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Renzi e il PD - 2a puntata

C'è da domandarsi quanto Matteo Renzi faccia affidamento sul partito che guida e quale ruolo assegni al popolo di iscritti, di militanti, di elettori da cui è composto. Lascia perplessi, a me sembra. Potrebbe sollecitare una partecipazione attiva, una condivisione e una mobilitazione. Invece si limita a informare, a chiamare a raccolta e a utilizzare come cassa di risonanza. Non è la stessa cosa: così facendo credo sprechi un potenziale notevole e vada incontro a grossi rischi.

Anche le modalità di rapporto con il gruppo dirigente convincono poco, pur sembrando improntate alla collegialità. La Direzione viene convocata con notevole frequenza. Il fatto non è criticabile: il confronto di idee non è mai troppo. In più, la trasmissione in streaming permette al corpo del partito di informarsi e di seguire il dibattito: trasparenza sacrosanta. Così i media fanno più fatica a travisare e fanno meglio la loro parte: interpretare, rilanciare, interloquire. Interattività, siamo nel 2.0.
Ma proprio questo rivolgersi direttamente ai media ingenera qualche dubbio. E' un confronto con il gruppo dirigente, per un'elaborazione collegiale che faccia sintesi (di pareri e perfino visioni diverse) o non piuttosto un luogo di ratifica delle decisioni - contando su una maggioranza comunque fedele - e una cassa di risonanza per fini mediatici? Non mi sembra si sia mai verificato, finora, uno spostamento dalle posizioni iniziali per raccogliere un consenso più ampio.

Non è però solo questo che non va bene: il fatto è che l'insieme del partito sembra essere coinvolto solo attraverso i resoconti di stampa e, per i più volonterosi, la diretta streaming. Riunioni di circolo non se ne tengono, né in contemporanea, organizzando gruppi di ascolto e commenti in tempo reale, né dopo, con più elementi, alla luce dei commenti sulla stampa e in tv. Eppure, chiunque conosca il partito sa bene quanto interesse suscitino i temi in discussione. Stanchezza, disaffezione? Anche, ma forse pesa la convinzione che riunirsi sarebbe un esercizio senza effetti concreti: nessuno verrà a chiedere che cosa ne è venuto fuori. Ma, soprattutto, il modo di affrontare le questioni credo susciti ben poche emozioni in giro per i circoli.
Pensiamo all'ultima riunione, centrata sul dualismo Renzi – Letta, quando è ancora del tutto aperta la partita della riforma elettorale. A che è servita, ci si chiede in giro, la riunione precedente con il pacchetto presentato come "prendere o lasciare", quando ora sarà invece sottoposto in Parlamento a modifiche su cui al partito non è stato dato modo di pronunciarsi? Il tema era interessante, altro che!, ma il dibattito è archiviato, si parla d'altro: di chi deve fare il premier. Ma anche qui, ci si confronta sui tre schemi, cioè sulle persone: 1) ce la fa; 2) ce la fo' io; 3) non ce la facciamo (senza elezioni). E la prospettiva politica? Che non è il futuro di questo governo, o della legislatura, ma la strada da seguire per sbloccare una situazione che lascia profondamente insoddisfatta la base del partito, iscritti o elettori che siano. E' il tema di questo quadro politico, che invece non si può affrontare. E' davvero attraente?
No, non è questo che si aspetta la gente. Ci si dimentica che questo quadro politico è stato fatto passare come una situazione di emergenza, di necessità, a un elettorato (e ancor più a un corpo di militanti) che aveva dato l'anima pensando di avere davanti l'occasione per chiudere un decennio di egemonia della destra (entro cui il biennio di Prodi era stato solo una parentesi frustrante). Che il gruppo dirigente di quella sconfitta, arroccato dietro a Cuperlo, è stato sonoramente battuto nelle primarie. Ora l'uscita dal governo di Berlusconi viene spacciata come viatico per una maggioranza di legislatura quando non c'è un solo atto di governo su cui il Nuovo Centro Destra non si muova in sintonia con il Vecchio (Forza Italia).
E' la scelta di muoversi entro questo recinto che tiene lontano il popolo del PD. Sono queste alchimie che spengono gli entusiasmi. E il fatto è che Renzi lo sa benissimo, per la sua indubbia capacità di captare il “comune sentire”, l'aria che tira tra i “nostri” e nell'elettorato più in generale. Ma proprio per questo non si capisce perché si ostini a lanciare un messaggio così contraddittorio.
Il bilancio di questo governo è fallimentare”, dice. Il 75% degli italiani è d'accordo. “Non dipende dal premier, che è bravo”. Qui si comincia a storcere il naso, perché la fiducia nel premier è al medesimo livello, attorno al 25%, ma è pur vero che il problema è la “strana alleanza”, chiaramente impotente, fin da Monti. Cambiare dunque si deve, ma non si può: perché il sistema elettorale, tanto più dopo la sentenza della Consulta, ci riconsegnerebbe quel quadro tale e quale. Quindi prima si cambia la legge elettorale, poi si vota.
Questo dice il Renzi statista. Ma il Renzi monello, quello che parla ai media, si lascia sfuggire la battuta che cancella tutto quel ragionamento: “Signori, il nemico si batte non perché ce lo consente il meccanismo elettorale ma perché si prendono più voti.” Punto e a capo, provate a raccapezzarvi.

Per come lo conosco, credo che il grosso del PD sia disposto a lasciare a Renzi tutto il tempo che gli serve per svelare quale dei corni del dilemma è da prendere sul serio. Convinti, per lo più, che stia solo cercando di mascherare l'intenzione di andare al voto al più presto per non incappare nell'ostruzionismo sulla legge elettorale.
Ma la domanda che forse il segretario si dovrebbe porre è se non sia un errore tenere nella condizione di spettatori passivi l'insieme di donne e uomini che si riconoscono nel PD. Che potrebbero invece fornire, se chiamati in causa, la soluzione più lineare.
Anziché evocare il popolo delle primarie per difendere una soglia all'8% o un premio di maggioranza pari a metà dei voti raccolti, forse ci si potrebbe affidare al dato di fatto che quell'insieme di persone ha premiato non il Renzi rassicurante nel ribadire lealtà a quel governo (pur condizionata al “fare le cose giuste”) ma quello baldanzoso nel promettere di “far vincere finalmente il PD, dopo tante sconfitte”.

Per questo è probabile che quel popolo non si accontenti di una legge elettorale che permetta di evitare il grande inciucio ma chieda un voto al più presto. Certo, col Porcellum ultra-proporzionale sarebbe un'avventura per tutti, tranne Grillo. Che però gli elettori potrebbero punire, se imponesse un voto con quel sistema.

Torniamo al punto di partenza. In questa situazione obiettivamente aggrovigliata, in cui manca un nucleo di responsabilità condivisa, il popolo del PD, politicizzato, cresciuto nella cultura della democrazia e del rispetto delle istituzioni, potrebbe giocare un ruolo decisivo. Che senso ha vantare di essere l'unico partito politico, degno di questo nome, rimasto sulla scena, se non viene valorizzato come risorsa strategica per salvare la democrazia?
Non sono frangenti da “uomo solo al comando”, è vero. Ma non lo deve dire Letta, che da quel funereo giorno di aprile 2013 ha interpretato, forzatamente o meno, proprio quella parte. E “non da solo” non significa dover condividere con quattro amici della nomenclatura ma far leva sul potenziale che il partito come comunità politica vasta può esprimere. C'è un altro appuntamento di direzione il prossimo 20/2. Questa è la sorpresa che vorrei ci riservasse il segretario.



Commenti

  1. Caro Gianni, del tuo ragionamento accolgo in pieno il suggerimento a Renzi di coinvolgere di più gli iscritti e i simpatizzanti anche attraverso la rete, imparando sostanzialmente su questo punto anche da Grillo. Per il resto penso sia giusta l'affermazione di Renzi che, fatta la migliore legge elettorale possibile, tenuto conto degli interessi del PD e di quelli degli altri partiti, se il PD non ottiene i voti necessari è soltanto colpa del suo leader e del gruppo dirigente. E se la nuova legge elettorale venisse affossata sarebbe meglio andare subito al voto anche con l'attuale legge elettorale decisa dalla Corte Costituzionale e anche con il pericolo di avere risultati poco chiari e fungibili alla buona governabilità. Trovo dannoso che Renzi cambi linea per coinvolgere i dirigenti che hanno perso i congressi e le primarie perché la gente si aspetta soltanto soluzioni ai problemi gravissimi della disoccupazione e dei salari in alcuni casi eccessivamente bassi.

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