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Se Renzi scoprisse il suo partito ...

C'è qualcosa che mi sfugge, nelle scelte che il PD sta compiendo. Nutrivo la speranza che il segretario facesse un po' di chiarezza nella riunione della Direzione del 6 febbraio ma sono rimasto deluso.
Quel qualcosa è il partito. Misteriosa "presenza". Mi sfugge del tutto quale ruolo gli assegna il suo segretario. Ma perfino che cosa intende quando ne parla.

Renzi si sta muovendo con decisione, a gran velocità (mi ripeto). Perché questo gli hanno chiesto i tre milioni di elettori delle primarie.

Ha ragione quando parla di tre milioni. Non solo quelli che lo hanno votato ma la gran parte di quelli che hanno fatto la fila per votare (non solo per lui) l'8 dicembre hanno chiesto di dare una mossa alla politica bloccata e autoreferenziale. Ma - la domanda è questa - è finito tutto lì? Quella scheda nell'urna dà la forza sufficiente per andare avanti e risolvere gli enormi problemi che abbiamo di fronte? Il partito è quello, un plebiscito per scegliere il leader e dargli una delega in bianco?
In concreto. Renzi ha avanzato tre proposte di legge elettorale e su quelle è andato al confronto con i leader degli altri partiti (sia quelli in coalizione con il PD che quelli all'opposizione). 
Non era tenuto a chiedere un mandato vincolante: nessuno si sognerebbe di intavolare una trattativa avendo un vincolo rigido sul risultato finale (ma neanche prestandosi a subirlo da qualunque altro interlocutore...). Ma davvero era indifferente, per lui come per tutti gli altri suoi interlocutori, sapere quale era l'opinione del partito? E non mi riferisco solo agli eletti in direzione o in assemblea: è da un po' che esistono strumenti raffinati, ma facili da usare e ampiamente disponibili per il PD, per allargare il quadro, integrando il rapporto fisico tra gli iscritti (succede ancora nel PD che di tanto in tanto ci si riunisca anche nei circoli). E lo si può fare in un modo meno approssimativo (e, diciamolo, meno truffaldino) di quello adottato dalla Grillo-Casaleggio & co. 

Se si fosse presentato avendo chiaro su quali punti ci fossero maggiori margini di mediazione e su quali meno, secondo il giudizio della schiera di quelli che rappresenta e non solo per la sua personale valutazione, avrebbe avuto maggiore o minore forza contrattuale? Magari non è sacrilegio pensare che in una trattativa non ci si possa basare solo sulla sagacia tattica (anche se condita da indubbia capacità oratoria). Anche perché fare appello alla base - alla fonte del mandato - evita di esporsi al rischio che gli altri attori sfruttino a loro vantaggio le personali inclinazioni nel condurre un negoziato giocato sul rapporto tutto individuale. Tanto è vero che i migliori negoziatori fanno ampio uso di questo espediente, un classico, che Renzi stesso usa nella versione "i tre milioni delle primarie". Una versione debole, un mezzo bluff, se si pensa che non si sono mai espressi né sulle soglie di accesso, né sull'entità del premio di maggioranza, né tanto meno sulla scelta tra i tre modelli. 


Anche sul metodo da seguire. Forse se avesse dato modo di esprimersi agli iscritti (ragionevoli e attenti alla politica mediamente non meno di quelli eletti per rappresentarli), anziché assistere alla diatriba (un po' surreale, in verità) sulla sede del Nazareno profanata da un pregiudicato (nonché peccatore conclamato, fatto entrare da un passaggio attraverso un convento), avrebbero avuto qualche utile indicazione alternativa sul percorso. 
Ad esempio, sono in tanti (a occhio, la maggioranza) a sostenere che la trattativa uno-a-uno non fosse la più conveniente (meglio riunirli tutti insieme) e che ci volesse, anziché riservatezza,  trasparenza. Così da trovare più alleati, utilizzare meglio le dinamiche e le contraddizioni tra gli interlocutori, arrivare a un risultato più equilibrato, essere più convincente davanti all'opinione pubblica. 

E' poi evidente che chiamando i rappresentanti di tutte le forze politiche si sarebbe potuto distinguere meglio il piano del governo e quello delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. In più sarebbe emersa tutta la singolarità della posizione di Alfano, unico nel doppio ruolo (davvero, senza un conflitto di interessi patente non si può guidare una formazione di destra nell'Italia di oggi!) e sarebbe stata ancora più chiara la strumentalità della posizione di Grillo che, anziché portare una sua proposta, si sarebbe sottratto al confronto. Quanto alla rapidità (l'ossessione di Renzi) non solo non ne avrebbe sofferto ma si sarebbe sgombrato il campo da ostacoli che sono tuttora lì.


Oggi quel potenziale, non solo di consenso e adesione, non solo di elaborazione collettiva condivisa, ma anche di mobilitazione (perché chiamare a pronunciare significa anche chiamare a fare pressione e prendere iniziative), è molto più difficile suscitarlo. E' tardi, troppe rigidità si sono ormai fatte insormontabili, troppi entusiasmi si sono raffreddati. Ma forse non tutto è perduto.

Lo stesso si può dire per altri temi. Per le riforme. Ma più ancora per le grandi questioni su cui incalzare il governo, a partire dal lavoro.
All'inizio dell'anno è stato proposto un canovaccio, con l'etichetta di "jobs act". Scarno, fatto di messaggi, alcuni anche eloquenti ma in genere poco più che suggestivi. Un contributo aperto, lo ha definito il segretario. Ma non ci si può accontentare di ricevere qualche migliaio di mail. E' un rapporto uno-a-molti assai difficile da gestire in modo produttivo, del tutto privo di circolarità, non cumulativo.

Dobbiamo risvegliare la voglia di investire, di mettersi in gioco, di creare, di imparare, di puntare in alto. Bellissima premessa, ottimo intento. Peccato non cominciare a investire su noi stessi.


Chi fa professione di conoscere bene il partito probabilmente obietterebbe che l'idea di chiamarlo a questo compito sarebbe del tutto irrealistico. In buona parte è vero che il corpo del partito è ridotto male. Le primarie non hanno offerto un quadro edificante, ma soprattutto perché i molti episodi imbarazzanti hanno attirato più l'attenzione dei media che quella del gruppo dirigente del PD. Qui sta allora il problema. La verità, amara, è che oggi quel gruppo dirigente ha un contatto molto labile e molto mediato con l'insieme degli iscritti e dei militanti. Li chiama a raccolta quando si tratta di mettere una scheda in un'urna ma non è più capace di ascoltarne la voce, sa solo chiedere ma non porre domande, promettere ma non offrire soluzioni.

E' questa barriera che va rimossa. E l'input che può venire dal segretario, dai vertici del partito, può pesare molto. Se rimuove quelle barriere. O non pesare affatto, se sceglie di farsene una ragione, come parte del quadro, come variabile indipendente.

Avanzo seriamente il dubbio che proporsi una riforma della politica dando per scontato che non si possa riformare il soggetto politico che dovrebbe esserne il motore, il primo protagonista, sia non solo velleitario ma potenzialmente pericoloso.

Eppure questo sta succedendo.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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