul serio


Partiamo dallo show cui abbiamo assistito con la conferenza stampa del “mercoledì da leone”. Il paragone con Berlusconi, con la sua irruzione nel '94, ci sta tutto e, alla prova dei fatti, per quel che di negativo il Cavaliere ha prodotto per gli italiani, non è affatto lusinghiero.
Il suo atteggiamento baldanzoso, che lo porta, mentre suona la carica da trascinatore, ad alimentare illusioni sulle sue capacità di uomo solo al comando, risolutive, se non miracolistiche, presta il fianco a critiche largamente giustificate. Gli va però riconosciuta, come a Berlusconi prima di lui, un'intuizione che merita una valutazione più attenta, non condizionata dalle critiche che si merita per le modalità con cui procede. Si tratta dell'idea che non sono solo le variabili economiche a muovere l'economia, ovvero che anche i fattori definiti come extra-economici hanno un peso nel condizionare le dinamiche economiche.

Tra i due modi di tradurre quella intuizione le differenze sono notevoli. Berlusconi che invitava gli italiani a farsi coraggio e a spendere, per reagire alla crisi, ricorda il piazzista che convince a spendere per qualcosa che fin lì non si era mai pensato di comprare. Roba ancora attuale ma di un altro secolo. Renzi procede invece con annunci a raffica per dare l'idea di una scossa (“mercoledì ci scateniamo”, “vi sorprenderemo”, “mi gioco l'osso del collo”). Il messaggio è: se io mi metto in gioco e rischio è il caso che seguiate il mio esempio, rompete gli indugi anche voi. Con il suo martellare con promesse sempre nuove, per tenere desta l'attenzione, è di questo secolo, è cresciuto nella rete, quella 2.0. Interattiva, sì, ma veloce, un refresh continuo, che non lascia spazio alla verifica delle fonti, all'esame dei dati di base, al dialogo ragionato.
L'uno è seduttivo, diretto, parlantina da intrattenitore, barzellettiere. L'altro è un illusionista, l'abitudine al multitasking lo aiuta nell'arte di sviare e di svicolare, parla per metafore, battutista.

Ricondotti a fattore comune, al di là del tempo che li separa, sono entrambi persuasori. Nella comunicazione si collocano entrambi nella stessa posizione all'interno del medesimo diagramma. Sono la fonte, di un messaggio unidirezionale. Il feed-back è dato dai sondaggi, oppure dal numero di follower e di like. Rifuggono entrambi dai confronti all'americana, non sono il loro forte. Le platee le amano fanatizzate e irregimentate.
Serve insistere su questi tratti comuni, come vedremo, per distinguere ciò che nell'intuizione è potenzialmente fertile, per la ricostruzione di un discorso politico che latita ormai da tempo, da ciò che invece si pone in continuità con una deriva che ha snaturato e infiacchito le basi stesse del processo democratico nel nostro paese.

  1. Il pensiero di sinistra degli anni recenti ha dato grande importanza al ruolo del capitale umano, inteso come capitale sociale


Non so quanto dell'attenzione di Renzi e Berlusconi ai fattori extra-economici nasca da una riflessione attorno alle teorie più recenti in tema di sviluppo economico e di democrazia piuttosto che dalla sensibilità acuta che va riconosciuta a entrambi per ciò che si muove nella società che li circonda. Nel caso di Renzi, è plausibile che le idee di Amartya Sen sul capitale umano, come quelle di Joseph Stiglitz sulla disuguaglianza e sulla società divisa non gli siano estranee. L'ispirazione che guida le sue mosse tuttavia ha a che vedere con l'attenzione per i fattori motivazionali e socio-culturali, più che per quelli etici, o istituzionali e sembra ispirata soprattutto all'osservazione (ragionata o intuitiva che sia) delle peculiarità storiche del nostro paese.

La formula che racchiude l'ispirazione dei messaggi che Renzi invia al paese - “occorre suscitare energie positive” - nella sua semplicità quasi banale (mentalista, direbbe Crozza), traduce in slogan di facile comprensione una questione storica che ha radici lontane nel tempo. Se ne sono occupati, in pagine che hanno segnato un punto di riferimento per la cultura nazionale, i maggiori pensatori del nostro paese (oltre che stranieri, si può citare Putnam per tutti). La questione è quella del capitale umano, inteso come capitale sociale. Delle sue alterne vicende, nel tempo, e della sua ineguale distribuzione geografica, nello spazio, che hanno pesantemente condizionato lo sviluppo economico e sociale del nostro paese.

Nella fase che stiamo attraversando quel patrimonio immateriale è ai minimi e la sua latenza impedisce di rimettere in moto la dinamica sociale. La disuguaglianza è il suo frutto avvelenato e al tempo stesso è il volano che ne accentua la mancanza in un circolo vizioso che sembra sempre più difficile da spezzare. Ma di tutto ciò, nel messaggio di Renzi, non si coglie alcuna consapevolezza, anzi, è questa la sua lacuna più vistosa. E ciò che non vi è contenuto è, classicamente, rivelato dal mezzo, dalla modalità della comunicazione: unidirezionale e verticale, come abbiamo visto.
Quello che Renzi non esplicita è se le energie che intende suscitare hanno una dimensione collettiva o solo individuale. Perché il capitale sociale poggia sulle energie che trovano alimento e si esplicano nella socialità. Ovvero, sulla coesione sociale, per usare un altro termine che dagli anni Novanta fino all'inizio di questo secolo ha tenuto banco in tutta la sterminata produzione letteraria degli uffici di Bruxelles per cadere nell'oblio con l'esplodere della crisi degli ultimi anni.

  1. L'esaltazione delle energie individuali (e degli animal spirits) pone in secondo piano l'aspetto, decisivo, della socialità


L'imprenditore coraggioso, innovativo, schumpeteriano, è un individuo, si dirà. Vero, in genere. Ma il mito degli animal spirits, dell'imprenditore, creatore solitario, eroe titanico - che Renzi, come Berlusconi, corteggia e, insieme, aspira a riprodurre nel suo agire – tiene in ombra le energie collettive e, trascurandole, alimenta un'idea fuorviante e insinua una convinzione sbagliata.
Non si tratta di indulgere alle “derive comunitariste” che preoccupano i fautori di una sinistra moderna, liberata dalle “vecchie formule” dettate dalle ipoteche ideologiche novecentesche (al cui influsso Renzi mostra di essere particolarmente sensibile). Il richiamo alla centralità della dimensione sociale, collettiva non trova le sue ragioni in una propensione per la “cristallizzazione dei ruoli sociali” o in una fiducia ottusa nella capacità di raggiungere la piena occupazione per via normativa (o, peggio, giudiziaria). Le ragioni per cui le energie individuali possono sprigionarsi compiutamente solo se trovano riscontro nella dimensione sociale sono ampiamente analizzate e difficilmente confutabili.
- Perché nella generalità dei casi l'energia creatrice dell'individuo di cui parliamo non nasce dal nulla ma ha bisogno di un humus fertile in cui germogliare e svilupparsi: vale per i pionieri dell'ITC nella Silicon Valley tanto quanto per gli scarpari del distretto marchigiano.
- Perché per traferire le sue energie creatrici in un'impresa che porti a risultati concreti ha bisogno di coltivare a sua volta quell'humus, per allargare e consolidare le radici, e di raccogliere intorno a se un collettivo che lo accompagni e che lo aiuti a crescere nel tempo. Un vero leader non è mai circondato da persone mediocri mentre questo rischio lo corrono facilmente i bravi comunicatori che si propongono come leader: perché il profilo delle persone che ne esaltano meglio le doti comunicative (personaggi di spalla, imitatori, una claque che faccia da amplificatore) è agli antipodi rispetto al profilo dei collaboratori di cui ha bisogno per produrre risultati. I migliori associano entrambe le doti e si circondano degli uni come degli altri, ma in quei casi devono avere la dote ulteriore di saper mediare i conflitti interni tra le due componenti.
- Perché infine grandi imprese nascono, molto più spesso di quanto non racconti l'iconografia prevalente, ad opera di energie collettive, plurime e plurali, sin dal momento della fondazione o grazie all'intervento di energie collettive che forniscono un sostegno sin dalla nascita ed accompagnano passo passo le fasi dello sviluppo.

Si spiega allora perché Il modello basato sul messaggio dall'uno ai molti è sbagliato. Parla agli individui, nella loro singolarità, esalta le energie interiori, come è giusto, senza spronare a metterle in comune. Si rivolge a ciascuno con i suoi problemi, che sono comuni nel senso che sono uguali a quelli di chiunque altro, ma non perché sia possibile mettere in comune la ricerca di una soluzione. E, perché sia chiaro il senso del messaggio, quello che si propone come esempio è il proprio io: “uomo del fare” titanico, individualistico.

  1. Riscoprire il partito come luogo di incontro e di valorizzazione di energie collettive


Il rapporto con il partito ne è una riprova ulteriore. L'idiosincrasia per l'organizzazione e per il collettivo, l'insofferenza per il confronto delle idee sono un sintomo eloquente. Fa parte di una sana competizione politica anche volersi dimostrare il migliore, ma non è provata l'equazione secondo cui chi si afferma come persona migliore sia necessariamente portatore dei migliori argomenti.
Parimenti, la logica della maggioranza, che ha in quanto tale il potere di deliberare quando vuole (anche con notevole frequenza) ciò che vuole, non è detto che garantisca i risultati ottimali. Né la minoranza può essere considerata solo come inutile ornamento: già da qualche secolo si è affermata l'idea che il bilanciamento dei poteri non sia un doveroso ossequio al formalismo delle convenzioni democratiche ma la garanzia più solida di un funzionamento efficiente delle sedi decisionali.

Al di là delle critiche che si possono muovere alle modalità di gestione dei rapporti politici all'interno del PD, quello che più colpisce di Renzi è che non mostri di voler curare minimamente il potenziale che il partito rappresenta proprio in quanto comunità. Mezzo milione di iscritti, tre milioni di persone che non solo hanno votato ma hanno accettato di registrarsi nell'albo delle primarie, sono un patrimonio incalcolabile. O meglio, se se ne dovesse calcolare il valore in base ai parametri con cui vengono trattati database di queste dimensioni, parleremmo di cifre di tutto rispetto: con la differenza, enorme, che non si tratta solo di un target, di potenziali terminali di una comunicazione unidirezionale, ma di un soggetto collettivo che ha agito, votando, e si dichiara disponibile ad agire nell'arena politica.

Si fa un gran parlare dei metodi utilizzati da Obama nelle sue campagne vittoriose per arrivare, da un database di elettori potenziali, a una rete di rapporti personali, nel mondo fisico, non solo in quello virtuale, fino agli interventi porta a porta. Ma dobbiamo considerare che agiva in una società in cui la vita di un partito politico non contempla i momenti di incontro che, almeno sulla carta, caratterizzano il nostro modello. Dunque, se il contatto fisico, interpersonale, è stato un'idea vincente in quel caso, perché mai non cogliere le opportunità offerte da una disponibilità alla partecipazione attiva di centinaia di migliaia di persone? Perché non farle oggetto non tanto e non solo di campagne di comunicazione basate su tweet, newsletter e video quanto di inviti a costruire reti, a interagire orizzontalmente e non solo verticalmente?
Si ripresenta qui la questione economica da cui siamo partiti, del come rilanciare lo sviluppo nel nostro paese. Quanto potrebbe incidere una mobilitazione delle persone che si raccolgono intorno al partito per ovviare al deficit di capitale sociale di cui soffre oggi il nostro Paese? Quanto potrebbero agire da catalizzatore di processi di aggregazione sul territorio le sedi di partito, del PD, se si aprissero al mondo esterno, non solo agli individui ma alle locali associazioni di rappresentanza e ai movimenti di scopo? Se si proponessero come luogo di costruzione di progetti e di imprese collettive (anche a costo di rinunciare a qualche insegna a cui siamo affezionati per la nostra identità comune)? Se aprissero una interlocuzione con i poteri locali per spronarli a svolgere un ruolo attivo di facilitatori, accompagnatori, finanziatori?
Può darsi che tentativi in queste direzioni diano risultati deludenti, specie all'inizio. Ma rinunciare in partenza, non porsi neppure il problema e non mettere in cantiere il minimo progetto, neanche in chiave sperimentale, testimonia una scelta di ordine culturale e politico. Sbagliata.

  1. Il contributo che può provenire dalle parti sociali e il ruolo del territorio


Queste stesse valutazioni stanno anche a giustificare la critica rivolta a Renzi di una scarsa o nulla considerazione per il ruolo delle parti sociali. E sì che che la scelta del Ministro del Lavoro nella persona dell'ex presidente della più grande centrale cooperativa, che è stato tra i principali protagonisti della costituzione sia di un'aggregazione unitaria con le altre maggiori centrali che di una struttura stabile di coordinamento di tutte le rappresentanze associative della piccola impresa (Rete Impresa), sembrava andare esattamente nella direzione di una valorizzazione dei cosiddetti corpi intermedi. Ma non è ancora affatto chiaro quale ruolo il Ministro del Lavoro si propone di svolgere nella strategia per rimettere in moto l'economia. Per non dire del significato da attribuire alla scelta di sopprimere il Ministro per la coesione territoriale, che peraltro nel governo Letta era affidato alla massima autorità italiana in materia di capitale sociale, Carlo Trigilia, l'interlocutore storico del già citato Putnam.

Muovere queste critiche non significa automaticamente, per proprietà transitiva, condividere la richiesta avanzata soprattutto dalla segretaria CGIL Susanna Camusso di ripristinare il metodo della concertazione. Dopo l'esperienza dell'accordo del 1993, che ha permesso all'Italia di agganciare il treno dell'euro, e del patto per il lavoro, quegli incontri trilaterali hanno assunto via via un carattere sempre più rituale, burocratico. Il Patto di Natale del 1998, con le decine e decine di associazioni raccolte a fare da cornice a una rappresentazione vuota di sostanza, ha segnato (salvo che per la costituzione dei fondi per la formazione continua) il punto di svolta, in negativo. Ma la ragione profonda dello svuotamento di quelle sedi sta nel processo che ha portato le parti sociali a uniformarsi al medesimo modello che ha preso il sopravvento in politica, basato sulla personalizzazione e sull'autoreferenzialità, e quindi a trascurare del tutto gli aspetti dell'organizzazione diffusa, della circolazione delle idee, della mobilitazione cognitiva.

Attenzione alle rappresentanze collettive significa dunque valorizzazione del ruolo che possono svolgere sul territorio. E significa dover fare tesoro dei limiti evidenziati nell'esperienza della contrattazione territoriale degli anni Novanta (Patti territoriali e Contratti d'Area) non per seppellire ogni velleità di dar luogo a processi di mobilitazione dal basso ma per adottare le giuste contromisure così da impedire che l'ipoteca burocratica ne riduca l'efficacia fino a svuotarli di significato, come allora è avvenuto.
E' evidente che le dinamiche locali quanto più si rivelano promettenti e danno luogo a risultati, tanto più fanno gola agli apparati politico-amministrativi in cerca di legittimazione e di consenso. E che il loro innesto, con gli interessi specifici di cui sono portatori, non è quasi mai senza conseguenze negative sulla vitalità di quei processi. Ma le contromisure non sono difficili da concepire e da mettere in atto, solo che si preveda di assicurare la guida dei processi in via esclusiva ai protagonisti reali, ossia a chi si assumerà l'onere di realizzare i progetti.

  1. Il nesso tra battaglia per lo sviluppo e battaglia per la democrazia


L'insieme delle considerazioni sviluppate fin qui porta ad affermare che un nesso profondo, troppo spesso trascurato, lega tra loro la battaglia per lo sviluppo e quella per la democrazia.
Questo assunto, la cui validità in sede teorica trova numerose conferme nelle dinamiche storiche recenti su grande scala, dovrebbe essere colto in tutta la sua importanza nelle dinamiche micro e in sede di progettazione e proposta politica.

Per concludere, a questo proposito, con un richiamo a temi di attualità, anche la scelta IRPEF – IRAP di cui si è tanto discusso nelle ultime settimane dovrebbe essere inquadrata in una valutazione di carattere non esclusivamente economico (né solo politico).
Una misura che serva a ridurre le disuguaglianze è anche una misura per accorciare le distanze che separano gli individui e i gruppi sociali tra loro e per aumentare così la coesione (il capitale sociale). Ha dunque un rilevante effetto economico ma non può essere decisa in termini puramente economici: occorre mettere in conto gli effetti che la scelta può produrre sui fattori extra-economici. Una decisione politica che vada in direzione della democrazia, riducendo le disparità nella distribuzione dei redditi e quindi nella condizione di vita delle persone, è giusta, oltre che in sé, anche perché produce sviluppo.
Se poi, senza volersi addentrare troppo nelle tecnicalità, si trovasse il modo per fare arrivare un po' di denaro fin nelle tasche di chi sta peggio, risultato che non si ottiene né abbassando le aliquote più basse (per l'alta percentuale di evasori incalliti che vi si incontrano), né aumentando le detrazioni, (perché non si porta beneficio a chi è già a zero tasse e quindi “incapiente) ma, ad esempio, fiscalizzando i contributi previdenziali a carico dei lavoratori, sarebbe ancora meglio.

Ma per questo aspetto, al momento di stendere queste note non definito, occorrerà attendere gli atti ufficiali, a partire dal DEF, che ci diranno molto sul tema qui affrontato.  

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…